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L'EVENTO DI FISCIANO

Vasco Rossi ‘dottore’ della comunicazione: a Salerno il riconoscimento a un linguaggio che ha attraversato generazioni

Vasco scherza sull’«unanimita’» che lo sorprende, poi trasforma la lectio magistralis in una riflessione sul potere delle parole, sulla responsabilità di chi parla in pubblico e sulla capacità di una canzone di entrare nella vita delle persone.
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Vasco Rossi Dottore Della Comunicazione A Salerno Il Riconoscimento A Un Linguaggio Che Ha Attraversato Generazioni 2026 10 08
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A quasi cinquant’anni dall’inizio della sua storia artistica, Vasco Rossi torna dentro un’università. Ma questa volta non per raccontare semplicemente la propria carriera, né per celebrare i numeri di una discografia che ha attraversato generazioni.

A Fisciano, nel campus dell’Università degli Studi di Salerno, il rocker di Zocca riceve il dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione. Un riconoscimento che porta formalmente il suo nome dentro il mondo accademico, ma che soprattutto certifica una lettura precisa del fenomeno Vasco: quella di un artista che ha costruito nel tempo un linguaggio riconoscibile e una relazione con il pubblico diventata, essa stessa, materia di studio.

Non è dunque soltanto il cantante ad arrivare nell’aula universitaria. È il personaggio, il simbolo, il lessico, l’immaginario costruito attraverso migliaia di concerti, canzoni, interviste, provocazioni e riflessioni.

È quel «Vasco» che milioni di persone riconoscono anche prima che inizi una canzone.

«Politica e comunicazione non le ho studiate sui libri»

Vasco, naturalmente, non rinuncia alla sua cifra.

Durante la lectio magistralis ricorda di aver frequentato Economia e Commercio e ammette con ironia di non avere studiato politica e comunicazione sui libri.

«Le ho vissute, le ho subite e qualche volta, lo ammetto, anche provocate», racconta.

La sua università, in fondo, è stata un’altra: quella dei palchi, delle piazze, delle contestazioni, dei dischi venduti, dei rapporti con il pubblico e di una comunicazione spesso costruita proprio attraverso la rottura degli schemi.

E c’è un passaggio che sintetizza meglio di altri la sorpresa per il riconoscimento ricevuto.«Ho scritto canzoni. Dopo quasi cinquant’anni scopro che possono diventare perfino una tesi di laurea. Che meraviglia!».

Dentro questa battuta c’è molto più di una provocazione. C’è la consapevolezza che una canzone popolare, quando riesce a sedimentare nella memoria collettiva, può smettere di essere soltanto intrattenimento e diventare documento culturale.

L’ironia sull’unanimità: «A me? Io che sono sempre stato divisivo»

Il momento più istintivamente «vaschiano» arriva quando il rocker racconta di aver appreso che il conferimento del dottorato era stato votato all’unanimità.

La reazione è quella che il suo pubblico conosce bene. «All’unanimità? A me? Io che sono sempre stato considerato divisivo. Ho pensato: possibile che non ci fosse nemmeno uno contrario?».

Una battuta che strappa gli applausi, ma che apre anche una riflessione meno leggera.

Per decenni Vasco è stato infatti un artista capace di dividere, provocare, scandalizzare, ma anche di intercettare sentimenti profondamente condivisi. Il suo percorso si è sviluppato proprio lungo questa contraddizione: essere percepito come voce della trasgressione e, contemporaneamente, diventare una figura familiare a più generazioni.

Ed è forse proprio questa capacità di trasformare la contraddizione in linguaggio ad aver contribuito alla sua longevità.

L’unanimità del riconoscimento diventa così, nelle parole del cantautore, una piccola lezione sul valore della conoscenza. «Lo studio e la conoscenza aprono le menti e rendono davvero liberi dall’ignoranza e dai pregiudizi», sottolinea.

Dal rocker «divisivo» al fenomeno culturale

La domanda che accompagna inevitabilmente il conferimento è una sola: perché un’università assegna un dottorato in Politica e Comunicazione a un cantante?

La risposta sta proprio nell’oggetto della ricerca. Vasco non è soltanto autore di canzoni. Nel corso dei decenni ha elaborato un codice comunicativo preciso. Un insieme di parole, espressioni, immagini e atteggiamenti immediatamente riconoscibili.

Fragilità, solitudine, desiderio, amore, disincanto, paura, voglia di vivere, libertà. Sono alcuni dei territori emotivi nei quali il suo repertorio ha costruito una relazione particolarmente forte con gli ascoltatori.

Le sue canzoni sono diventate una sorta di archivio sentimentale nel quale diverse generazioni hanno trovato parole per raccontare se stesse. Ed è proprio qui che il fenomeno musicale diventa fenomeno comunicativo.

Una canzone nasce dalla voce e dalla sensibilità di chi la scrive. Ma quando entra nella vita degli altri, cambia proprietario. «Quando una canzone entra nella vita degli altri non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta» È uno dei concetti centrali della riflessione di Vasco.

Quando una canzone viene assorbita dalla vita quotidiana di chi la ascolta, finisce per assumere significati nuovi. Diventa colonna sonora di una storia d’amore, di una separazione, di un viaggio, di una festa, di un lutto, di una notte difficile.

«Quando una canzone entra nella vita degli altri non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta», osserva. È questa, secondo il cantautore, «la sua forza e anche il suo rischio».

Perché la parola pubblica non è mai neutrale.

Una frase può essere interpretata, deformata, rilanciata. Può diventare uno slogan, il titolo di un giornale, una frase ripetuta sui social, un pensiero utilizzato da qualcun altro per raccontare la propria esperienza.

La comunicazione, quindi, non finisce nel momento in cui l’autore pronuncia una frase. Comincia proprio lì. La parola come arma: costruire o distruggere È probabilmente questo il passaggio più politico della lectio magistralis.

Vasco parla della parola come di uno strumento potentissimo.

Può «manipolare», semplificare la realtà, creare nemici e alimentare paure. Ma può anche dare voce a chi non riesce a farsi ascoltare, contrastare l’arroganza, difendere tolleranza e inclusione.

Una riflessione che supera ampiamente il perimetro della musica. Nell’epoca della comunicazione permanente, nella quale una frase pronunciata davanti a una telecamera può raggiungere migliaia o milioni di persone in pochi minuti, la responsabilità di chi parla diventa centrale.

«Ogni parola costruisce un clima», sostiene Vasco. Può alimentare «cinismo o fiducia, odio o confronto, rassegnazione o voglia di reagire».

È una riflessione che riguarda il cantante, ma anche il politico, il giornalista, l’influencer, il personaggio televisivo e chiunque abbia oggi la possibilità di parlare a una platea potenzialmente sterminata.

Anche il silenzio comunica

Vasco allarga ulteriormente il ragionamento. Non comunica soltanto ciò che viene detto. Comunica anche ciò che viene taciuto. «Anche il silenzio comunica», spiega.

E persino una battuta, apparentemente innocua, può avere conseguenze quando viene pronunciata davanti a un pubblico numeroso.

Il problema, dunque, non è soltanto avere una voce. È comprendere il peso di quella voce.

«Essere ascoltati non significa avere sempre ragione», osserva il rocker. Significa sapere che ciò che viene detto può essere ripreso, interpretato e trasformato.

È qui che la figura di Vasco Rossi, studiata dall’università, assume una dimensione più ampia rispetto alla musica. Il suo rapporto con il pubblico diventa un laboratorio sulla comunicazione contemporanea.

La ribellione secondo Vasco: non soltanto dire «no»

Un altro elemento centrale della sua riflessione riguarda la parola «ribellione». Per Vasco, ribellarsi non significa semplicemente opporsi. Significa soprattutto rifiutare le parole già confezionate, le identità imposte, le risposte facili.

«La ribellione non è soltanto dire di no», sostiene. È cercare un modo personale per stare nella realtà e, quando necessario, provare a modificarla. È una definizione che permette di rileggere sotto una luce diversa anche una parte consistente della sua produzione artistica.

Dietro la provocazione, la trasgressione e il linguaggio diretto c’è infatti una ricerca costante dell’identità individuale.

Il diritto di essere fragili senza vergognarsene. Il diritto di ammettere le proprie contraddizioni. Il diritto di non aderire necessariamente alle aspettative degli altri.

È questo uno dei motivi per cui il linguaggio di Vasco è riuscito a sopravvivere al passaggio delle generazioni.

Il secondo riconoscimento accademico

Non è la prima volta che Vasco Rossi entra ufficialmente nel mondo universitario. Nel 2005 era arrivata la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione allo Iulm di Milano.

Oggi, oltre vent’anni dopo, l’Università di Salerno aggiunge un nuovo riconoscimento. La differenza, però, sta anche nel tempo trascorso.

Nel frattempo il fenomeno Vasco si è ulteriormente consolidato. Il pubblico originario è cresciuto insieme a lui, mentre nuove generazioni hanno iniziato ad ascoltare quelle stesse canzoni.

È proprio questa capacità di attraversare il tempo a rappresentare uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista comunicativo.

Cinquant’anni dopo, il pubblico continua a cambiare

Il dato più significativo non è soltanto che Vasco abbia ancora un pubblico enorme.

È che quel pubblico non è composto da una sola generazione. A Fisciano, nel giorno della cerimonia, ci sono giovani e persone più avanti negli anni. Un pubblico composito, arrivato per vedere il cantante ma anche il personaggio che, per molti, ha accompagnato una parte della propria vita.

L’attesa nel campus viene scandita dalle sue canzoni, fino all’arrivo sulle note di «Stupendo». È una scena che fotografa bene il paradosso del riconoscimento accademico: l’università studia il fenomeno, mentre il fenomeno continua a prodursi davanti all’università.

«Continuerò a fare concerti»

E Vasco non sembra intenzionato a trasformarsi in un monumento. Il titolo accademico non cambia la sua identità. «Continuerò a fare concerti», assicura.

Anche il 2026 lo ha riportato sul palco con una scaletta capace di riservare sorprese. Tra queste, «Marea», brano del 1996 mai eseguito prima dal vivo e riportato dentro il repertorio del tour.

È un dettaglio apparentemente marginale, ma racconta ancora una volta il rapporto particolare tra Vasco e il suo pubblico: anche dopo decenni esistono canzoni da riscoprire, significati da rimettere in circolo, pezzi di passato da riportare nel presente.

L’università apre le porte alla cultura popolare

Il rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Virgilio D’Antonio, sottolinea il significato della giornata.

L’obiettivo non è soltanto celebrare un artista celebre, ma dimostrare che l’università può confrontarsi con forme di sapere nate anche fuori dalle aule.

La musica popolare, quando raggiunge una simile capacità di incidere nell’immaginario collettivo, diventa materia di analisi.

E il caso Vasco è particolarmente interessante proprio perché la sua comunicazione non è rimasta confinata alla musica. È diventata linguaggio sociale.

Il vero «dottorato» di Vasco: aver trasformato il vissuto in linguaggio Alla fine, il riconoscimento di Salerno sembra racchiudere proprio questo elemento. Vasco Rossi non riceve il titolo perché ha venduto molti dischi o riempito gli stadi.

Riceve il dottorato perché, nel corso di quasi mezzo secolo, ha costruito una forma di comunicazione capace di trasformare esperienze individuali in sentimenti collettivi.

Ha dato parole alla fragilità. Ha trasformato la ribellione in identità. Ha fatto della contraddizione una cifra personale. Ha costruito un rapporto con il pubblico nel quale l’artista parla e l’ascoltatore si riconosce.

E soprattutto ha dimostrato che la comunicazione più potente non è necessariamente quella più sofisticata.

A volte è quella che riesce a pronunciare, con parole semplici, qualcosa che milioni di persone sentivano già dentro di sé ma non erano ancora riuscite a dire.

Forse è proprio questa la ragione per cui, oggi, all’Università di Salerno, Vasco Rossi può scherzare sul titolo di «dottore» senza smettere per un istante di essere Vasco.

Perché il suo vero titolo accademico, quello conquistato sul campo, è scritto da quasi cinquant’anni nelle parole che il suo pubblico continua a cantare insieme a lui.

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