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‘Mani d’Oro’, la fabbrica della manodopera: mille lavoratori, 155 società cartiere e 37 milioni sequestrati

Saldatori, carpentieri e operai venivano messi a disposizione delle imprese realmente operative. Poi il denaro sarebbe stato fatto transitare attraverso una rete di 155 società cartiere
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Mille lavoratori dentro un sistema costruito sulle società “serbatoio”
È un’inchiesta che parte dal mondo del lavoro e arriva fino ai circuiti del riciclaggio internazionale quella condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Ravenna e coordinata dalla locale Procura della Repubblica. Al centro dell’operazione, denominata “Mani d’Oro”, un presunto sistema di somministrazione illecita di manodopera e di movimentazione di ingenti somme di denaro.

I finanzieri hanno eseguito un sequestro preventivo d’urgenza fino a circa 37 milioni di euro, individuati come profitto che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe derivato da reati tributari e dalle successive attività di riciclaggio. Nel mirino sono finite liquidità, beni mobili e immobili riconducibili agli indagati.

Parallelamente sono state eseguite oltre 40 perquisizioni in nove province: Ravenna, Rimini, Cesena, Napoli, Caserta, Bergamo, Padova, Taranto e Lecce.

L’indagine avrebbe consentito di ricostruire una struttura nella quale numerose società, almeno formalmente operative nel comparto delle costruzioni meccaniche, sarebbero state in realtà utilizzate come semplici contenitori di forza lavoro.

Il bacino individuato dagli investigatori è imponente: circa mille lavoratori, soprattutto saldatori, carpentieri e manovali d’officina, in larga parte di origine straniera.

Le assunzioni e i licenziamenti sarebbero stati modulati sulle effettive esigenze delle imprese che disponevano invece dei mezzi, delle strutture e dell’organizzazione necessarie per eseguire commesse e subappalti.

Il vantaggio per le imprese: meno costi e manodopera sempre disponibile

Secondo la ricostruzione investigativa, il meccanismo avrebbe consentito alle società realmente operative di ottenere un duplice vantaggio.
Da una parte il risparmio fiscale, dall’altra la possibilità di disporre con continuità della manodopera senza farsi carico dell’intero apparato amministrativo e contributivo connesso a un normale rapporto di lavoro dipendente.

Nel sistema ipotizzato dalla Procura sarebbero così rimasti ai margini alcuni degli obblighi propri del rapporto di lavoro, dalle tutele salariali e previdenziali alla stabilizzazione dei lavoratori, evitando inoltre il ricorso alle agenzie autorizzate alla somministrazione.
Ma è seguendo i flussi finanziari che l’indagine avrebbe portato alla luce un secondo livello dell’organizzazione, ancora più articolato.

La rete delle 155 società cartiere

Il denaro incassato per la somministrazione della manodopera non sarebbe stato destinato integralmente al pagamento dei lavoratori.

Gli investigatori hanno seguito le cosiddette “tracce del denaro”, arrivando a individuare ulteriori soggetti che, secondo l’accusa, avrebbero avuto il compito di riciclare le somme.
Il cuore finanziario del sistema sarebbe stato individuato soprattutto tra Napoli e Bergamo, attraverso una rete di 155 società cartiere.

Le società avrebbero emesso fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 130 milioni di euro. Le somme sarebbero poi state fatte transitare attraverso diversi conti correnti prima di essere retrocesse in contanti, trattenendo una commissione compresa tra il 14 e il 22 per cento.

È lo schema che gli investigatori riconducono al cosiddetto “underground banking”, un sistema parallelo di movimentazione del denaro che consente di trasferire ingenti somme al di fuori dei normali circuiti finanziari.

Nel giro di circa due anni, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, sarebbero stati coinvolti circa 1.200 ulteriori soggetti economici, mentre più di 80 milioni di euro sarebbero stati trasferiti all’estero.

Undici milioni di crediti fiscali ritenuti fittizi

Il sistema avrebbe avuto anche un ulteriore tassello sul fronte tributario.
Le società cartiere, pur potendo generare contabilmente redditi imponibili, non avrebbero avuto un reale interesse a versare le imposte maturate, perché queste sarebbero state sistematicamente compensate attraverso circa 11 milioni di euro di crediti fiscali ritenuti fittizi.

È uno degli aspetti che amplia ulteriormente la portata dell’inchiesta: non soltanto manodopera e fatture per operazioni inesistenti, ma anche un meccanismo destinato, secondo l’ipotesi accusatoria, a neutralizzare gli effetti fiscali delle operazioni attraverso crediti inesistenti.

L’ufficio finanziario e il contante nascosto

Le perquisizioni avrebbero consentito di trovare quello che gli investigatori considerano un vero e proprio “ufficio finanziario”.

All’interno sono stati trovati server, computer, una macchina conta-banconote, più di cento smartphone e centinaia di carte di credito che, secondo gli investigatori, potevano essere utilizzate per il prelievo del denaro.

E poi il contante: circa 250mila euro, insieme a gioielli e numerosi orologi di lusso.
Tra questi, un esemplare del valore stimato di circa 100mila euro.
Nel corso dell’attività sono stati inoltre individuati immobili, automobili e centinaia di rapporti bancari. Il valore complessivo delle disponibilità finanziarie oggetto di accertamento sarà quantificato nei prossimi giorni.

I soldi a San Marino e la versione delle vincite al gioco

Un capitolo specifico dell’inchiesta riguarda la collaborazione con il Tribunale unico della Repubblica di San Marino.

Grazie alla cooperazione giudiziaria, è stato disposto il sequestro di circa 7,5 milioni di euro relativi a rapporti finanziari riconducibili a uno degli indagati, già condannato in passato per reati tributari.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo avrebbe giustificato la disponibilità di alcune risorse finanziarie sostenendo che provenissero da vincite al gioco.
Gli elementi trasmessi dall’autorità giudiziaria italiana hanno spinto le autorità sammarinesi ad avviare a loro volta accertamenti, anche sul funzionamento di alcune slot machine e sulla condotta di alcuni dipendenti.

Un’inchiesta che attraversa nove province

La geografia dell’operazione restituisce la dimensione nazionale del presunto sistema.
Dalla Romagna, dove l’indagine ha preso le mosse, gli accertamenti si sono estesi alla Lombardia, alla Campania, al Veneto e alla Puglia. Napoli e Caserta rappresentano uno dei territori centrali dell’attività investigativa, soprattutto per la presenza della rete di società utilizzate, secondo l’accusa, nei passaggi finanziari.

La massa di denaro movimentata, il numero delle società coinvolte e la quantità di lavoratori interessati delineano, secondo gli investigatori, un sistema capace di intrecciare illeciti tributari, sfruttamento della manodopera e riciclaggio.

La stretta sui patrimoni

L’obiettivo dell’operazione non è stato soltanto quello di ricostruire i singoli reati, ma anche di aggredire direttamente i patrimoni ritenuti riconducibili ai profitti illeciti.

Da qui il sequestro d’urgenza fino alla soglia di 37 milioni di euro, misura che punta a impedire la dispersione delle disponibilità finanziarie e dei beni individuati nel corso delle indagini.
La Guardia di Finanza sottolinea in questo senso come il contrasto alle frodi fiscali si intrecci con quello alla somministrazione illecita di manodopera e al successivo reimpiego dei proventi nell’economia legale.

Una prospettiva che riguarda non soltanto il danno erariale, ma anche la concorrenza tra imprese: chi, secondo l’ipotesi investigativa, ricorre a forza lavoro attraverso circuiti irregolari può infatti sostenere costi differenti rispetto agli operatori che rispettano integralmente gli obblighi fiscali, contributivi e lavoristici.

Ventidue persone indagate

Il procedimento penale coinvolge allo stato 22 persone fisiche, tra cui due professionisti.
Si tratta tuttavia di un’inchiesta ancora nella fase delle indagini preliminari. I provvedimenti adottati dalla Procura e le contestazioni formulate nei confronti degli indagati si fondano sugli elementi raccolti fino a questo momento dagli investigatori, ma non equivalgono a una dichiarazione di responsabilità.

Come previsto dal principio di presunzione di non colpevolezza, le eventuali responsabilità penali dovranno essere accertate nel corso del procedimento e potranno considerarsi definitivamente stabilite soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.

Articolo modificato il 06/10/2026 alle 09:50 per revisione testo.
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