Una fitta rete di comunicazioni clandestine, canali di approvvigionamento che attraversano i confini nazionali e una gestione centralizzata capace di superare persino le barriere carcerarie. L’operazione scattata all’alba, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Salerno, ha svelato la complessa struttura di un’organizzazione radicata nell’Agro Sarnese-Nocerino ma dotata di proiezioni transnazionali ed extraregionali.
Il bilancio firmato dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Salerno è pesante: 23 misure cautelari complessive, di cui 19 custodie in carcere e 4 agli arresti domiciliari. Le accuse contestate a vario titolo spaziano dall’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti al tentato omicidio, fino all’estorsione e all’introduzione nello Stato di armi da guerra, con l’aggravante del metodo mafioso. L’inchiesta fotografa una realtà in cui la penetrazione nel tessuto economico locale viaggiava di pari passo con la capacità di dialogare con i mercati esteri.
Il quartier generale dietro le sbarre
Il nucleo strategico dell’organizzazione risiedeva, paradossalmente, all’interno di una struttura penitenziaria. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori della Polizia di Stato – in campo con il Servizio Centrale Operativo e la Sezione Investigativa Centro Operativo (Sisco) di Salerno – la figura apicale del gruppo gestiva i traffici illeciti nonostante lo stato di detenzione.
L’uso indebito di dispositivi di comunicazione micro-cellulari permetteva al vertice del sodalizio di mantenere un controllo operativo costante sul territorio in libertà. Dal carcere partivano direttive precise: indicazioni sugli imprenditori da sottoporre a richieste estorsive, ordini di azioni punitive e linee guida per dirimere i contrasti interni legati alla spartizione dei proventi dello spaccio nelle piazze storiche di Sarno e Scafati.
Un episodio specifico, emerso durante l’attività investigativa, documenta la pressione esercitata all’interno del circuito carcerario. Un detenuto, ristretto nella stessa struttura del capo clan, è stato vittima di una violenta aggressione che gli ha causato gravi fratture e una prognosi di 30 giorni. La finalità dell’azione punitiva era costringere la vittima a richiedere la coabitazione in cella con il vertice del gruppo. In questo modo, l’esponente di spicco avrebbe potuto beneficiare di una maggiore riservatezza per condurre le conversazioni telefoniche utili a coordinare i sodali all’esterno.
La rotta balcanica dei kalashnikov
Accanto al core business degli stupefacenti, l’indagine ha svelato un pericoloso canale di rifornimento di armamenti pesanti provenienti dall’Europa dell’Est. Il gruppo criminale disponeva di un arsenale significativo, comprendente armi comuni da sparo e armi da guerra.
Il monitoraggio dei flussi ha permesso di intercettare una compravendita di fucili d’assalto AK47, i noti kalashnikov. L’operazione ha registrato un momento di svolta lungo il confine italo-sloveno, nei pressi di Gorizia. Gli investigatori della Polizia di Stato hanno bloccato una vettura appena entrata in territorio italiano, arrestando il corriere incaricato di trasportare il carico d’armi fino a Sarno.
La successiva e immediata attivazione dei canali di cooperazione ha consentito alle autorità di Zagabria di dare esecuzione a un mandato di arresto europeo nei confronti di un cittadino croato, ritenuto il fornitore ufficiale dell’arsenale e destinatario anche di decreti di perquisizione e sequestro sul territorio estero.
L’espansione in Sicilia e il network europeo
La solidità economica del sodalizio si poggiava su una rete logistica estesa fino alla Sicilia. L’attività di contrasto ha infatti intercettato i tentativi di espansione commerciale del gruppo fuori dalla Campania. Una delle ramificazioni più attive operava sul mercato siciliano, dove la Polizia ha inferto un duro colpo logistico sequestrando, nel territorio della provincia di Palermo, un carico da circa 80 chilogrammi di hashish destinato alle piazze dell’isola.
Il successo dell’operazione, che ha neutralizzato anche condotte legate al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è stato reso possibile da un modello avanzato di collaborazione istituzionale. Lo scambio informativo continuo tra la Dda di Salerno e la Procura Speciale Croata (Uskok) – supportato dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e coordinato a livello europeo dall’agenzia Eurojust – ha dimostrato come la risposta giudiziaria transnazionale rappresenti oggi lo strumento più efficace per disarticolare i network criminali moderni.





Scegli il canale social su cui vuoi iscriverti