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Caivano, il pentito Barra: «Facemmo un golpe per scalzare la linea Zambella-Di Micco dal parco Verde»

Il ruolo di Lello Zambella come grande fornitore .Le confessioni del collaboratore di giustizia svelano la strategia per azzerare la concorrenza nel Parco Verde.
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Il Parco Verde di Caivano non è mai stato un semplice ipermercato della droga a cielo aperto, ma un laboratorio criminale in continua evoluzione. Quando i vecchi assetti dinastici sono crollati sotto i colpi delle sentenze e degli arresti, il vuoto di potere non è rimasto tale a lungo. L’ultima ordinanza di custodia cautelare, firmata dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia, mette nero su bianco la nascita di un nuovo, aggressivo gruppo criminale che aveva eletto via Uganda a proprio quartier generale.

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Per capire come si sia arrivati al blitz che ha portato in carcere i nuovi vertici del gruppo, bisogna entrare tra i palazzoni di via Uganda. Lì dentro, dicono le carte dei giudici, le decisioni venivano prese con la velocità tipica dei manager del crimine. Ma la scalata interna ha richiesto un atto di forza, una rottura drastica con il passato e con chi deteneva il monopolio delle forniture sul territorio.

Nelle confessioni del pentito emerge chiaramente la pianificazione del golpe criminale. Non si è trattato solo di spacciare, ma di una vera e propria operazione di sottomissione commerciale e territoriale.

Un isolato trasformato in una fortezza. Portoni blindati, telecamere nascoste persino nei lampioni pubblici, vedette pronte a lanciare l’allarme al minimo movimento sospetto delle forze dell’ordine. Ma a fare la differenza, questa volta, non è stata solo la capacità militare, bensì una spietata lungimiranza commerciale, capace di coniugare il traffico di stupefacenti su larga scala con l’ostentazione di una ricchezza smodata.

I verbali del pentito: «Abbiamo fatto il posto a Di Micco»

A fare luce sulle dinamiche interne a questa nuova paranza sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Giovanni Barra, le cui parole squarciano il velo di omertà che da sempre protegge i traffici di Caivano. Davanti ai magistrati, il pentito ha ricostruito millimetricamente il “golpe” interno che ha ridefinito la mappa del malaffare locale, spiegando come il nuovo gruppo abbia scalzato i vecchi leader senza chiedere il permesso a nessuno.

Il fulcro del racconto si condensa in un’azione mirata, un vero e proprio sfratto criminale attuato contro chi gestiva precedentemente i canali di distribuzione.

«La strategia era chiara fin dall’inizio, non potevamo più sottostare alle loro condizioni», ha messo a verbale il collaboratore di giustizia, ricostruendo i mesi caldi della transizione. «Abbiamo fatto il posto ai danni del Di Micco e, conseguentemente, di chi lo riforniva, ossia di Lello Zambella. Era l’unico modo per imporre il nostro prezzo e la nostra legge su via Uganda».

“Fare il posto”. Nel gergo brutale della malavita di Caivano, questa espressione non indica una semplice frizione temporanea, ma l’estromissione violenta e definitiva della concorrenza da una determinata zona di spaccio. Significa prendersi la clientela, decidere i prezzi al dettaglio, azzerare il potere economico del rivale e tagliare i ponti con i suoi storici fornitori.

 Il taglio della linea Zambella e il monopolio dei prezzi

L’attacco frontale a Di Micco, come rivelato dal pentito, era in realtà una mossa scacchistica molto più ampia, mirata a colpire il vero polmone finanziario e logistico della zona: Lello Zambella. Quest’ultimo, considerato dagli inquirenti un elemento chiave nella catena dell’approvvigionamento per i canali ufficiali del Parco Verde, si è trovato improvvisamente isolato, privato del suo terminale distributivo principale.

«Sapevamo perfettamente che Di Micco non si muoveva da solo e che dietro di lui c’era la figura di Lello Zambella a garantire il flusso continuo della merce», ha spiegato dettagliatamente il collaboratore ai magistrati dell’antimafia. «Colpendo Di Micco direttamente in via Uganda, togliendogli la piazza da sotto i piedi davanti a tutti, abbiamo mandato un messaggio chiaro e diretto a Zambella: i canali d’approvvigionamento da quel momento in poi li decidevamo noi, alle nostre condizioni. Chi non ci stava, era fuori».

Questo strappo ha permesso alla paranza di via Uganda di imporre un regime di monopolio assoluto, acquistando la droga a prezzi stracciati da canali alternativi (spesso legati ai grandi clan dell’area nord di Napoli) e rivendendola con ricarichi spaventosi, accumulando in pochissimo tempo una liquidità impressionante.

Sequestri di cash e Rolex tra le palazzine popolari

Ma le parole dei pentiti, per diventare prove schiaccianti in un’aula di tribunale, hanno bisogno di riscontri. E i riscontri, in questa inchiesta, parlano la lingua dei soldi e dell’oro. Durante le perquisizioni a tappeto che hanno accompagnato l’esecuzione delle misure cautelari, gli uomini della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza si sono trovati di fronte a un vero e proprio tesoro nascosto.

Mentre fuori le palazzine di via Uganda mostrano i segni del degrado urbano, all’interno dei covi della nuova paranza la realtà era ben diversa. I militari hanno scoperto doppifondi ricavati nei muri, intercapedini dietro i mobili della cucina e persino cassaforti interrate sotto il pavimento. All’interno, il bilancio del sequestro è stato clamoroso: mazzette di banconote da 20 e 50 euro per centinaia di migliaia di euro, avvolte nel cellophane termosaldato per proteggerle dall’umidità, pronte per essere reinvestite o utilizzate per il pagamento delle successive forniture.

Accanto al denaro contante, il vero status symbol dei nuovi signori della droga: gli orologi di lusso. Sono stati rinvenuti e sequestrati numerosi Rolex di pregio, modelli in oro e acciaio con cronografi sofisticati, dal valore di decine di migliaia di euro ciascuno. Per gli investigatori, quegli orologi non erano solo un modo per ripulire il denaro sporco della droga o una riserva di valore facilmente trasportabile; nel codice simbolico della nuova camorra di Caivano, indossare un Rolex d’oro significava esibire il potere, certificare il successo della scalata criminale avvenuta ai danni di Di Micco e della linea Zambella. Un’ostentazione di ricchezza che serviva a ribadire chi, in via Uganda, avesse preso il comando assoluto.

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Commenti (1)

Articolo interressante ma nonmi pare del tutt0 verificat0. I pentiti raccontono cose grosse, i magistrati forse hanno ancora da provare; i numeri di cash e Rolex sembrano esagerati e qualchi dettaglio manca. ViaUganda e DiMicco son descritti come un fortino, la situazion resta complessa e i nomi nonsempre concorda coi fatti.

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