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IL COLPO DI SCENA

Cold case di camorra al Rione Traiano, il boss confessa in aula: ‘Chiedo scusa, ma l’obiettivo era un altro’

Il boss di Bagnoli Massimiliano Esposito e il ras Maurizio Bitonto rompono il silenzio davanti al gip. Il capo clan confessa: «Diedi il consenso all'omicidio, ma il vero obiettivo era un altro».
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Napoli – Il processo di primo grado sul cold case dell’omicidio di Antonio Ivone, consumato nell’agosto del 2000 in via Tertulliano al Rione Traiano, si apre con un clamoroso colpo di scena. In videocollegamento dal carcere di Rebibbia, sottoposto al regime del 41 bis, il boss di Bagnoli Massimiliano Esposito, storico ras noto negli ambienti criminali come ’o scognato, ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee.

Davanti al gip Maria Laura Ciollaro e al pubblico ministero della DDA Maria Sepe, il capofamiglia flegreo si è rivolto direttamente ai familiari della vittima per chiedere scusa, ammettendo le proprie responsabilità ma offrendo una ricostruzione inedita degli equilibri di quell’estate di fuoco.

A ruota, sulla stessa linea, è arrivata anche la confessione del coimputato Maurizio Bitonto, alias provolino, difeso insieme a Esposito dal collegio composto dagli avvocati Rocco Maria Spina e Saverio Senese.

L’errore di persona e la vendetta mancata contro Rodolfo Zinco

Nel ricostruire i contorni del raid, Esposito, come riporta Il Roma,  ha spiegato di non aver voluto inizialmente colpire Antonio Ivone, imparentato con esponenti della fazione avversa. Il bersaglio designato del commando doveva essere Rodolfo Zinco, esponente del clan Rossi poi caduto anch’egli in un agguato.

Il piano di morte, secondo quanto emerso, nacque come risposta a due precedenti attacchi armati subiti dal clan Esposito, uno dei quali avvenuto mentre il capofamiglia si trovava in compagnia del figlio Christian, all’epoca piccolissimo. Non avendo trovato Zinco sulla strada, il commando ripiegò su Ivone, sorpreso all’esterno di un chiosco.

Un’azione sanguinosa che oggi, a cinquantacinque anni e con una maturità diversa, il boss flegreo ripudia fermamente, ammettendo di aver dato il consenso a un’azione spietata ma figlia di logiche criminali lontane nel tempo.

La risalita giudiziaria e il peso delle rivelazioni del pentito Marco Conte

L’ammissione di colpevolezza arrivata in apertura di rito abbreviato ridisegna i contorni di un’inchiesta complessa condotta dalla Squadra mobile e culminata nel giudizio immediato disposto dal gip Fabrizio Finamore.

Le indagini avevano registrato una svolta decisiva grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Marco Conte, il quale aveva puntato il dito contro un commando composto da sei persone, mirato a espandere il controllo criminale tra Fuorigrotta, Bagnoli e il Rione Traiano.

La vicenda giudiziaria aveva vissuto passaggi travagliati: dopo l’annullamento iniziale del Riesame e il successivo intervento della Corte di Cassazione, i giudici della Libertà avevano ripristinato la custodia cautelare, spianando la strada a un dibattimento che oggi, con la mossa a sorpresa dei due imputati, registra una svolta destinata a riscrivere la verità giudiziaria su quel lontano agguato di sangue.

Articolo modificato il 06/10/2026 alle 09:26 per revisione testo.
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