La fotografia che emerge dalle prime dichiarazioni di Carmine Grosso è quella di una Sanità attraversata da rapporti criminali mutevoli, alleanze, rifornimenti di stupefacenti e sistemi di imposizione del controllo territoriale.
Un racconto che arriva da un uomo che, per anni, ha conosciuto dall’interno le dinamiche della camorra napoletana e che oggi, dopo l’arresto nel blitz dello scorso marzo, ha deciso di collaborare con la giustizia.
Grosso, 61 anni, indicato nelle precedenti inchieste come esponente dell’area Misso, è tra i destinatari della maxi-operazione del 3 marzo 2026 contro i gruppi attivi nel centro di Napoli. In quella tornata investigativa furono eseguite misure cautelari nei confronti di 71 persone, nell’ambito di un più ampio procedimento che contava 81 indagati e che aveva ricostruito gli equilibri criminali in diversi quartieri cittadini, compresa la Sanità.
Ora il suo passaggio dalla parte dello Stato apre un nuovo capitolo dell’inchiesta. Tre verbali, redatti tra luglio e settembre e depositati nel procedimento con rito abbreviato, consentono alla Dda di Napoli di mettere agli atti una ricostruzione interna dei rapporti tra i diversi gruppi.
Il gruppo Savarese e la sponda dei Mazzarella
Il punto centrale delle dichiarazioni è il rapporto tra il gruppo di Salvatore Savarese, detto “’o Mellone”, e gli ambienti riconducibili ai Mazzarella.
È l’11 settembre scorso quando Grosso viene interrogato dai pubblici ministeri Urbano Mozzillo e Maria Sepe. Le domande si concentrano soprattutto sull’attività del gruppo Savarese e sul traffico di droga.
Il collaboratore racconta che il sodalizio si sarebbe rifornito prevalentemente attraverso Salvatore Barile, detto “Totoriello”, indicato nelle dichiarazioni come un punto di riferimento per l’approvvigionamento degli stupefacenti.
«Il suo gruppo – riferisce Grosso – si occupava prevalentemente di droga che riceveva da Salvatore Barile “Totoriello”».
Il racconto, come riporta Cronache di Napoli, prosegue con un altro nome: Salvatore Matrone, detto “Sasone”. Secondo quanto dichiarato dal collaboratore, sarebbe stato lui a portare alla Sanità la droga già confezionata, dopo averla ricevuta da Barile.
Grosso precisa di avere appreso alcuni passaggi anche da Gianluca Galeota, distinguendo dunque ciò che avrebbe visto personalmente da quanto gli sarebbe stato riferito da altri. È una distinzione processualmente rilevante, perché le dichiarazioni di un collaboratore devono essere sottoposte a verifica e riscontro.
I rifornimenti, Pirozzi e la rottura degli equilibri
Nel racconto di Grosso c’è poi un momento di svolta legato a Vincenzo Pirozzi.
Il collaboratore riferisce che il sistema dei rifornimenti sarebbe proseguito fino alla scarcerazione di Pirozzi. Da quel momento, secondo il suo racconto, gli equilibri sarebbero cambiati.
«Mi disse che non accettava quella situazione e che avrebbe provveduto diversamente a rifornirsi», afferma Grosso davanti ai pm.
È un passaggio che si inserisce nel quadro investigativo delineato dall’inchiesta di marzo: le carte dell’indagine avevano ricostruito il progressivo consolidamento del gruppo Savarese-Pirozzi nella Sanità e i rapporti con il cartello dei Mazzarella. Nella ricostruzione investigativa, l’alleanza non sarebbe stata soltanto formale, ma avrebbe avuto ricadute concrete sulla gestione delle piazze di spaccio e sul controllo del territorio.
La stessa indagine aveva documentato, secondo gli inquirenti, una presenza armata nel rione e una serie di contrasti con gruppi rivali. Le telecamere investigative avrebbero immortalato uomini armati mentre pattugliavano i vicoli della Sanità, mentre le intercettazioni avevano registrato conversazioni relative alla disponibilità di armi.
La droga già confezionata arrivava nei vicoli
Grosso entra quindi nel dettaglio della logistica dello stupefacente.
Racconta di un uomo chiamato Gabriele, che avrebbe provveduto alla consegna della droga nella Sanità. Il suo nome, nelle dichiarazioni del collaboratore, compare come quello di un altro anello della catena di distribuzione.
«La droga veniva poi consegnata nella Sanità da un tale Gabriele», afferma Grosso, spiegando di averlo visto frequentare il rione fino all’arresto di Pirozzi e alla sua successiva collocazione in casa di lavoro.
Il quadro delineato è quello di una filiera nella quale la sostanza stupefacente sarebbe arrivata già confezionata, passando attraverso più soggetti prima di raggiungere le piazze di vendita.
Ed è proprio qui che il racconto del collaboratore assume un particolare rilievo investigativo: non si limita a indicare presunti fornitori, ma prova a descrivere la struttura economica del sistema.
«A sistema»: il prezzo della droga e la “settimana”
Grosso parla infatti della vendita della cocaina ai titolari delle diverse piazze di spaccio.
La droga, spiega, sarebbe stata ceduta «a sistema», cioè secondo un meccanismo nel quale il prezzo non rappresentava soltanto il costo della sostanza.
A quel prezzo si aggiungeva la “settimana”, una somma che il gestore della piazza avrebbe dovuto versare al Sistema per poter continuare a svolgere l’attività di spaccio.
È uno degli elementi più significativi del verbale perché descrive la camorra non soltanto come soggetto che commercia droga, ma come struttura che pretende di regolare il mercato clandestino, imponendo una forma di tassazione alle singole piazze.
E il meccanismo, secondo quanto riferito da Grosso, avrebbe funzionato anche quando il sistema non era in grado di garantire la fornitura.
«Quando il sistema non riusciva a rifornire le piazze di droga, chiedeva soltanto il pagamento della settimana».
In altre parole, la quota sarebbe stata dovuta comunque: il rischio commerciale sarebbe rimasto sulle spalle del gestore della piazza, mentre al Sistema sarebbe spettato il pagamento per il semplice fatto di poter esercitare l’attività nel territorio controllato.
I nomi della squadra di “Mellone”
Quando i pm gli chiedono chi facesse parte del gruppo di Savarese, Grosso fornisce una sequenza di nomi.
Indica Gianluca Galeota, “Sasillo”, Vincenzo Peluso figlio di “Cicciobello”, Gennaro De Martino, Amodio e Salvatore Matrone, precisando che, a suo dire, tutti tranne Savarese frequentavano Barile.
«In buona sostanza, comandava alla Sanità perché questi erano suoi ragazzi», racconta il collaboratore riferendosi a Barile.
È una frase che fotografa, nella sua versione, un rapporto di forza preciso: da una parte il gruppo di Savarese, dall’altra un soggetto ritenuto centrale nella gestione dei rifornimenti. Il dato dovrà naturalmente essere confrontato con le altre risultanze investigative.
Tra i nomi citati da Grosso figurano persone già presenti nel procedimento scaturito dal blitz di marzo. Nell’elenco degli indagati dell’inchiesta compaiono, tra gli altri, Gianluca Galeota, Carmine Grosso, Salvatore Matrone, Vincenzo Peluso, Vincenzo Pirozzi e Salvatore Savarese.
Una carriera criminale cominciata molto prima dell’ultima inchiesta
La storia criminale di Grosso, però, non comincia con l’operazione del 2026.
Il suo nome compare da molti anni nelle vicende della criminalità organizzata della Sanità. Nel 2008, quando aveva 43 anni, Grosso fu destinatario di un provvedimento nell’ambito di un’inchiesta sul clan Misso. Il suo nome compariva tra quelli coinvolti nell’indagine relativa alla faida della Sanità tra il gruppo Misso e la componente riconducibile a Salvatore Torino.
Nella stessa inchiesta emerse anche il suo nome in relazione all’omicidio di Mario Ferraiuolo, ucciso a Napoli il 15 maggio 2001. Secondo quanto riportato all’epoca, Grosso era indicato tra i presunti esecutori del delitto. Si tratta di una contestazione giudiziaria storica che va distinta dalle accuse e dagli elementi dell’inchiesta del 2026.
Prima ancora i Vastarella
Ancora più indietro nella traiettoria criminale ricostruita dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia compare il rapporto con il clan Vastarella delle Fontanelle.
Il collaboratore Rosario De Stefano, che aveva militato nel gruppo, indicò Carmine Grosso, soprannominato “’o Cecat”, tra gli appartenenti al sodalizio, specificando che in seguito sarebbe passato con i Misso. Nella sua ricostruzione Grosso avrebbe avuto compiti legati alle estorsioni, alle azioni armate e al rifornimento delle piazze di spaccio.
Lo stesso De Stefano raccontò anche un episodio particolarmente violento: secondo la sua versione, Grosso sarebbe stato aggredito nella Sanità da alcuni esponenti dei Vastarella tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, dopo il suo passaggio nell’area Misso e a seguito di contrasti con esponenti della famiglia.
Il racconto restituisce così una traiettoria segnata da cambi di schieramento, guerre interne, alleanze e successive ricomposizioni, in un territorio nel quale gli equilibri criminali sono cambiati più volte.
Il vecchio ruolo nella macchina dei Misso
Un altro elemento emerge da una precedente ricostruzione giudiziaria relativa agli affari del clan Misso.
In un documento giudiziario riportato online, Grosso viene indicato come uno degli uomini che, insieme a Mariano Mirante, avrebbe assunto la gestione della cassa derivante dalla vendita degli stupefacenti dopo l’arresto di Giuseppe Misso nel 2003. Il riferimento è alla gestione dei proventi delle attività criminali e, in particolare, del denaro proveniente dal traffico di droga.
È un particolare che, letto insieme alle nuove dichiarazioni, restituisce una continuità significativa: il tema della droga e della gestione economica dei proventi criminali attraversa diverse fasi della carriera di Grosso.
Anche il suo nome compareva in precedenti ricostruzioni investigative sui rapporti interni al gruppo Misso e sulle dinamiche della Sanità.
Il passaggio dalla parte dello Stato
Adesso, a distanza di anni dalle prime vicende giudiziarie nelle quali è comparso il suo nome, Grosso ha deciso di collaborare con la giustizia.
La collaborazione si colloca all’interno del procedimento nato dall’operazione di marzo, che aveva acceso nuovamente i riflettori sugli equilibri criminali della Sanità e sui rapporti tra il gruppo Savarese-Pirozzi e il cartello dei Mazzarella. Le dichiarazioni rese tra luglio e settembre possono dunque rappresentare, per gli investigatori, un nuovo patrimonio informativo da verificare attraverso intercettazioni, documentazione, precedenti dichiarazioni di altri collaboratori e gli elementi già acquisiti nell’inchiesta.



