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Napoli, bimba nata dall’embrione di un’altra coppia: i genitori chiedono 540mila euro all’Asl

Angela e Marco, 36 e 41 anni, hanno scoperto dopo la nascita della seconda figlia che la bambina non è biologicamente loro. La diffida è stata notificata all’Asl Napoli 1 e alla direzione sanitaria. Sul caso è aperta un’inchiesta della Procura di Napoli
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Napoli – Una gravidanza attesa, un parto, la gioia per l’arrivo della seconda figlia. Poi il dubbio, nato da un dato apparentemente semplice ma impossibile da ignorare: il gruppo sanguigno della neonata non risultava compatibile con quello dei genitori.

È da quel momento che, per una coppia napoletana, il percorso della fecondazione assistita si è trasformato in una vicenda giudiziaria ancora aperta.

Angela, 36 anni, e Marco, 41, si erano rivolti al Centro di Medicina della Riproduzione dell’ospedale San Paolo di Napoli per avere un secondo figlio. Non era la loro prima esperienza nella struttura: attraverso la stessa tecnica di procreazione medicalmente assistita avevano avuto il loro primogenito, nato il 23 settembre 2024.

Questa volta, però, qualcosa non ha funzionato.

Il 3 giugno 2025 è nata una bambina. Gli accertamenti genetici successivi hanno stabilito che la piccola non era biologicamente figlia della coppia. Il test del Dna ha quindi confermato il sospetto che era maturato dopo la scoperta relativa al gruppo sanguigno.

L’embrione di un’altra coppia

La ricostruzione emersa dagli accertamenti ha portato a individuare il punto critico nella procedura di procreazione medicalmente assistita: alla donna sarebbe stato trasferito un embrione appartenente a un’altra coppia.
È qui che la vicenda assume il suo profilo più delicato. I genitori hanno parlato di scambio di embrioni, ponendosi una domanda che ancora oggi rappresenta uno degli aspetti più dolorosi della vicenda: che fine hanno fatto i loro embrioni congelati?

La coppia aveva infatti conservato nel centro altri embrioni ottenuti attraverso il percorso di fecondazione assistita. Da qui il timore che uno o più di quei materiali biologici possano essere stati utilizzati per un’altra paziente.

Su questo punto, tuttavia, la posizione dell’Asl Napoli 1 Centro è diversa. L’Azienda sanitaria ha chiarito nell’agosto scorso che non si sarebbe verificato uno scambio di embrioni in senso reciproco: secondo la ricostruzione dell’Asl, sarebbe stato commesso un errore nella procedura di impianto, con il trasferimento alla donna dell’embrione di un’altra coppia, mentre gli embrioni della coppia che ha denunciato il caso non sarebbero stati impiantati in un’altra donna.

La denuncia e l’inchiesta della Procura

Dopo la scoperta, la coppia ha deciso di rivolgersi alla magistratura. La denuncia è stata presentata nel luglio 2025 e sul caso è stato aperto un fascicolo dalla Procura di Napoli.

Gli accertamenti sono stati affidati anche ai Nas dei carabinieri, chiamati a verificare quanto accaduto all’interno del centro di procreazione medicalmente assistita del San Paolo. L’inchiesta, secondo quanto emerso, procede per l’ipotesi di lesioni colpose.

Nel frattempo sono stati effettuati controlli sulla struttura e sulla gestione delle procedure. Una successiva ispezione ministeriale e del Centro nazionale trapianti aveva fatto emergere criticità nella gestione dei dati e delle registrazioni relative alle procedure di procreazione assistita.

La vicenda ha inoltre coinvolto altre coppie che si erano sottoposte a trattamenti nello stesso centro. Ad agosto tre ulteriori famiglie si erano rivolte allo stesso legale per chiedere informazioni sulla sorte del proprio materiale biologico congelato.

La domanda che resta: chi sono i genitori biologici?

C’è poi un altro elemento che rende particolarmente complessa la vicenda.
La bambina nata nel giugno 2025 è biologicamente figlia di un’altra coppia. Ma l’identità dei genitori biologici non è stata resa pubblica. Gli accertamenti hanno quindi dovuto concentrarsi anche sulla ricerca della coppia alla quale apparteneva l’embrione trasferito per errore.

Secondo quanto emerso nell’estate scorsa, erano numerose le coppie trattate nello stesso periodo presso il centro. Gli accertamenti sono serviti proprio a ricostruire la provenienza dell’embrione e la catena delle procedure eseguite nella struttura.

Per Angela e Marco, intanto, la questione non riguarda soltanto la certezza genetica della maternità e della paternità. La bambina che la donna ha portato in grembo, partorito e che la coppia sta crescendo è ormai parte della loro vita.

«La bambina sarà nostra figlia»

Nel corso delle interviste rilasciate dopo la denuncia, il padre ha spiegato di amare la bambina e di voler continuare a crescerla, pur chiedendo che venga fatta piena luce sull’errore.
Il nodo resta quello della verità biologica e della sorte degli embrioni della coppia. Un interrogativo che, secondo quanto raccontato dai genitori, ha accompagnato la famiglia per mesi e che rappresenta uno degli aspetti centrali anche della loro iniziativa giudiziaria.

La vicenda, dunque, non si esaurisce nella scoperta dell’embrione errato. Da una parte ci sono l’indagine della Procura e gli accertamenti sulla procedura seguita nel centro; dall’altra le domande della coppia e quelle delle altre famiglie che hanno chiesto informazioni sui propri embrioni.

Ora la richiesta di risarcimento da 540mila euro

L’ultimo capitolo è arrivato con la diffida e messa in mora notificata via Pec all’ASL Napoli 1 Centro e alla direzione sanitaria dell’ospedale San Paolo.

L’avvocato Francesco Petruzzi, che assiste Angela e Marco, ha formalizzato una richiesta di risarcimento pari a 540mila euro, alla quale dovranno aggiungersi le spese legali e l’eventuale danno psichico futuro riferito al primogenito.

Alla richiesta è stata allegata anche la relazione del consulente di parte, il dottor Luca Scognamiglio, nella quale vengono individuate diverse voci di danno che, secondo la prospettazione della coppia, sarebbero conseguenza dell’errore nella procedura.

Tra queste vengono indicate il danno biologico permanente di natura psichica, il danno derivante dalla lesione dell’autodeterminazione procreativa, la cosiddetta “nascita indesiderata”, il danno legato alla compromissione degli embrioni propri, quello derivante dall’ignoranza genetica e il danno riflesso che avrebbe interessato il primogenito.

La cifra di 540mila euro rappresenta dunque, nell’impostazione dell’atto, la quantificazione economica di una vicenda che la famiglia considera ben più ampia del singolo errore tecnico: riguarda la procreazione, l’identità genetica, la certezza sulla sorte degli embrioni e le conseguenze psicologiche che i genitori sostengono di avere subito.

Restano ora da vedere gli sviluppi dell’inchiesta penale e gli eventuali esiti della richiesta risarcitoria. Due procedimenti distinti, ma destinati inevitabilmente a incrociarsi sullo stesso interrogativo: come sia stato possibile che, all’interno di un percorso di procreazione medicalmente assistita, a una donna sia stato trasferito un embrione appartenente a un’altra coppia.

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