L’omicidio di Raffaele Cinque, la confessione involontaria del killer al telefono con la ragazza dal carcere
Il delirio di onnipotenza del ras Giuseppe Bove catturato dalle microspie del carcere. Tra minacce di morte alla fidanzata, ammissioni involontarie sull'omicidio Cinque,
L’epilogo dell’omicidio di Raffaele Cinque, alias “Sasà a Ranf”, non si gioca tra i vicoli polverosi della Stadera, ma a centinaia di chilometri di distanza, nel chiuso di una cella del carcere di Prato. È qui che l’indagine della Dda di napoli, che ha portato al blitz della scorsa settimana, compie il suo salto di qualità definitivo. Ed è qui che la figura di Giuseppe Bove, rampollo dei “Polpetta” arrestato per una truffa agli anziani a Pistoia e non ancora formalmente accusato del delitto al momento delle captazioni, si svela in tutta la sua feroce e spietata caratura criminale.
Le intercettazioni audio e video registrate durante i colloqui telematici tra il Bove e la sua fidanzata, non sono solo una prova giudiziaria: sono un documento sociologico, una discesa vertiginosa negli inferi della mentalità camorristica.
Il rinfaccio e la confessione sfuggita: “Prendo vent’anni!”
Tutto precipita nei primi giorni di marzo 2024. Le videochiamate dal carcere, apparentemente concesse per mantenere i legami affettivi, diventano il palcoscenico di una rottura violenta tra Giuseppe e la giovana compagna. La ragazza è esasperata. Non sopporta i comportamenti della famiglia di lui, in particolare del padre Pasquale e della sorella .
In una drammatica conversazione del 9 marzo, la ragazza supera il limite dell’omertà di coppia e gli sbatte in faccia la cruda verità: gli rinfaccia che, nonostante la sua famiglia lo tratti male e continui a sbagliare, lui per difendere la sorella è arrivato addirittura a uccidere un uomo (il movente scatenante dell’omicidio Cinque, a seguito dell’aggressione subita).
Giuseppe Bove viene colto dal panico. Sa bene che i muri del carcere hanno le orecchie. Le sue reazioni sono un misto di terrore giudiziario e rabbia incontrollabile. Tenta goffamente di ricordarle che lui è in prigione solo per la truffa: “Non ho fatto proprio niente!” urla, ma la ragazza ribatte inesorabile: “Giuseppe, tu lo hai detto!”. A quel punto Bove perde il controllo, gesticola furiosamente e sibila una frase che vale un’ammissione di colpa: “Questa cosa non si sa niente!… Se tu questa cosa che stai dicendo lo sai che io prendo 20… prendo 20 anni io?”.
Poco tempo prima, per giustificare alla ragazza una sua assenza di dieci giorni precedente all’arresto per truffa, Giuseppe le aveva candidamente ammesso di essere “scomparso” perché aveva fatto del male a una persona che “ora non c’è più”, legando chiaramente l’evento alla vendetta per lo sgarbo subito dalla sorella.
“A me non uccide nessuno!”: Il delirio di onnipotenza
Ma la paura della galera dura un attimo. Nella mente del killer subentra subito l’ego ipertrofico del criminale che si sente intoccabile, forgiato dall’omertà della Stadera e dalle logiche del Clan Contini. In un altro passaggio agghiacciante delle intercettazioni, Bove teorizza la propria immortalità: “Ma a me non mi uccide nessuno! A me non mi uccide nessuno! Perché io sono un figlio di una buona mamma! A me nessuno mi uccide!”.
È la tracotanza di chi crede di avere il diritto di vita e di morte sul quartiere. Eppure, fuori dalle mura, sa che l’aria è tesa, che la guerra sotterranea con la fazione opposta e le faide per la droga (“questioni tra la mia famiglia e un’altra famiglia… guerre ed altre cose”) potrebbero riaccendersi in ogni istante.
La lista di proscrizione: l’ombra del “Libro Nero”
Il punto di non ritorno, quello che trasforma la puntata 4 di questa inchiesta in un vero e proprio “thriller dell’orrore”, si raggiunge quando Bove decide che la sua fidanzata è ormai una nemica, colpevole di mancato rispetto. Le minacce che le rivolge non sono i semplici sfoghi di un uomo esasperato dalla detenzione, ma vere e proprie sentenze di morte mafiose.
Le parole registrate in ordinanza fanno accapponare la pelle. “Vi devo far uccider… io vi uccido con le mie mani a tutti quanti quando esco! Vi do la mia parola”, ringhia Bove. E di fronte ai tentativi della ragazza di smorzare i toni, rincara la dose con una freddezza glaciale: “Se io non prendo a mio zio, non vengo a casa tua là sopra… prendo a te, a tua madre, a tutti quanti! […] Io questa galera la sto facendo solo per voi! Credimi! E non li mando a chi devo mandare perché non li voglio mandare, perché lo devo fare io di persona! Hai capito?”.
Bove si considera l’incarnazione del male assoluto, e lo dice esplicitamente: “Tu forse non hai capito … tu ti pensi che… tu stai scherzando con il diavolo, “. Ed è in questo contesto di odio puro che rivela l’esistenza del suo testamento criminale. Bove non perdona, Bove annota tutto. “Io tengo tutto scritto… il libro nero… tutti quelli a cui devo farla pagare, mi sono segnato tutti i nomi… ma io vi sparo! Forse non hai capito, io vi sparo! […] La prima sera che esco devo fare l’inferno! Tanto, i compagni che mi danno l’appoggio… che mi danno questa”, aggiunge, e mentre pronuncia le ultime parole, a favore di telecamera, mima con le mani l’inequivocabile gesto di un’arma da fuoco pronta a sparare.
Il telefono e il degrado morale
L’arroganza criminale del clan non si ferma davanti a niente, nemmeno davanti al corpo della compagna. Verso la fine di marzo 2024, è previsto un colloquio in presenza nel carcere di Prato. Bove ne vuole approfittare per ottenere un telefono cellulare clandestino, strumento essenziale per continuare a impartire ordini all’esterno.
Come fargli superare i controlli del metal detector e delle guardie penitenziarie? Le telecamere di sorveglianza della sala video-colloqui catturano una scena tanto squallida quanto emblematica. Giuseppe spiega alla ragazza, con minuziosi gesti anatomici, come dovrà occultare il micro-cellulare (probabilmente grande quanto un accendino) all’interno delle proprie parti intime.
L’indagato unisce gli indici e i pollici, mimando esplicitamente l’organo femminile, e le ordina: “Quando lo metti così… fatto… una volta che stai qua, vai in bagno e fai solo così”.
La ragazza, che pure è cresciuta a contatto con queste dinamiche, stavolta si rifiuta di degradare se stessa a mero contenitore per la camorra. “Giuseppe, ti ho promesso una cosa, non ti ho promesso quella cosa”, risponde gelida.
È la rottura definitiva. È l’ultimo tassello di un’ordinanza che non si limita a ricostruire gli spostamenti, le pallottole e la morte violenta di “Sasà a Ranf”, ma che ha il coraggio e la lucidità di mostrare senza filtri il vuoto morale su cui poggia l’impero della nuova malavita organizzata. Un impero fatto di fughe, omertà familiare, libri neri scritti nella mente e un delirio di onnipotenza destinato a schiantarsi contro i cancelli di una prigione.
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