Le dichiarazioni del pentito

«Vedi che portiamo tot soldi»: così le guardie giurate infedeli guidavano l’assalto ai portavalori

Nel mirino della banda di Cerignola il caveau Battistolli da 70 milioni. Arruolati trenta uomini tra tiratori scelti ed escavatoristi. Sventato anche un sequestro di persona.
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Vedi Che Portiamo Tot Soldi Cosi Le Guardie Giurate Infedeli Guidavano Lassalto Ai Portavalori 2026 07 13
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Bari – C’era una rete strutturata di complicità e di informazioni riservate dietro la spaventosa scia di assalti ai furgoni blindati che ha insanguinato le strade della Puglia. A squarciare il velo sull’alto livello organizzativo della criminalità cerignolana sono le pesanti ammissioni di Andrea Quitadamo, esponente di spicco del racket foggiano oggi collaboratore di giustizia.

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Davanti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, il pentito ha confermato il sospetto più inquietante degli inquirenti: «C’era l’appoggio dentro».

Le guardie giurate infedeli, secondo quanto messo a verbale, fungevano da vere e proprie antenne per i commando militari, segnalando i dettagli logistici e l’entità dei carichi: «Vedi che portiamo tot soldi», era il tenore delle soffiate interne che permettevano alla banda di muoversi a colpo sicuro.

L’assalto da 70 milioni al caveau

L’infedeltà di alcuni dipendenti degli istituti di vigilanza non si limitava al monitoraggio dei furgoni in transito. Le indagini hanno documentato come una talpa interna avesse fornito tutti gli elementi logistici ed elettronici necessari per pianificare il colpo più ambizioso: l’assalto al caveau della società di vigilanza “Battistolli” di Bari.

Una fortezza che custodisce e movimenta il denaro contante dell’intera regione, all’interno della quale la banda puntava a saccheggiare un bottino stimato in ben 70 milioni di euro.

La pianificazione, secondo l’impianto accusatorio, era chirurgica. I capi dell’organizzazione avevano stabilito che il blitz dovesse scattare a ridosso della fine del mese, in concomitanza con la partenza dei blindati adibiti al pagamento delle pensioni, momento di massima giacenza di denaro contante nelle casseforti.

Nelle intercettazioni captate dagli investigatori si coglie l’euforia dei promotori per quello che consideravano il colpo della vita: «Un lavoro di lusso, ci portiamo via un milione a testa. Tu così non ci vai più a rubare», diceva uno dei vertici del gruppo, ignaro di essere sotto ascolto.

Un esercito di trenta uomini

Per espugnare il caveau barese, l’organizzazione stava reclutando una vera e propria forza paramilitare composta da circa trenta persone. I requisiti richiesti erano specifici e complementari: da un lato, “professionisti” con eccezionale abilità nel maneggiare armi da guerra; dall’altro, operai specializzati in grado di condurre imponenti mezzi meccanici.

Nel piano della banda, infatti, un ruolo chiave spettava a un grosso escavatore modificato, descritto nelle intercettazioni come un mezzo micidiale, «uno di quelli che sfondano come una bomba», indispensabile per sventrare le mura perimetrali della struttura.

Dall’inferno di Toritto al sequestro sventato

I piani del commando sono stati mandati in fumo da un massiccio blitz d’iniziativa che nel fine settimana ha portato all’arresto di sette soggetti a Cerignola e all’iscrizione di altre nove persone nel registro degli indagati. L’inchiesta, coordinata dalla Dda barese, affonda le sue radici nel sanguinoso assalto compiuto il 6 novembre 2024 lungo la Strada Statale 96, in territorio di Toritto.

In quell’occasione, il gruppo criminale entrò in azione sprigionando una potenza di fuoco impressionante, esplodendo oltre cinquanta colpi di kalashnikov contro il blindato. Un elemento, tuttavia, si è rivelato fatale per la tenuta del sodalizio: il ferimento di uno dei rapinatori durante il conflitto a fuoco. Proprio le tracce e gli accertamenti successivi su quel ferito hanno offerto agli investigatori la chiave di volta per mappare l’organigramma e identificare i presunti responsabili.

Il monitoraggio tecnico ha infine svelato che la pericolosità del gruppo si estendeva oltre le rapine. Gli inquirenti hanno infatti sventato in extremis il sequestro di persona di un noto imprenditore, programmato fuori regione, finalizzato all’ottenimento di un ingente riscatto. Un’operazione criminale poliedrica e transregionale che, secondo i magistrati, conferma la presenza di una struttura criminale feroce, altamente organizzata e dotata di arsenali da guerra capaci di colpire ovunque sul territorio nazionale.

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Commenti (1)

Questo caso e’ serio pero ci son ancora tantii punti da chiarire, sembra che dentro cera una complicità, ma il processi devono dir la loro verità. Le indagin non spiegano ben tutti i legami e molte prove vanno verificate x cauto passi senza precipitazzioni, xkè la fretta puo sbagliare le sentenze.

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