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Il retroscena dell'inchiesta

Banda del buco, la confessione di Ferdinando Russo: «Mi accuso di tutto io». Incastrati dalle microspie

I verbali inediti della confessione di Ferdinando Russo svelano i dettagli ingegnosi e i fallimenti della banda.«Abbiamo preso solo 600 euro, un macello».
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Il “patto del buco” nato un mese e mezzo prima: la pianificazione era iniziata ben prima che i martelli demolitori e le cazzuole scalfissero il cemento del sottosuolo di Aversa. Cinque uomini, un obiettivo preciso — la gioielleria “Marotta” — e una strategia studiata nei minimi dettagli.

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A raccontare l’architettura interna del commando è lo stesso Ferdinando Russo, bloccato dagli agenti della Polizia di Stato nella mattinata del 5 novembre 2022 e spinto a vuotare il sacco per un disperato istinto di protezione familiare: «Il piano per fare questo “colpo” è nato un mese e mezzo prima del giorno della rapina ed è stata organizzata e realizzata da me e altre 4 persone».

Davanti agli inquirenti della Squadra Mobile, Russo ha riavvolto il nastro di un’operazione sotterranea logorante: «È stata necessaria una preparazione per cui ci siamo dovuti procurare degli attrezzi del tipo mazzole, cazzuole, stivali, tute da lavoro e passamontagna.

Gli attrezzi servivano per iniziare uno scavo nelle fogne per arrivare all’obiettivo… visto che il nostro progetto prevedeva che l’ingresso sarebbe avvenuto dal pavimento».

Venti giorni nella melma: lo stratagemma del fazzoletto

Il racconto  si sposta nel labirinto fognario sotto via Andreozzi. Un lavoro da minatori della criminalità durato circa venti giorni, sospeso solo quando il meteo rischiava di trasformare i canali in trappole mortali:

«Non entravamo nelle fogne tutti i giorni a causa del maltempo. Solo quando c’era il sole, facevamo ingresso nelle fogne attraverso un tombino che si trovava in una strada – credo si chiami via Andreozzi». Per orientarsi al buio, sotto tonnellate di asfalto, la banda aveva escogitato un sistema artigianale ma efficace.

Russo spiega il posizionamento dei punti di riferimento: «Io mi ero recato precedentemente sul tombino più vicino alla gioielleria “Marotta”; qui, avevo inserito un fazzoletto all’interno del tombino lasciando un punto di riferimento. Così, quando siamo entrati nelle fogne, abbiamo ritrovato il fazzoletto che era un segnale per capire che eravamo vicini alla gioielleria».

Da quel momento scattava la matematica del colpo: «Ci siamo basati sul sistema del “conteggio dei passi”: ossia, abbiamo prima contato i metri in strada per calcolare la distanza dal tombino in cui avevamo lasciato il fazzoletto e l’ingresso della gioielleria e, poi, avevamo replicato lo stesso conteggio dei metri quando eravamo nella fogna».

Mentre tre di loro si alternavano nello scavo pesante, un quinto complice restava in superficie a fare da “palo”, muovendosi in bicicletta e comunicando con segnali acustici rudimentali per non farsi intercettare: «La segnalazione veniva fatta quasi sempre facendo rumore sul pavimento, cioè battendo coi piedi, facendo cadere la bici o qualcosa di pesante, tipo un cacciavite… raramente usava una delle radioline portatili che avevamo».

Il brivido dell’ispezione dei Vigili del Fuoco

Pochi giorni prima del raid, il piano ha rischiato di saltare. Il proprietario della gioielleria, insospettito da rumori sordi provenienti dal pavimento, ha allertato le forze dell’ordine. Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco, la Polizia Municipale e i Carabinieri. Un momento di massima tensione che Ferdinando Russo ha seguito di persona, mischiandosi tra i passanti: «Io andai sul posto e vidi che avevano aperto i tombini e stavano facendo l’ispezione però non arrivarono dove stava l’obiettivo».

I tecnici dell’emergenza non sono riusciti a penetrare nell’antro della banda. Il motivo? Lo descrive Russo con assoluto realismo: «Credo che durante l’ispezione non siano arrivati al punto dello scavo perché per raggiungerlo era necessario sdraiarsi e percorrere alcuni metri con la pancia e la faccia a contatto con la melma e l’acqua sporca».

Il giorno successivo, accertatosi che il martinetto idraulico (il crick) e la piastra di ferro posizionati sotto il pavimento del negozio erano intatti, il commando ha deciso di agire.

L’assalto armato e il bottino della discordia

La mattina del colpo, intorno alle 7:30, la banda entra in azione. Un componente viene sostituito all’ultimo minuto per “questioni personali”. Ricevuto il via libera dal palo in strada, Russo aziona il crick, sfonda il pavimento ed emerge per primo nella gioielleria impugnando una pistola a salve priva del tappo rosso.

Le tre persone presenti nel locale — il titolare e due clienti — vengono immobilizzate con fascette di plastica ai polsi e rinchiuse in un retrobottega. Nonostante l’imprevisto del figlio del proprietario, che riesce a spalancare la porta con una spallata prima di essere respinto dall’arma spianata, i rapinatori riescono a svuotare la cassaforte e le vetrine.

Poi la fuga precipitosa attraverso lo stesso buco fognario, abbandonando le armi lungo il tragitto e gettando le tute nell’acqua sporca. L’unico oggetto non pianificato? Un Rolex sottratto a un cliente. Ma i proventi reali si sarebbero rivelati una miseria rispetto alle aspettative

. Russo dichiara infatti di aver ricevuto solo una quota misera: «La merce rapinata è stata portata via da uno del gruppo che poi l’ha venduta e mi ha dato la mia parte, corrispondente a 2.000 euro». Soldi che l’indagato sostiene gli servissero disperatamente per pagare le cure mediche del fratellino di 7 anni.

Le microspie in Questura distruggono la strategia difensiva

Il vero colpo di scena giudiziario, tuttavia, non arriva dalle dichiarazioni spontanee di Ferdinando, ma dai microfoni nascosti della Squadra Mobile di Caserta. Subito dopo le perquisizioni, i fratelli Russo (Ferdinando, Francesco e Jonathan) vengono portati negli uffici della Polizia. Non sanno di essere intercettati. Ferdinando, terrorizzato dall’idea che un complice (Giuseppe Palumbo) li abbia “cantati” alle forze dell’ordine, ordina al fratello Francesco di fingersi totalmente estraneo ai fatti.

L’obiettivo è chiaro: accollarsi l’intera responsabilità penale per salvare il resto della famiglia. Le immagini catturate dalle telecamere di sorveglianza mostrano i volti tirati, i sussurri e i gesti d’intesa sul divano dell’ufficio di Polizia.

Francesco inizialmente recepisce la direttiva e si dice pronto a proteggere il sangue del suo sangue: «…un problema tanto mi accuso tutto quanto io…».

Ma la foga del momento fa commettere a Francesco l’errore fatale. Quando crede di non essere ascoltato, si lascia andare a sfoghi colmi di rancore verso il presunto delatore e, soprattutto, utilizza la prima persona plurale, auto-esiliandosi dalla posizione di innocente: «…più la rapina nostra…».

E ancora, lamentandosi del magro bottino rispetto al valore stimato dai media: «…il colpo da 300.000 euro… lo dovrebbero sapere che abbiamo preso 600 euro!».

«Abbiamo fatto un macello»: le intercettazioni

A chiudere il cerchio investigativo sono i tabulati e le registrazioni delle telefonate effettuate da Francesco Russo non appena lasciato in stato di libertà dagli uffici della Questura (mentre il fratello Ferdinando veniva formalmente sottoposto a fermo). Parlando al telefono con la fidanzata, il giovane non riesce a trattenere il peso del vuoto che gli si sta creando attorno.

Dopo averle confidato il sequestro del cellulare e il colloquio con il proprio avvocato, pronuncia la frase che per la Procura equivale a una firma in calce al registro degli indagati: «Comunque abbiamo fatto un po’ un macello veramente».

Un ammissione di corresponsabilità evidente per gli inquirenti, ulteriormente aggravata da una successiva scenata di gelosia e rabbia esplosa la domenica seguente. La fidanzata, ricordandogli ingenuamente che lui stesso le aveva detto di non poter pranzare insieme perché «domenica me ne devo andare», fa saltare i nervi a Francesco.

Secondo la tesi della Polizia Giudiziaria, quella partenza coincideva perfettamente con i piani di Giuseppe Palumbo per avviare le fasi preparatorie di un nuovo colpo in trasferta. La reazione furiosa del Russo, che insulta pesantemente la compagna nel tentativo di ritrattare («non dovevo andare da nessuna parte», dirà poi parlando di un pranzo al ristorante), è per i magistrati la prova regina: la banda del buco era già pronta a colpire ancora.

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Commenti (1)

Larticolo è lungo ma pure confusso, spiega il buco, i passaggi e i nomi, ma molte cose non tornano : i tempi sembrano sballati e i numeri appaiono sbagliat, la polizia pare aver fatto il lavoro ma ci son dettagli mancanti, il racconto sembra piu romanzo che verbale, non mi convince del tuttos.

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