La crisi dei Campi Flegrei avrebbe un “motore” profondo, invisibile in superficie ma capace di modificare progressivamente l’intero sistema vulcanico. È la continua risalita di fluidi magmatici che, secondo un nuovo studio multidisciplinare, si accumulano a circa 3-4 chilometri di profondità per poi risalire verso l’alto, pressurizzando e riscaldando il sistema idrotermale sovrastante.
È questo il quadro che emerge dalla ricerca condotta da un gruppo di studiosi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), dell’Università degli Studi di Perugia e dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, pubblicata sulla rivista scientifica Science Advances.
Ventisette anni di dati per leggere l’evoluzione del vulcano
Alla base dello studio c’è un patrimonio di dati particolarmente ampio: più di 30mila misurazioni del flusso di anidride carbonica (CO2) effettuate nell’area Solfatara-Pisciarelli nell’arco di 27 anni, dal 1998 al 2025.
Le campagne di monitoraggio, condotte con frequenza mensile, hanno consentito ai ricercatori di seguire nel tempo l’evoluzione delle emissioni e di confrontarla con gli altri principali parametri dell’attività vulcanica.
Il dato più significativo riguarda proprio la CO2. A partire dal 2005, anno individuato come l’inizio della fase di crisi ancora in corso, le emissioni dal suolo della Solfatara hanno registrato una crescita quasi esponenziale.
Un andamento che, secondo i ricercatori, presenta una stretta correlazione con il progressivo sollevamento del suolo nell’area flegrea.
Il suolo si solleva, la sismicità aumenta
Il fenomeno del bradisismo trova così un ulteriore elemento di lettura nei dati geochimici. Il sollevamento del terreno a Pozzuoli ha raggiunto circa 1,6 metri nel dicembre 2025, accompagnandosi all’intensificarsi della sismicità.
Per gli autori della ricerca, la correlazione tra emissioni di CO2, deformazione del suolo e terremoti contribuisce a delineare il meccanismo alla base dell’attuale fase di unrest.
Il processo, nella ricostruzione scientifica, parte in profondità: i fluidi di origine magmatica continuano a risalire, accumulandosi inizialmente a pochi chilometri sotto la superficie. La loro progressiva pressione modifica quindi il sistema idrotermale, provocando deformazioni del terreno e contribuendo all’attività sismica.
Il calore nascosto sotto la Solfatara
Ma è soprattutto il bilancio energetico a fornire uno degli elementi più significativi della ricerca. «Mentre la CO2 viene emessa in superficie, notevoli quantità di vapore acqueo condensano nel sottosuolo», spiega Giulio Bini, ricercatore dell’Ingv e primo autore dello studio.
I calcoli termodinamici elaborati dai ricercatori, mettendo in relazione i flussi di CO2 con la composizione chimica delle fumarole, indicano che la condensazione del vapore trasferisce alle rocce una quantità considerevole di calore latente. Un fenomeno che potrebbe spiegare una parte importante delle trasformazioni osservate negli ultimi vent’anni.
L’energia termica supera quella dei terremoti
Il bilancio energetico elaborato dagli studiosi restituisce un altro dato particolarmente rilevante.
Secondo Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca associato dell’Ingv e coautore dell’articolo, l’energia termica rilasciata dai fluidi sarebbe un ordine di grandezza superiore all’energia elastica associata alla deformazione e al sollevamento della crosta terrestre.
Ma non solo. La stessa energia termica risulterebbe cinque ordini di grandezza superiore all’energia liberata complessivamente dai terremoti registrati tra il 2005 e il 2025.
Un confronto che, secondo gli autori, aiuta a comprendere quale sia la componente energetica dominante nel processo che sta interessando la caldera.
Alla Solfatara il termometro della crisi
C’è poi un altro indicatore che racconta il progressivo riscaldamento del sistema. Alla Solfatara, nell’arco di circa due decenni, la temperatura media del suolo è aumentata di oltre 10 gradi centigradi.
Per Stefano Caliro, dirigente tecnologo dell’Ingv e responsabile del monitoraggio geochimico dei vulcani campani, si tratta dell’evidenza più diretta del riscaldamento prodotto dalla pressurizzazione e dalla condensazione dei fluidi.
CO2, temperatura, composizione delle fumarole, deformazioni del suolo e terremoti diventano così tasselli di un’unica sequenza da osservare costantemente.
Un sistema da monitorare in un’area densamente popolata
Lo studio sottolinea quindi il valore strategico del monitoraggio integrato. Nessun singolo parametro, preso isolatamente, può restituire la complessità di un sistema vulcanico come quello dei Campi Flegrei.
Per questo i flussi di CO2 e la composizione chimica delle fumarole vengono analizzati insieme ai dati geodetici e sismologici.
L’obiettivo è seguire con la maggiore precisione possibile l’evoluzione della caldera e individuare eventuali cambiamenti nel comportamento del sistema.
In un’area densamente popolata come quella flegrea, la conoscenza dei processi che avvengono sotto la superficie diventa infatti uno degli strumenti fondamentali per la valutazione e la mitigazione del rischio vulcanico.



