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GLI SVILUPPI INVESTIGATIVI

L’esecuzione del boss Raffaele Afeltra il ‘nuovo Nerone’: il despota dei Lattari tradito dal suo stesso clan

Morte del boss Raffaele Afeltra: gli inquirenti stringono il cerchio sui nemici interni al clan. Controllava appalti e affari, muovendosi senza scorta. Salvo il genero che era con lui.
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Lesecuzione Del Boss Raffaele Afeltra Il Nuovo Nerone Il Despota Dei Lattari Tradito Dal Suo Stesso Clan 2026 09 01
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Pimonte — Si era guadagnato l’appellativo di “Nerone” e, come il più discusso degli imperatori romani, il boss Raffaele Afeltra — ucciso l’altra sera a colpi di fucile in località Zappino — era diventato un despota con troppi nemici. Nemici cresciuti soprattutto all’interno della sua stessa cerchia.

La pista investigativa seguita dai Carabinieri della Compagnia di Castellammare di Stabia, sotto il coordinamento della DDA di Napoli, conduce direttamente agli ambienti criminali di cui lo stesso ras si era circondato. Agli altri aveva lasciato soltanto il pur lucroso business dello spaccio di stupefacenti; per il resto, manteneva il monopolio assoluto su tutte le attività illecite, dispensando agli alleati solo le briciole.

Il profilo: dagli appalti PNRR alle passeggiate in scooter

Era diventato una sorta di imprenditore della camorra: controllava il settore degli appalti — compresi quelli legati ai fondi del PNRR —, allungava le mani sulle attività commerciali e decideva l’assegnazione dei posti di lavoro. Un vero e proprio padrino che amava compiacersi del proprio potere. Sapeva di incutere timore e rispetto in tutto il comprensorio e non temeva di mostrare il fianco, girando regolarmente senza scorta. Al mattino lo si vedeva spesso sfrecciare per le strade di Gragnano in sella a uno scooter insieme a un giovane: entrambi senza casco, i capelli sempre impeccabilmente gelatinati.

Che non avesse il timore di essere finito nel mirino dei rivali interni lo dimostra la sua ultima domenica pomeriggio, trascorsa in tranquillità con il genero per una passeggiata in montagna tra i suoi animali.

L’esecuzione chirurgica dei sicari

Chi ha premuto il grilletto lo ha fatto con la precisione chirurgica di un cecchino esperto nell’uso delle armi lunghe. I killer hanno risparmiato volutamente il genero che lo accompagnava: l’uomo è stato interrogato a lungo dagli investigatori, che nel frattempo stanno passando al setaccio anche lo smartphone della vittima.

Nelle ultime quarantotto ore si sono succedute diverse perquisizioni a raffica, utili ad acquisire elementi preziosi per ricomporre il mosaico e strappare ai medesimi ambienti del boss informazioni sull’identità dei mandanti e degli esecutori materiali. Quanto al gruppo di fuoco, nella zona sono ben pochi i soggetti in grado di sparare con simile perizia con un fucile: la cerchia dei sospettati resta estremamente ristretta.

Le piste investigative: la scarcerazione dei “vecchi”

Le indagini puntano a scoprire chi abbia decretato la sua eliminazione. Il dato che vede i vecchi esponenti della camorra dei Monti Lattari quasi tutti a piede libero (eccezion fatta per il parente Leonardo Di Martino, detto ’o Lione) indirizza gli inquirenti verso un’ipotesi ben precisa.

Meno percorribile, ma non esclusa del tutto, resta la strada che porta ad altri cartelli criminali, come i D’Alessandro di Castellammare di Stabia: con questi ultimi, dopo la sua scarcerazione, era stato comunque siglato una sorta di riavvicinamento, o quantomeno un patto di non belligeranza.

L’ombra del passato: i precedenti scissionisti sui Lattari

L’ipotesi dell’impronta interna richiama alla memoria quanto accaduto nel marzo del 1993, dopo la morte del boss Umberto Mario Imparato, ucciso insieme al suo guardaspalle in uno scontro a fuoco con la polizia nei boschi di Quisisana. In quell’occasione vennero eliminati in rapida sequenza prima il fratello Francesco Imparato, detto Ciccio ’o ciccione — vittima della lupara bianca e, si narra, dato in pasto ai maiali dopo l’esecuzione —, e successivamente il figlio Davide Imparato, freddato in un agguato lungo la statale che da Agerola scende verso Pimonte.

Entrambi nutrivano le medesime velleità di leadership sul clan, al cui vertice all’epoca figuravano proprio Raffaele Afeltra e Francesco Di Martino, detto Ciccio ’o pecoraro, oggi ristretto agli arresti domiciliari.

Il teorema degli inquirenti: la trappola sui sentieri di Zappino

Sullo sfondo resta un interrogativo cruciale che assilla gli investigatori della DDA: come è stato possibile cogliere di sorpresa un uomo cauto come Afeltra proprio nel suo feudo inaccessibile? Una delle ipotesi più accreditate porta alla teoria del “tradimento “.

Chi ha sparato conosceva gli orari precise e le abitudini del boss, sapeva che la domenica pomeriggio si sarebbe addentrato tra i boschi senza scorta, accompagnato solo dal genero.

Il dettaglio del testimone risparmiato non è casuale: nei codici d’onore della camorra di montagna, risparmiare un parente non consanguineo invia un messaggio preciso al resto del clan. Chi ha decretato la fine di “Nerone” voleva rilevare l’impero degli appalti senza scatenare una faida totale, ma tagliando solo la testa al gigante. Un blitz chirurgico orchestrato da chi fino al giorno prima camminava al suo fianco, e che ora attende nell’ombra di incassare l’eredità dei Lattari.

 

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