Roma – Un attentato per pochi ‘spiccioli’ e il timore che i mandanti volessero eliminarli: se la raccontano così, fra di loro, i tre uomini indagati dalla Dda per l’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.
Nelle intercettazioni registrate durante le indagini Antonio Passariello, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino insieme alla moglie Marika De Filippis, parlano dell’attentato a Roma ma anche della proposta ricevuta – probabilmente da un intermediario del mandante – di andare per un breve periodo all’estero. Un regalo ‘sospetto’ per i tre che temono sia addirittura un modo per eliminiarli.
Passariello, Mutone e D’Avino temono per la loro vita e rinunciano a un viaggio spesato all’estero
“Ma se mi fanno una cattiveria e mi fanno scomparire? Hanno cercato di corromperci, hai capito?” dice Mutone agli altri complici. Anche Passariello dice: “Io da qua non mi muovo”. Nell’intercettazione si parla anche di destinazioni (Spagna, Austria o Francia) e del bonus ‘tutto spesato’. “Ti danno i soldi e lì ti vai a divertire…”.
Sulla possibilità di accettare la proposta di allontanarsi dall’Italia Mutone è fermo ma Passariello pensa di accettare e allora Mutone dice: “ …vuoi andare? Vai io chiamo lo scemo domani, perché quello ne capisce…te lo porti dietro, vieni con me… io gli dico ‘paga’, ti mette in contatto con quello… quello lo scemo (inc.) la carta (incomprensibile)”. “ha detto quello 10-15 giorni devono vedere cosa succede. Devono”.
E poi si chiedono “Cosa cambia in 15 giorni?”. Per questo ritengono che la proposta sia sospetta e che vi sia la possibilità che per evitare di essere scoperto, il mandante stia tentando di allontanare gli autori dell’attentato per poi eliminarli e non lasciare tracce.
Il raid commissionato da un intermediario per coprire l’identità del mandante
Dalle parole di Mutone si intuisce che il gruppo non ha contatti diretti con colui o coloro che hanno commissionato il lavoro, ma tra loro e il mandante c’è un intermediario.
I quattro parlano anche di come rispondere in caso fossero stati scoperti e si accordano per una versione da riferire alle forze dell’ordine.
Descrivono, perciò, le fasi dell’attentato. Dall’attesa di circa 2-3 davanti alla casa della vittima ai video diffusi dopo l’attentato nei quali non si vede chi ha posizionato l’ordigno di gelatina sotto l’auto esplosa. Solo Antonio Passariello e Saverio Mutone erano a Pomezia, arrivati a bordo di una Fiat 500 presa a noleggio presso un concessionario ‘fidato’. “Dalla telecamera nel momento in cui lui scende e d fuoco al mezzo (inc.) non si vede chi” dicono analizzando gli elementi in mano agli inquirenti per identificare i responsabili. Ma emergono anche altri particolari rilevanti.
I mercenari sarebbero stati assoldati per una piccola somma di danaro, 3000 euro, almeno questo raccontano nell’intercettazione captata dagli investigatori.
Ed è per questo che temo di non avere copertura e tutela legale e cercano, quindi, di trovare una tesi comune da poter riferire agli inquirenti in caso di arresto. “Secondo me … lo sai che dobbiamo dire? ‘Avevo da fare’… io non sono andato da nessuna parte, che avete le fotografie mie a Roma?” dice Passariello. “Eeee, se per caso avessero tutte le cose?!… per come deve andare la cosa… se per caso avessero tutte le cose?!” gli risponde Pellegrino D’Avino. Quest’ultimo sembra aver ricevuto dall’intermediario del mandante indicazioni sulla versione da riferire agli inquirenti nel caso qualcosa fosse andato storto.
E D’Avino riferisce cosa gli è stato detto agli altri.:”Ha detto quello: ‘Se per caso dovessero venire a casa tua…’, perché quelli sono convinti al 100%… il 13 ha conosciuto uno a Roma, a Ostia… un albanese a Ostia… ma sempre per la droga e roba varia, dice, l’ho conosciuto per la droga… quello ti ha visto che tu eri uno buono, ha detto: ‘Antò ti fai un buco da questi… 10-15 mila euro’… Tu non sapevi niente, tu sei andato a mettere sta cosa… per 3.000 euro, per 3.000 euro alle tre di notte…”.
Ma la versione del mandante ‘albanese’ non convince nessuno per cui temono di prendere ‘trent’anni di carcere’ nel caso fossero stati scoperti.
Per il Gip di Roma i quattro indagati hanno preso parte al raid
Secondo il Gip che in oltre 100 pagine ha compendiato tutti gli elementi emersi nel corso delle indagini “Le risultanze acquisite costituiscano elementi gravi, precisi e concordanti per ritenere che” i quattro arrestati “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati”.
Dalle carte inoltre emerge che la banda operava da tempo, utilizzando sempre la ‘gelatina da cava’. “Dobbiamo buttare i palazzi a terra”, afferma un indagato in un dialogo carpito nel febbraio scorso e per il gip queste parole “non lasciano alcun dubbio” sul fatto che il membro della banda “fosse in attesa di ricevere un ordigno esplosivo” anche mesi dopo l’episodio di Ranucci.
L’indagato aggiunge, senza fare riferimenti specifici, che chi gli ha procurato in passato l’esplosivo: “me lo fece potente, con un bottone boom, uh mamma che abbiamo combinato”. Nelle stesse intercettazioni gli arrestati parlano dell’attentato a Ranucci assumendosene – di fatto – la responsabilità. “Ti ricordi quella tarantella che ho fatto a Roma?” dice uno di loro senza sapere di essere ascoltato dagli inquirenti.
Approfondimento
Latitanti che temono i loro stessi mandanti: una fuga all’estero non è mai solo un
viaggio, ma un rischio calcolato.
Gli autori dell’attentato a Sigfrido Ranucci rinunciano a un “regalo” sospetto,
consapevoli che la fuga può trasformarsi in una trappola mortale.
Dietro ogni latitanza si nascondono strategie di sopravvivenza e diffidenza estrema,
complicando indagini già difficili.






Spero che siavi trovati i mandanti e che la giustizzia faccia il suo corsso. Non è soltanto un atttacco a un giornalista ma anche alla libertaa di stampa e al diritto dei cittadeni a saperre i fatti. Le forze dellordne devono andare fino in fondo ma bisogna aspettaare gli sviluppi veri, senza precipitazionni.