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Il caso di Prato

VIDEO CHOC Spari al detenuto: il Sinappe contesta l’accusa all’agente e attacca il silenzio di Meloni e Nordio

Il sindacato di categoria chiede regole ingaggio chiare e tutele per gli operatori della sicurezza: «Non chiediamo scudi penali, ma di non lasciarci soli di fronte al dilemma tra agire o restare inerti».
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Video Choc Spari Al Detenuto Il Sinappe Contesta Laccusa Allagente E Attacca Il Silenzio Di Meloni E Nordio 2026 08 18
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Prato – L’ipotesi di reato formulata dalla Magistratura è pesantissima: tentato omicidio ai sensi dell’articolo 56 del codice penale. È l’accusa finita sul capo di un agente della Polizia Penitenziaria originario di Airola in provincia di Benevento e difeso dall’avvocato Vittorio Fujcci,  intervenuto il 16 agosto scorso presso il Pronto Soccorso cittadino di Prato per bloccare un detenuto dangerous in fuga.

Un caso giudiziario e mediatico che ha fatto immediatamente scattare la reazione del Si.N.A.P.Pe (Sindacato Nazionale Autonomo Polizia Penitenziaria), sfociata in una durissima lettera indirizzata ai vertici dello Stato e della Giustizia.

La ricostruzione dei fatti e l’accusa della Procura

Stando a quanto ricostruito nel comunicato diffuso dalla Segreteria Generale del sindacato, l’agente sarebbe intervenuto durante una situazione di altissima tensione all’interno della struttura sanitaria. Il detenuto, dopo aver creato un grave e concreto pericolo per l’incolumità delle persone presenti, avrebbe tentato di dileguarsi.

L’operatore in divisa avrebbe quindi esploso dapprima dei colpi d’avvertimento in aria per poi mirare agli arti inferiori del fuggiasco. Una condotta che la Procura ha iscritto sotto la fattispecie di tentato omicidio, sostenendo che l’agente abbia compiuto atti diretti in modo non equivoco a togliere la vita al recluso.

Il «dilemma operativo» del poliziotto in servizio

Attraverso una nota a firma del Segretario Generale Roberto Santini, il Si.N.A.P.Pe precisa di non volersi sostituire ai giudici né di invocare “scudi penali” o zone franche esenti dai controlli di legalità. Tuttavia, il sindacato pone l’accento sulle ripercussioni psicologiche e operative che una simile contestazione rischia di provocare sull’intero Corpo.

«Quale sarà la decisione da assumere per il prossimo operatore che si troverà di fronte a un detenuto violento?», si chiede la sigla sindacale. Il rischio paventato è quello di paralizzare l’azione delle forze dell’ordine, poste davanti a una scelta drammatica: «Agire, rischiando di diventare un indagato per tentato omicidio, oppure non agire, rischiando di diventare responsabile di ciò che non ha impedito?».

Viene inoltre denunciato l’effetto devastante del “processo mediatico”, una vera e propria “lettera scarlatta” difficile da cancellare anche in caso di futura ed eventuale assoluzione.

Il plauso ai sottosegretari e l’affondo su Meloni e Nordio

Il documento sindacale assume infine una marcata valenza politica. Se da un lato il Si.N.A.P.Pe esprime apprezzamento per la vicinanza dimostrata dai sottosegretari alla Giustizia Andrea Ostellari e Alberto Balboni, dall’altro non risparmia stoccate ai vertici dell’Esecutivo.

Il sindacato rileva infatti con amarezza «il silenzio della Presidenza del Consiglio e del Ministro della Giustizia Carlo Nordio». A detta delle divise penitenziarie, proprio da chi guida l’Amministrazione dello Stato ci si sarebbe aspettati un segnale di sostegno pubblico e l’impegno urgente a introdurre regole d’ingaggio e tutele giuridiche adeguate alla specificità del ruolo, affinché l’adempimento del proprio dovere non si traduca in un rischio giudiziario sproporzionato.

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