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L'INCHIESTA DELLA DDA

Appalti Tav Napoli-Bari e caporalato: nel mirino i rapporti con il clan Belforte

Al centro dell'indagine, secondo l'accusa, il condizionamento delle procedure per i lavori dell'Alta velocità, l'inserimento di imprese riconducibili al gruppo criminale e lo sfruttamento di lavoratori stranieri.
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Sono 49 gli indagati nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli e condotta dalla Guardia di finanza. Nell’ordinanza cautelare, firmata dal gip Federica Girardi, vengono ricostruiti i presunti rapporti tra imprenditori, responsabili di cantiere e soggetti ritenuti vicini al clan Belforte di Marcianise. Dieci persone sono finite agli arresti domiciliari, altre hanno ricevuto obblighi di dimora o sospensioni dall’attività professionale.

La mappa dei rapporti

Quasi seicento pagine di ordinanza per delineare, secondo l’impostazione accusatoria, una rete nella quale si sarebbero incontrati interessi criminali, rapporti imprenditoriali e disponibilità di alcuni soggetti operanti nei cantieri dell’Alta velocità Napoli-Bari.

Il quadro investigativo riguarda complessivamente 49 indagati. Tra le contestazioni compare anche, per alcuni degli indagati, quella di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Il riferimento è al clan Belforte, storica organizzazione camorristica di Marcianise, che nell’impostazione della Procura avrebbe trovato un canale di accesso al circuito delle commesse pubbliche attraverso una serie di imprenditori e intermediari.

La contestazione più pesante, per come viene riportata nell’ordinanza, riguarda Pasquale Belforte, Camilla Belforte, Dante Salzillo, Raffaele Salzillo, Domenico Di Lillo e Ali Salah Ali Abdelati.

Per Dante e Raffaele Salzillo l’accusa ipotizza un contributo esterno al clan. Il presunto obiettivo sarebbe stato quello di favorire l’ingresso di imprese considerate vicine al sodalizio criminale nei lavori e nei servizi relativi alle opere pubbliche, contribuendo così, secondo la Procura, al mantenimento e al rafforzamento dell’organizzazione.

Il clan e il controllo dell’economia

La contestazione non riguarda soltanto la presunta infiltrazione di singole imprese, ma un meccanismo più ampio nel quale l’accesso alle commesse pubbliche viene indicato come uno degli strumenti attraverso cui l’organizzazione criminale avrebbe potuto consolidare la propria presenza economica.
Tra i nomi indicati nell’ordinanza figurano Pasquale e Camilla Belforte e Domenico Di Lillo, descritti nell’ipotesi accusatoria in relazione al clan. Per Pasquale e Camilla Belforte viene inoltre contestato il ruolo di promotori e organizzatori.

Il periodo temporale indicato nell’ordinanza va dal 30 settembre 2024 al 13 gennaio 2026, con riferimento ai territori di Napoli, Caserta, Avellino, Benevento e relative province.

Il nodo Areco e le commesse dell’Alta velocità

Uno dei punti centrali dell’inchiesta riguarda la società Areco e, in particolare, Dante e Raffaele Salzillo, indicati rispettivamente come legale rappresentante e socio.

Secondo la ricostruzione accusatoria, i due avrebbero sfruttato anche una rete di rapporti alimentata da condotte corruttive per incidere sulle procedure relative alle commesse pubbliche collegate alla linea ferroviaria Napoli-Bari e alla rete autostradale. Nel mirino degli investigatori finiscono i rapporti con soggetti operanti per i consorzi impegnati nella realizzazione dell’Alta velocità: Nacav, Hirpinia AV e Telese, oltre ai riferimenti a Xenia, nell’ambito Ferrovie dello Stato, e Amplia, per Autostrade per l’Italia.

L’ipotesi della Procura è che questo sistema di relazioni avrebbe favorito l’ingresso nelle procedure a evidenza pubblica di imprese riconducibili, direttamente o indirettamente, all’area del clan Belforte.

A Dante Salzillo viene attribuita, sempre sul piano delle contestazioni, una disponibilità a intervenire sull’assegnazione e sull’esecuzione dei lavori e dei servizi pubblici, con l’obiettivo di ottenere profitti e favorire l’inserimento delle proprie imprese o di aziende ritenute compiacenti.

Il capitolo del caporalato

È però sul versante della manodopera che l’inchiesta assume un’altra dimensione.
Secondo l’accusa, Ali Salah Ali Abdelati, dipendente di Areco e indicato come intermediario della manodopera, avrebbe operato nei cantieri Tav di Nacav, Hirpinia AV e Telese attraverso l’impiego di lavoratori extracomunitari di origine egiziana.

La contestazione parla di lavoratori privi del permesso di soggiorno richiesto dalla legge e non adeguatamente formati, che sarebbero stati impiegati in condizioni di sfruttamento. L’ordinanza richiama, tra gli elementi contestati, violazioni dell’orario di lavoro, mancato rispetto dei riposi, paghe inferiori ai minimi contrattuali e violazioni delle norme in materia di igiene e sicurezza.

Il presunto sistema, nella ricostruzione degli inquirenti, non sarebbe rimasto confinato al rapporto tra datore di lavoro e lavoratore. Dante Salzillo viene infatti indicato come il soggetto che si sarebbe rivolto al clan Belforte per mediare con Domenico Di Lillo e Ali Salah Ali Abdelati.

È in questo passaggio che l’indagine collega il fenomeno del caporalato alla contestazione di tipo mafioso: una parte del denaro che sarebbe derivata dallo sfruttamento della manodopera avrebbe dovuto essere trasferita, attraverso un’azienda riconducibile a Di Lillo, per un’operazione immobiliare in Egitto. L’ordinanza quantifica la somma in circa 300mila euro e ipotizza il ricorso a false fatturazioni.

Il denaro e l’operazione immobiliare

Il passaggio relativo ai circa 300mila euro rappresenta uno degli snodi più delicati della contestazione.
L’ipotesi investigativa è che il denaro proveniente dalle condotte di sfruttamento sui cantieri potesse essere trasferito attraverso una società riconducibile a Domenico Di Lillo per finanziare l’acquisto di una proprietà immobiliare destinata a investitori stranieri.

La contestazione comprende anche l’aggravante relativa all’utilizzo di attività economiche finanziate, in tutto o in parte, con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti. Per Pasquale e Camilla Belforte viene inoltre indicata l’aggravante relativa al ruolo di promotori e organizzatori.

L’altro fronte: il precedente del clan Fabbrocino

Nelle circa seicento pagine dell’ordinanza emerge anche un secondo filone, distinto da quello relativo al clan Belforte, che riguarda Romualdo Lampitelli e Giovanni Fatigati.

La contestazione, secondo quanto riportato nel provvedimento, riguarda condotte finalizzate a eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali. Il punto di partenza è una sentenza del Tribunale di Nola del primo febbraio 2016, nell’ambito del procedimento relativo all’operazione “Magister”, riguardante un’associazione finalizzata allo smaltimento illecito e alla gestione abusiva di ingenti quantità di rifiuti speciali, pericolosi e non.

Lampitelli, secondo l’ordinanza, era stato condannato e riconosciuto inizialmente contiguo al clan Fabbrocino.

I passaggi societari contestati

Secondo l’impostazione accusatoria, dopo la sentenza Lampitelli avrebbe trasferito formalmente la titolarità di beni e mezzi e le quote sociali della società CO.GE.IT. alla nuova compagine rappresentata da Giovanni Fatigati, divenuto rappresentante legale e socio unico il 5 ottobre 2016.

Successivamente, dopo essere stato formalmente informato dell’avvio della procedura antimafia da parte della Prefettura di Napoli, sarebbe intervenuta, il 21 marzo 2024, un’interdittiva antimafia nei confronti della CO.GE.IT., motivata — secondo il provvedimento — dai rapporti ricostruiti con l’associazione di tipo camorristico denominata clan Fabbrocino.

L’accusa sostiene quindi che alcuni beni, tra i quali dieci automezzi, sarebbero stati trasferiti alla U.I.D.A.R. S.r.l., società direttamente riconducibile allo stesso Lampitelli, attraverso passaggi di proprietà effettuati tra il primo febbraio e il 2 aprile 2024 e senza corrispondenti movimentazioni finanziarie.

La finalità ipotizzata dagli investigatori sarebbe stata quella di svuotare la CO.GE.IT. e consentire la prosecuzione della partecipazione alle procedure di aggiudicazione e di esecuzione degli appalti pubblici, compresi quelli relativi ai cantieri dell’Alta velocità sulla tratta Napoli-Bari.

Anche in questo caso la contestazione contiene un’aggravante: l’ipotesi che le condotte siano state commesse per agevolare l’associazione di tipo camorristico denominata clan Fabbrocino. Il periodo indicato va dal 5 ottobre 2016 al 2 aprile 2024, con condotte ritenute permanenti.

Venti misure, dieci ai domiciliari

Il quadro cautelare indicato nel materiale riguarda complessivamente venti persone.
Dieci sono state sottoposte agli arresti domiciliari: Dante Salzillo, Raffaele Salzillo, Angelo Salzillo, Alessio De Luca, Alessandro Stabile, Gianfranco Fontana, Alberto Sannino, Domenico Di Lillo, Ali Salah Ali Abdelati e Aristodemo Busillo.

Per altre cinque persone — Maurizio Di Prima, Salvatore Francesco Caruso, Antonio Donadio, Giandomenico Colella e Maurizio Ferroni — è stato disposto l’obbligo di dimora.
Vincenzo Moriello e Costantino Guidubaldi sono stati destinatari dell’obbligo di dimora e, contestualmente, della sospensione per un anno. Per Piero Centonze, Alessandro Cupellini e Francesco Cosentino è stata invece disposta la sospensione per un anno.

Il dato giudiziario, dunque, è quello di un’indagine che non si limita a ipotizzare irregolarità nella gestione delle commesse. Nella prospettazione accusatoria, le condotte contestate avrebbero creato un collegamento tra il circuito degli appalti, gli interessi di alcune imprese, la disponibilità di soggetti inseriti nei cantieri e l’intervento di ambienti ritenuti riconducibili a organizzazioni camorristiche.

È tuttavia il contenuto dell’ordinanza cautelare a definire, allo stato, il perimetro delle contestazioni: si tratta di ipotesi accusatorie sottoposte al vaglio della giustizia e non di responsabilità definitivamente accertate.

I destinatari dei provvedimenti

Ali Salah Ali Abdelati — arresti domiciliari; dipendente Areco e intermediario della manodopera.
Aristodemo Busillo — arresti domiciliari; legale rappresentante di Hirpinia AV, già di Nacav.
Salvatore Francesco Caruso — obbligo di dimora; legale rappresentante Nacav.
Piero Centonze — sospensione per un anno; dipendente Nacav.
Giandomenico Colella — obbligo di dimora; collaboratore di Dante Salzillo.
Alessio De Luca — arresti domiciliari; direttore del cantiere di Afragola di Nacav.
Antonio Donadio — obbligo di dimora; procurement manager Webuild/Hirpinia AV.
Maurizio Di Prima — obbligo di dimora; dipendente Nacav.
Maurizio Ferroni — obbligo di dimora; direttore tecnico e project manager Ghella S.p.A./Consorzio Telese.
Gianfranco Fontana — arresti domiciliari; responsabile/capo cantiere Nacav.
Costantino Guidubaldi — obbligo di dimora e sospensione per un anno; addetto all’ufficio acquisti Tunnelpro S.p.A./Consorzio Telese.
Domenico Di Lillo — arresti domiciliari; indicato nell’ordinanza anche quale intermediario nell’operazione per il trasferimento in Egitto dei circa 300mila euro.
Alessandro Cupellini — sospensione per un anno; dipendente Nacav.
Francesco Cosentino — sospensione per un anno; dipendente Hirpinia AV.
Vincenzo Moriello — obbligo di dimora e sospensione per un anno; dipendente Seli Overseas, già legale rappresentante Nacav.
Alberto Sannino — arresti domiciliari; socio e amministratore di fatto di Sannino Petroli Srl.
Angelo Salzillo — arresti domiciliari; socio di Areco.
Dante Salzillo — arresti domiciliari; legale rappresentante e socio di Areco Campania.
Raffaele Salzillo — arresti domiciliari; di Areco, società indicata come riconducibile a lui e al fratello Dante.
Alessandro Stabile — arresti domiciliari; direttore di cantiere Webuild/Hirpinia AV-Basilicata.

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Cosa sapere

Punti chiave sull'inchiesta Tav Napoli-Bari e clan Belforte

Ecco una sintesi dei principali aspetti emersi dall'inchiesta riguardante i presunti legami tra il clan Belforte e i lavori per l'Alta velocità Napoli-Bari.

  • Indagati: Sono 49 le persone coinvolte nell'inchiesta, con dieci arresti domiciliari.
  • Clan Belforte: Il clan è accusato di infiltrarsi nelle commesse pubbliche attraverso imprenditori compiacenti.
  • Caporalato: L'inchiesta evidenzia sfruttamento di lavoratori extracomunitari nei cantieri, con violazioni delle norme lavorative.
  • Operazione immobiliare: Parte del denaro derivante dallo sfruttamento sarebbe destinato a un'operazione immobiliare in Egitto.
  • Rete di relazioni: L'indagine ha ricostruito una rete di rapporti tra imprenditori e membri del clan per favorire l'accesso a lavori pubblici.
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