Mappatura, equilibri e intercettazioni inedite del gruppo del “Connolo”: la droga, l'usura e le regole di piombo imposte dai vertici dell'Alleanza di Secondigliano.
La latitanza di Gennaro Russo, alias “’o Suricillo”, si è interrotta all’alba di ieri all’interno di un’auto lungo l’Asse mediano di napoli nei pressi dell’uscita di Casalnuovo, nell’hinterland a nord di Napoli.
Era in compagnia di una donna incensurata che ne curava la latitanza e che è stata denunciata per favoreggiamento. Tre mesi trascorsi a sfuggire alle maglie della giustizia, da quando, lo scorso 3 marzo, il Giudice per le Indagini Preliminari della Procura partenopea, dottoressa Fabrizio Fiore, aveva firmato un’imponente ordinanza di custodia cautelare assestando un colpo durissimo ai quadri direttivi del clan Contini.
Per gli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia, Russo non era un fuggitivo qualunque, bensì il fulcro attorno a cui ruotavano gli equilibri criminali di una specifica e strategica enclave territoriale: il rione del cosiddetto “Connolo” (identificabile nella zona di via Giovanni Antonio Cunsolo a Poggioreale), una vera e propria cassaforte commerciale per il traffico di stupefacenti, le estorsioni e l’usura.
L’inchiesta, condotta sul campo dalla Squadra Mobile e supportata da un massiccio impianto di intercettazioni telematiche e ambientali, svela la complessa architettura del “Gruppo del Connolo”, una filiale mafiosa a conduzione familiare gestita stabilmente da Gennaro Russo insieme ai fratelli Antonio e Giovanni, tutti accomunati dal medesimo, temuto pseudonimo: i Suricilli. Un direttorio capace di muovere decine di migliaia di euro a settimana, di esercitare una pressione asfissiante sul tessuto economico locale e di relazionarsi paritariamente con i massimi esponenti dell’Alleanza di Secondigliano, a partire dai Licciardi di Secondigliano fino ai vertici storici dello stesso clan Contini.
L’organigramma del “Connolo”: la catena di comando dei Suricilli
L’atto firmato dal gip Fabriziaa Fiore delinea con millimetrica precisione i ruoli interni alla fazione. Il controllo dei Russo non si limitava alla mera direzione strategica, ma si avvaleva di una fitta rete di luogotenenti e factotum addetti alla cura dei diversi segmenti delittuosi. Una struttura criminale complessa in cui figurano:
Russo Gennaro, Antonio e Giovanni (i Suricillo): Reggenti della zona del “Connolo”, dediti alla gestione e al controllo di tutti gli affari di droga, estorsioni e usura.
Agnellino Pasquale: Intraneo al gruppo e cugino dei fratelli Russo, addetto alla riscossione dei proventi delle piazze di spaccio e ai recuperi crediti dell’usura.
Bonifacio Romeo Emanuele: Uomo di fiducia di Giovanni Russo, delegato al recupero crediti della droga, alle convocazioni blindate presso le abitazioni dei fratelli Russo e ai summit con gli altri gruppi.
Esposito Vincenzo: Operativo sul territorio in stretta collaborazione con Agnellino, braccio esecutivo nelle attività di usura gestite da Antonio Russo.
Finizio Carlo: Intraneo al gruppo della Stadera (uomo di fiducia del boss Pasquale Martinelli), elemento cerniera armato incaricato di mantenere i collegamenti tra il Connolo, il Vasto/Arenaccia e gli alleati di spicco del clan Licciardi.
Piscopo Francesco: Referente diretto di Gennaro Russo e capo piazza strategico sul territorio, con compiti di raccordo diplomatico.
Tramontano Pasquale (alias Linuccio) e Venezia Antonio (alias Basettone): Factotum operativi al servizio di Antonio e Gennaro Russo, responsabili della logistica criminale, delle azioni dirette per il controllo del territorio e della gestione del fondo di assistenza alle famiglie dei detenuti.
Al di sotto di questa cupola intermedia operava una costellazione di gestori di piazze di spaccio locali e acquirenti all’ingrosso, come Luigi Acone (attivo nella zona attigua dei “Ferrovieri”), Vincenzo Bastone, Antonio Montagna (generale D’Ambrosio/Sangiovanniello), Giovanni Risi (alias “’o Chiatt”) e Antonio Sepe (alias “Pacchione”, referente nel cuore del Vasto). Un sistema integrato che garantiva un flusso di cassa continuo ai capi.
Le regole del narcotraffico: «I soldi in mano a chi sono stati dati?»
Nelle pagine del provvedimento cautelare emerge vividamente il ruolo di giudice ultimo ricoperto da Gennaro Russo nelle frizioni commerciali tra clan. Un esempio lampante risiede nella transazione saltata per una partita di cocaina (40 grammi) destinata a un acquirente identificato in Giuseppe Esposito, mediata da Gaetano Girgenti.
Quando il meccanismo si inceppa a causa delle lamentele del capo piazza Francesco Piscopo, è lo stesso Girgenti a recarsi immediatamente presso l’abitazione di Gennaro Russo per chiedere un intervento chiarificatore. Russo lo tranquillizza con l’autorità del capo: parlerà lui a Piscopo, ricevendo poco dopo una tranche in contanti di circa 500-600 euro.
Ancor più significativa è l’intercettazione telematica datata 28 maggio 2020. Massimo Ferraiuolo, esponente criminale di spessore, si trova a dover fare da ambasciatore per conto di un potente broker dell’hinterland, Bruno “’o Cacaglio” da Brusciano. Quest’ultimo aveva versato 28.000 euro per l’acquisto di una grossa partita di droga a un intermediario del Connolo, senza mai ricevere la merce. Temendo una truffa da parte dei napoletani, il broker minacciava di scendere a Napoli a fare “tarantelle” (azioni ritorsive armate). È qui che Gennaro Russo interviene nel corso di un colloquio diretto con Girgenti, chiarendo come i soldi siano stati in realtà trattenuti da un terzo sodale, Salvatore Capasso detto “Savio il Chiattone”, per saldare un debito pregresso contratto con la famiglia Caldarelli, articolazione del clan operante alle Case Nuove:
Gennarino: «Dici, dici a questo balbuziente di Brusciano, dici “ha detto… io” dici “che i soldi li deve dare”.»
Gaetano: «Savio…»
Gennarino: «Savio il Chiattone, i soldi in mano a chi sono stati dati?… Tu questo devi dire… I soldi in mano a chi sono stati dati?… Sono stati dati in mano a Savio il Chiattone, Savio il Chiattone è andato lì dentro si è tolto il debito con i soldi tuoi! Adesso i soldi li deve dare Savio il Chiattone e basta!»
Gaetano: (Incomprensibile)
Gennarino: «Poi dice al tuo amico, il tuo amico aveva detto che voleva venire a fare tarantelle dentro al CONNOLO, gli devi dire che la tarantella vado… a fare… ma tanta confidenza a questo chi gliel’ha data mai? Gli devi dire “vuoi vedere come vieni a fare la tarantella dentro al CONNOLO?”. Diglielo a MORTADELLA [Ferraiuolo Massimo, ndr], gli devi dire “ha detto l’amico nostro vieni a fare la tarantella dentro al CONNOLO? Voglio sapere come si era permesso di dire vado a fare la tarantella dentro al CONNOLO”, hai capito, capito!»
Gennarino: «Hai capito come devi dire a questo! Devi dire “ha detto GENNARINO ha detto i loro impegni non tengono niente a che vedere con questa storia, lui a Savio il Chiattone gli ha dato, glieli ha dati a Savio il Chiattone quei soldi e Savio il Chiattone è andato per togliersi i debiti… Aveva il debito con noi, adesso il problema è tra il Chiattone e i CALDARELLI, con LULÙ CALDARELLI il nipote, gli devi dire vai da loro”.»
G
aetano: «Devo risolvere loro…»
Gennarino: «Andate e risolvete da vicino… Gli devi dire fratello ti hanno fatto l’imbasciata sbagliata perché noi queste schifezze non le facciamo… Dici queste non sono schifezze… perché io prendo i soldi miei… quello tiene le corna ed è un infame hai capito!»
«Si nasconde come Eduardo Contini»: l’ombra del fantasma del boss
Il disprezzo e al contempo il timore reverenziale verso la figura di Gennaro Russo emerge chiaramente dai dialoghi catturati dal trojan di Stato inoculato nei telefoni dei sottoposti. Il 23 novembre 2019, Antonio Mazziotti, gestore di una piazza di spaccio domestica debitore di 1.800 euro verso la cassa comune, si incontra freneticamente con Girgenti sotto il proprio palazzo.
L’obiettivo è consegnare una rata da mille euro da far pervenire a “’o Suricillo”. Nel corso di questo faccia a faccia, i due camorristi si lasciano andare a considerazioni rivelatrici sullo stato dei vertici del clan Contini, in particolare su Gennaro De Luca (noto come “’o Muntat”), reggente pro tempore designato – secondo le spie degli investigatori – direttamente dal carcere dal boss fondatore Eduardo Contini.
«Gennaro ’o Muntat non ci sta più là sopra a San Giovanniello, si nasconde, è diventato come Eduardo Contini… non si vuol far vedere più», sbotta Girgenti. Nelle informative della Polizia, questo passaggio dimostra come i capi del clan prediligessero una strategia di invisibilità assoluta, lasciando sul territorio, come referente più autorevole e “faccia visibile” del potere economico, proprio Gennaro Russo. Una scelta che provocava non pochi malumori nei quadri intermedi. Girgenti, infatti, chiamato al cospetto del Suricillo per regolare i conti del Vasto, esprime forte risentimento per essere stato scalzato da un uomo più giovane, criticando persino l’altro fratello, Giovanni Russo, accusato di avergli rifilato una partita di droga «di pessima qualità».
La diplomazia mafiosa contro le “tarantelle”: il caso della mitraglietta armata
Il vero fulcro dell’inchiesta del gip Fabria Fiore risiede però nella scoperta di quella che i magistrati definiscono la “filosofia criminale” dell’Alleanza di Secondigliano: gli affari non tollerano il rumore delle armi. Il 25 maggio 2020, il trojan registra un vero e proprio summit di camorra nel cuore del Borgo Sant’Antonio Abate. Sono presenti Gennaro Russo, Gaetano Girgenti, Francesco Laezza, Carmine De Luca (alias “Zezzell”, uomo forte del Borgo) e Vincenzo Lanzetta (detto “’o Sarracino”).
L’ordine del giorno è un duro rimprovero a Francesco Laezza. Quest’ultimo, a seguito di un violento litigio di strada con un tale Alberto, aveva reagito impugnando un fucile mitragliatore in mezzo alla folla, tra donne e bambini, scatenando il panico nel quartiere. L’errore fatale di Laezza non è stato l’atto di violenza in sei, ma l’aver esposto il clan a un enorme rischio di intervento delle forze dell’ordine. Nelle parole dei boss intercettati si coglie l’essenza della camorra moderna: un’azienda criminale sommersa che rifiuta la spettacolarizzazione della violenza dei gruppi rivali:
De Luca C.: «E tu invece di andare a prendere la mitraglietta venivi da me, mi bussavi… come sono sceso… Perché sei andato a prendere la mitraglietta? Io andavo a prenderli io e li picchiavo, no perché… nel quartiere con le donne a strillare, con i bambini… Ma proprio per l’immagine nostra [del clan, ndr] noi non abbiamo mai fatto queste cose, sono contro i “principi nostri” queste cose qua! Poi dicono che non tenevi neanche le “botte” [i proiettili, ndr] dentro… abbiamo fatto un’altra brutta figura…»
Laezza: «Ma quando mai… le tenevo, non lo pensare… Non tenevo il caricatore messo, io lo tenevo là, non tenevo il caricatore messo!»
De Luca C.: «Eh figurati… non tenevi il caricatore… Se acchiappavi a quelli con la pistola in mano ti sparano pure e tu non puoi fare niente.»
Laezza: «Io in quel momento la tenevo la mitraglietta… mi sono spostato e ho messo il caricatore per dietro il corso, sono arrivato in mezzo a piazzetta Volturno…»
Russo G.: «Va buono, comunque potevi arrivare nel Rione…»
De Luca C.: «Con il rischio che ti incontravi pure con la POLIZIA e ti facevi pure arrestare… ma non si fa, NOI LE COSE LE FACCIAMO DIVERSE!»
Il rimbrotto mette a nudo la dottrina Contini: la violenza di piazza lede l’immagine e attira le pattuglie, bloccando il fatturato dei flussi illeciti. Il controllo del territorio deve essere silenzioso, geometrico, amministrativo. Chi deraglia da questa impostazione, come Laezza, viene isolato o duramente sanzionato.
Lo spettro del pentitismo e la fine della corsa
A incrinare la monolitica sicurezza dei Suricilli, oltre alle microspie, è stato il terrore delle defezioni interne. In un’altra conversazione intercettata, gli indagati commentano con ansia la decisione di Eduardo Russo, figlio del ras Patrizio Russo (già arrestato per favoreggiamento), di “buttarsi in braccio alle guardie” – ossia collaborare con la giustizia – per sfuggire a un debito usuraio di oltre 200mila euro contratto con i fratelli Attardo. Una collaborazione che ha aperto squarci inediti sulle casse dell’organizzazione e sulle coperture di cui godevano i latitanti.
La corsa di Gennaro Russo si è conclusa in manette, ponendo fine a un trimestre di vana irreperibilità e assestando un colpo forse definitivo alla reggenza del Connolo. L’accusa formale formulata dalla Procura distrettuale antimafia – associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga, usura ed estorsione aggravata – attende ora il vaglio del processo, mentre gli inquirenti passano al setaccio i covi della sua breve latitanza alla ricerca dei libri mastri del rione della droga.
Approfondimento
Non è solo la cattura di un latitante: l’arresto di Gennaro Russo, «’o Suricillo»,
smaschera il cuore pulsante del clan Contini.
Tre mesi di fuga per il fulcro che reggeva la «cassaforte» commerciale del clan, ora
fermato sull’Asse Mediano a Casalnuovo.
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