LA FAIDA INTERNA

Arzano, clan della 167: omicidi e vittime innocenti. La lunga scia di sangue che ha sporcato la città

Dal 2014 una lunga scia di sangue macchia il territorio di Arzano. Il cartello Monfregolo-Cristiano-Mormile, referente del boss Renato Napoleone e subalterno agli Amato-Pagano, ha seminato morti ammazzati e vittime civili nonostante decine di arresti.
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Arzano –  Pallottole, stese e morti ammazzati con un cartello criminale, quello dei Monfregolo-Cristiano-Mormile referenti del boss Renato Napoleone e Francesco Paolo Russo, pericolosamente sottovalutato nel corso degli anni, ha potuto contare – secondo le indagini e le testimonianze di diversi pentiti -, anche su coperture istituzionali tali da conoscere anzitempo le mosse delle forze dell’ordine.

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Appropriatosi del nome del rione popolare 167 di via Colombo, subalterno alla cosca dei narcos degli Amato-Pagano, dal 2014 ad oggi ha lasciato sull’asfalto diverse vittime tra cui innocenti e numerosi feriti estranei a logiche criminali. Naturalmente, le inchieste giudiziarie hanno assicurato alla giustizia i vertici di questa organizzazione con oltre 50 arresti nel corso degli anni, ma si riscontrerebbe una forte capacità di rigenerazione, soprattutto attraverso le nuove leve, non più necessariamente collegate direttamente al cartello.

Anche il rapporto con la politica è stato un rapporto in evoluzione, tanto che il clan è stato in grado, in talune zone, anche di candidare e far eleggere, indirettamente, dei loro rappresentanti. E per fare questo, ha avuto “bisogno” di incutere paura.

La lunga scia di sangue parte nel 2014.

Il neonato clan della 167 prende forma, si studiano alleanze, ma la cosa necessaria – secondo le tante inchieste -, è l’eliminazione del boss dei Moccia Ciro Casone, in quel momento reggente ma abbandonato dai suoi stessi alleati di Casoria e Afragola. Gli uomini del cartello di via Colombo lo sanno, e la sera 26 febbraio dello stesso anno, sparano nel centro abbronzante “Solero” di via L. Rocco (poi si saprà essere di proprietà di affiliati ai Moccia) noncuranti di avere di fronte anche una persona innocente, Salvatore Ferrante e li uccidono entrambe.

I killer che non esitano a colpire alla testa, col calcio della pistola, anche la donna che aveva cercato di sbarrare loro la strada dopo aver visto stramazzare al suolo Casone. Secondo le analisi investigative dell’epoca i killer, sempre loro, si sarebbero addirittura presentati in casa del ras ammazzato per fare le loro condoglianze alla vedova, come se nulla fosse.

L’inchiesta sul duplice omicidio apre la finestra su uno spaccato di alienazione criminale che porta la firma della costola degli Amato-Pagano, retta da Renato Napoleone, ritenuto il vero deus e fedelissimo di Rosaria Pagano. Grazie all’incrocio delle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia che il pubblico ministero antimafia Vincenza Marra e i carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna riescono a incastrare i presunti colpevoli. Ma tutti gli imputati per quei delitti, vengono clamorosamente assolti in appello, condannati in primo grado all’ergastolo.

Un agguato in perfetto stile “Gomorra” per il quale ieri i giudici della IV corte d’Assise di Napoli assolvono Renato Napoleone (accusato di essere il mandante), Francesco Paolo Russo detto “Cicciariello” e Angelo Antonio Gambino. Il 26 ottobre del 2017, a finire sotto i colpi della camorra, è un altro esponente del clan Moccia di Arzano: Raffaele Russo detto “cartolandia”. Un agguato eclatante portato a termine addirittura fuori al carcere di Secondigliano – circondato da telecamere – dove Russo era sottoposto alla semi-vigilanza e dove fu affrontato dai killer che gli scaricarono addosso un intero caricatore lasciandolo esanime sul posto.

Il 24 novembre del 2021, invece, nel Roxy bar di via Silone, per poco non ci fu una strage. 20 i bossoli ritrovati sul posto frammisti a una lava di sangue. Due i killer arrivati in moto, uccisero Salvatore Petrillo, 29 anni, nipote del boss Pasquale Cristiano oggi pentito, che nel mese di giugno precedente fu arrestato perché, nonostante fosse agli arresti domiciliari, aveva sfilato per le strade di Arzano in Ferrari e Lamborghini – unitamente al cognato Vincenzo Mormile reggente nei comuni di Frattaminore e Frattamaggiore – in corteo per la prima comunione del figlio. Cristiano balzò alle cronache anche per aver fatto installare sull’attico di casa un mega piscina idromassaggio riempita con acqua di mare a mezzo autobotti.

Ritornando all’uccisione di Petrillo, insieme a lui feriti ma scampati alla morte, c’era anche Vincenzo Pio Merolla e Luigi Casola, considerati dagli investigatori vicini al clan della 167 di Arzano. Ciò che lasciò perplessi fu la freddezza dei killer che per colpire Petrillo, non esitarono a sparare anche contro due avventori del bar, i due operai M. A. e R. L., totalmente lontani da logiche criminali ma che dopo le ferite, uno di loro riportò danni per la deambulazione. Il 17 marzo del 2022, alle 20 di sera, i sicari entrano in azione in un circolo ricreativo di via Pecchia. Solo la fortuna volle che gli avventori del circolo, visti i due a volto coperto con armi n pugno, chiusero la porta. Ma ciò non fermò i due malviventi che attraverso le fessure della porta iniziarono a sparare nel mucchio con una pistola calibro 9×21, ferendo nel raid, Antonio Alterio ( esponente di punta del clan della 167), e D. L., incensurato, anch’egli rimasto ferito.

In puro stile mafioso, gli uomini del clan non esitarono a minacciare il capo della Polizia locale Biagio Chiariello che decretò lo sfratto coatto di affiliati e familiari dagli alloggi della 167 e l’abbattimento delle case abusive all’interno dello stesso rione. Nel mirino anche due giornalisti locali che con le loro inchieste diedero il via ad una serie di indagini dell’Antimafia. Intanto neache i pentiti hanno svelato i retroscena degli omicidie questo lascia adito a molti dubbi sulla credibilità intaccata dalla tante inchieste e arresti avvenuti grazie all’opera di carabinieri e polizia.

Lo scontro all’interno del clan: Due morti e un ferito in due mesi.

Due morti, di cui l’innocente Rosario Coppola e un ferito incensurato: hanno segnato l’evoluzione del clan della 167 con la faida scoppiata all’interno dello stesso gruppo criminale. Cinque colpi, una vita spezzata per errore. È da questa catena brutale che prende forma l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dei carabinieri di Castello di Cisterna arrivata a una prima svolta con undici arresti. Due omicidi, avvenuti a distanza di settimane, rapprenderebbero l’epilogo di una faida interna agli scissionisti per il controllo del territorio tra droga ed estorsioni. La sera del 4 febbraio, in via Barone, a cadere sotto i colpi fu Rosario Coppola, imbianchino di 52 anni, completamente estraneo agli ambienti criminali.

Rientrava a casa dopo una serata con un amico A.P. quando venne raggiunto da cinque proiettili esplosi a bruciapelo che colpirono ad un braccio anche l’incensurato. Gli investigatori hanno accertato che non era lui il bersaglio. A trarre in inganno il killer sarebbe stata la Smart bianca su cui viaggiava, identica a quella del vero obiettivo: Davide Pescatore, appena uscito dal carcere e ritenuto un elemento capace di mettere in discussione gli equilibri. Secondo la ricostruzione della procura e dei carabinieri, a ordinare l’agguato sarebbe stato Salvatore Romano, 33 anni, considerato reggente del clan Amato-Pagano ad Arzano.

L’obiettivo era eliminare Pescatore per riconquistare centralità nell’organizzazione, dopo essere stato progressivamente emarginato. Il piano, preparato con un lungo appostamento sotto casa della vittima designata, fallì nel modo più tragico. A distanza di poche settimane, il 7 marzo, un altro agguato ha chiuso il cerchio: a essere ucciso è stato Armando Lupoli, indicato dagli inquirenti come il killer responsabile dell’”errore”, e anche se i morti non parlano, a parlare è il tam tam criminale.

Un delitto che si inserirebbe nello stesso scenario di tensione interna e che rafforza il collegamento tra le due vicende, entrambe maturate nell’ambito dello scontro all’interno dello stesso grupo. Il nuovo provvedimento firmato dal gip Donatella Bove del Tribunale di Napoli eseguito lo scorso 14 maggio, conferma e rinnova il decreto di fermo già disposto lo scorso 21 aprile dalla Dda nei confronti di undici soggetti, ampliando ora il quadro cautelare fino a 17 indagati complessivi.

Le misure cautelari riguardano Antonio Caiazza (alias Ac), Davide Pescatore (pale ’e fierro), Francesco Attrice (Francuccio ’o ferraro), Mattia Rea (detto ’o cinese), Pietroangelo Leotta (soprannominato ’o chiatto), Salvatore Romano (Sasi), Raffaele Silvestro, Giuseppe Monfregolo (’o guallarus), Renato Napoleone, Domenico Russo (’o mussuto all’anagrafe di camorra), Salvatore Bussola (detto scarulella), Mario D’Aria (Marittiello), Raffaele Alterio (Vavarone), Raffaele Piscopo (’o biondo), Giovanni Gambino, Antonio Alterio (’o sceriffo) e Andrea Olivello. Per tutti è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Indagati a piede libero altri tre soggetti: Salvatore Lupoli, Umberto Lupoli e Vittorio Scognamiglio.

P.B.

Approfondimento

Arzano, una città segnata da una lunga scia di sangue.
Il clan della 167, sotto la guida di Monfregolo-Cristiano-Mormile, ha agito per anni con
una pericolosa rete di coperture istituzionali.
Queste protezioni interne hanno permesso al gruppo criminale di anticipare le mosse delle

forze dell’ordine, alimentando omicidi e vittime innocenti.

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