L'AFFARE DEGLI IMMOBILI PUBBLICI

Castellammare, così le ditte dei clan D’Alessandro e Cesarano hanno monopolizzato gli sgomberi

I contratti assegnati a trattativa diretta per svuotare i locali del Comune, le parentele con i boss di Scanzano e del Savorito e i nomi dei gestori di fatto: ecco i personaggi chiave, le ditte e le parentele del clan svelati dagli 007 dell'Antimafia.
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Castellammare Cosi Le Ditte Dei Clan Dalessandro E Cesarano Hanno Monopolizzato Gli Sgomberi 2026 07 30
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Fino a che punto la criminalità organizzata si è insinuata nei gangli vitali dell’amministrazione di Castellammare di Stabia? Se si vuole comprendere appieno le dinamiche che hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale bisogna sovrapporre due sezioni chiave della relazione prefettizia di scioglimento: le «Criticità nei procedimenti di sanatoria, condono edilizio e gestione dell’abusivismo» e «Il servizio di sgombero, svuotamento e pulizia dei locali di edifici ed immobili pubblici».

Apparentemente distanti, i due capitoli raccontano in realtà le due facce della stessa medaglia: da una parte, la mancata azione sanzionatoria verso gli abusi edilizi perpetrati dalle consorterie criminali di Scanzano e del Savorito; dall’altra, la trasformazione dei servizi di pulizia, bonifica e sgombero degli immobili comunali occupati o abbandonati, in un business florido dispensato a trattativa diretta in favore sempre delle stesse ditte e per giunta con ‘legami’ alla malavita.

Il patrimonio illegale protetto e la farsa dei condoni

Nel punto 4.5.1, gli 007 inviati dal Viminale portano alla luce una tragica disparità di trattamento condotta dagli uffici dell’Area Urbanistica ed Edilizia Privata. A fronte di una rigorosa applicazione delle procedure di demolizione e di rigetto delle istanze di condono presentate da cittadini privati privi di appoggi, la macchina comunale ha mostrato una paralisi a dir poco sospetta quando le pratiche riguardavano immobili riconducibili ad esponenti di spicco dei clan D’Alessandro e Cesarano.

La commissione d’accesso calcola il blocco dei procedimenti di acquisizione al patrimonio comunale per gli immobili dichiarati abusivi con sentenza passata in giudicato. I fabbricati edificati nelle roccaforti storiche dei clan di Scanzano, Ponte Persica e Moscarella non venivano alienati. Le istanze di condono giacevano per anni senza istruttoria, per poi venire sbloccate d’improvviso con il rilascio di titoli abilitativi facili o sanatorie illegittime basate su perizie compiacenti ed autocertificazioni palesemente difformi dallo stato dei luoghi.

Lo sgombero dei locali trasformato nel bancomat delle ditte contigue

Al punto 7.2 è stata poi verificata la spesa pubblica per le manutenzioni ed i servizi di “somma urgenza”. Oggetto d’ispezione è la gestione degli affidamenti diretti per lo sgombero, lo svuotamento, la bonifica e la rimozione di materiali e rifiuti all’interno degli immobili e dei plessi scolastici di proprietà del Comune.

Anziché pianificare gare ad evidenza pubblica per il servizio di sgombero ed il recupero coattivo degli alloggi popolari occupati abusivamente, l’ufficio Tecnico ha trasformato ogni singolo intervento di bonifica in un’emergenza da gestire con l’affidamento diretto “sotto soglia”.

Il caso eclatante del Savorito

Tra gli episodi definiti dagli ispettori di “inaudita gravità” , spicca l’affidamento diretto delle operazioni di sgombero e svuotamento dei rifiuti accatastati nei locali di una scuola al rione Savorito. L’incarico, frammentato in micro-lotti per non superare il tetto dei 40.000 euro, è stato assegnato direttamente ad un’impresa i cui soci ed amministratori sono risultati legati da vincoli di parentela e contiguità agli esponenti apicali del clan Cesarano, egemone in quel quadrante cittadino.

Il caso emblematico degli alloggi pubblici e la resa sui rilasci

Nel medesimo capitolo gli ispettori accendono i riflettori sulla vicenda degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP) occupati senza titolo da pregiudicati ed affiliati alle consorterie.

Nonostante il censimento degli alloggi avviato per individuare le occupazioni abusive e la predisposizione dei decreti di sgombero, l’iter per la liberazione dei locali e la successiva immissione in possesso del Comune si è letteralmente bloccato sotto l’amministrazione disciolta. La relazione sottolinea come gli Uffici giustificassero i ritardi con la “carenza di personale” o con motivi di “ordine pubblico”, ma la ricostruzione della commissione d’accesso evidenzia una chiara ed omissiva volontà di non turbare gli equilibri di potere nei quartieri controllati dalla malavita.

Il risultato paradossale? Il Comune non solo non liberava gli immobili pubblici occupati dai clan, ma erogava alle ditte vicine a quegli stessi ambienti le somme per la pulizia e lo svuotamento di locali, liquidando le fatture in assenza di effettivi controlli sulla regolare esecuzione delle prestazioni.

Il circuito chiuso: la saldatura economica e strategica tra i due capitoli

La lettura integrata dei punti 4.5.1 e 7.2 rivela l’esistenza di un vero e proprio circuito chiuso dell’inquinamento amministrativo che alimentava gli interessi della camorra stabiese:

Protezione del mattone (Punto 4.5.1): L’Ufficio Tecnico insabbia i fascicoli di abusivismo edilizio delle cosche, rilascia sanatorie illegittime e non esegue le demolizioni, permettendo ai clan di consolidare il controllo patrimoniale sul territorio.

Paralisi degli sgomberi (Punto 7.2): Il Comune frena il recupero degli alloggi popolari occupati abusivamente dagli affiliati, lasciando il patrimonio pubblico nelle mani delle consorterie.

Monopolio dei servizi (Punto 7.2): Quando l’Ente deve bonificare o svuotare locali pubblici ed edifici scolastici, affida direttamente i contratti sotto-soglia alle imprese collegate agli stessi clan che occupano ed edificano sul territorio.

Il verdetto della Commissione: un collasso sistemico senza anticorpi

Nelle conclusioni che uniscono l’analisi dell’Urbanistica a quella della spesa per i Servizi tecnologici e di manutenzione, la triade ispettiva (composta dal viceprefetto Dario Annunziata, dal vicequestore Riccardo Buonomo e dal capitano dei carabinieri Vittorio Tesoro) sintetizza un quadro di assoluto degrado istituzionale:
Palazzo Farnese ha dimostrato una completa assenza di anticorpi, trasformando il proprio apparato tecnico in uno strumento al servizio di una rete di interessi privati ed illeciti.

L’assenza di tracciabilità, l’elusione del Codice degli Appalti ed il favoreggiamento del patrimonio abusivo della malavita hanno evidenziato una condotta incompatibile con il buon andamento della pubblica amministrazione, rendendo lo scioglimento l’unica risposta possibile per spezzare l’egemonia delle cosche sulla città di Castellammare di Stabia.

Quando nel punto 7.2 della relazione prefettizia d’accesso gli ispettori del Viminale scendono nel dettaglio dei contratti per il «servizio di sgombero, svuotamento e pulizia dei locali di edifici ed immobili pubblici», la generica espressione “ditte amiche” lascia il posto ad un elenco preciso di nomi, ditte, parentele e collegamenti con i quadri direttivi della camorra stabiese.

Emergono con chiarezza le manovre con cui due storiche consorterie criminali — il clan D’Alessandro (egemone a Scanzano e nel centro cittadino) ed il clan Cesarano (con il feudo operativo tra Ponte Persica ed il rione Savorito) — hanno trasformato gli interventi di sgombero e bonifica dei plessi scolastici e degli immobili comunali in un canale di finanziamento diretto riservato a società di comodo ed a prestanome di fiducia.

All’interno dell’alveo del cosiddetto “Servizio Ciclo Integrato Rifiuti” — già segnato da forti criticità nella gestione della fornitura dei sacchetti e dei distributori automatici — gli 007 della commissione d’accesso hanno ricostruito uno degli episodi più inquietanti dell’intero dossier: l’appalto per il «servizio di sgombero e svuotamento dei locali di edifici ed immobili pubblici».

Un appalto in cui hanno operato prima, l’allora dirigente, l’ingegnere Giovanni Miranda, poi l’architetto Pescatore, sotto la regia costante del responsabile unico del procedimento (RUP), Angelo Cozzolino.

La gara pubblicata sul portale “Tutto Gare” il 19 giugno 2025, prevedeva un importo a base d’asta di 120.000,00 euro, inserito in un quadro economico triennale (2025-2027) di complessivi € 148.835,00 comprensivi di IVA, contributi ANAC ed incentivi per funzioni tecniche. L’Amministrazione ha optato per l’affidamento diretto giustificando la procedura sottosoglia con l’importo della prestazione.

L’affidamento alla F.lli Amita S.r.l. e le aporie sul ribasso “modificato”

Con la determina Dsg N° 1469 del 25/06/2025, a firma del dirigente Giovanni Miranda, il Comune ha formalizzato l’affidamento in favore della ditta F.LLI AMITA S.R.L.. È a questo punto che l’analisi analitica degli atti da parte degli ispettori prefettizi fa emergere gravissime “aporie documentali”.

Nella determina iniziale di affidamento viene espressamente citato un ribasso percentuale offerto dall’operatore pari al 4%. Tuttavia, nei successivi atti esecutivi, quel ribasso degrada inspiegabilmente al 3%. Non una semplice svista materiale, annotano gli 007 del Viminale, ma una violazione del principio di immutabilità dell’offerta ed una potenziale perdita finanziaria per le casse comunali.

Nel frattempo, il RUP Cozzolino avallava l’esecuzione in via d’urgenza dei lavori per presunte “improrogabili necessità igienico-sanitarie”: un espediente per accelerare l’immissione della ditta nel circuito operativo dell’Ente bypassando i tempi canonici dei controlli.

Il debito fiscale da 377mila euro e la “sanatoria tecnica” del RUP Cozzolino

Il 5 agosto 2025, le verifiche sulla piattaforma FVOE effettuate dal RUP Cozzolino e dal neo dirigente Pescatore mettono a nudo una situazione di conclamata ed enorme irregolarità fiscale della F.LLI AMITA S.R.L. verso l’Erario per due violazioni fiscali non accertate definitivamente, per un importo di oltre 375mila euro

A questo quadro drammatico si aggiunge persino un atto di pignoramento presso terzi notificato dall’Agenzia delle Entrate per circa 30mila euro. La ditta ha omesso del tutto di comunicare le pendenze negli atti di gara, commettendo una palese “reticenza informativa”.

Nonostante la legge imponesse l’esclusione immediata della società, il RUP Cozzolino ha azionato una singolare “sanatoria tecnica”. Citando in modo irrituale per un affidamento diretto la sentenza del Consiglio di Stato n. 4374/2023. Il responsabile del procedimento, dunque, ha “salvato” la ditta basandosi su una rateizzazione del debito concessa ad aprile 2024, consentendo l’avvio delle attività. Così, il 24 settembre 2025, l’Architetto Pescatore firma con la ditta Amita il primo contratto da € 17.329,36 per due interventi: lo sgombero dei rifiuti presso l’edificio scolastico abbandonato in Via Savorito snc; e lo svuotamento dei locali degli Uffici demo-anagrafici in Via Libero d’Orsi.

L’ombra del clan Cesarano: il socio d’affari del nipote del boss al 41-bis

Le verifiche investigative sull’Amministratore Unico della F.lli Amita S.r.l. rivela, poi, una rete di cointeressenze che sfociano direttamente nei vertici della camorra stabiese.

L’amministratore Amita Gianfrancesco (classe ’72) è stato legato da un vincolo professionale e societario a Cesarano Ferdinando (classe ’80) nella compagine della FUTURA ASFALTI S.R.L. fino al 2018. Nella società, Amita rivestiva il ruolo di liquidatore, mentre Ferdinando Cesarano figurava tra i soci paritetici.

Allora i componenti della commissione di accesso puntano i riflettori su Ferdinando Cesarano, omonimo del capo clan di Ponte Persica. E in effetti, l’omonimia non è casuale, Cesarano Ferdinando (cl. ’80) è il figlio della sorella del ben più noto boss attualmente detenuto in regime di carcere duro.

Scuola del Savorito e abusivismo: l’asse Amita-Schettino e l’ombra sui Nastelli

La gravità dei fatti aumenta se si considera la scelta dei luoghi oggetto di intervento. Pagare una ditta legata a soggetti contigui al clan Cesarano per pulire un sito come la scuola abbandonata di Via Savorito (nel quartiere denominato “Aranciata Faito”) — area storicamente sotto il controllo del gruppo criminale Imparato ( i cosiddetti Paglialoni) rappresenta per la commissione d’accesso un “cortocircuito di inaudita gravità”.

A questo quadro si aggiungono le risultanze della Banca dati delle forze di polizia. Il 16 aprile 2025, a ridosso delle procedure per l’accordo quadro, Gianfrancesco Amita è stato denunciato per abusivismo edilizio insieme ad altri imprenditori e alla committente del mandato abusivo. Tra i denunciati c’è Schettino Giovanni (cl. ’84), amministratore della GICA COSTRUZIONI SRL.

L’analisi su Schettino porta ad una società del passato: la NASSEDIL S.A.S. DI CARLO NASTELLI & C. (costituita nel 2005 e cancellata nel 2007), in cui Schettino era socio accomandante. Il socio accomandatario era Nastelli Carlo (cl. ’69), cugino di primo grado del consigliere comunale, Giovanni Nastelli. Di conseguenza, Carlo Nastelli cl. ’69 è cugino di primo grado dell’omonimo Carlo Nastelli (cl. ’74), fratello del consigliere Giovanni.

La figura di Carlo Nastelli cl. ’74, fratello del consigliere è centrale nei verbali giudiziari: già consigliere comunale tra il 2002 e il 2010, è stato indagato nell’inchiesta “Gettonopoli” e poi coinvolto nell’indagine della Dda di Napoli come presunto mandante di un’estorsione perpetrata da Mosca Sergio, figura di primo piano del clan D’Alessandro.

Sebbene Carlo Nastelli cl. ’74 sia stato irrevocabilmente assolto nel 2012, scrivono i commissari “gli atti giudiziari hanno cristallizzato la sua contiguità al clan di Scanzano”, rendendo la connessione indiretta tra la ditta Amita e gli ambienti della politica locale un chiaro sintomo di permeabilità istituzionale.

I controlli delle forze dell’ordine e i fantasmi della cosca Scarpa-Omobono

A completare il quadro allarmante, secondo i commissari, sono i controlli territorio certificati dalle banche dati delle forze dell’ordine a carico del consigliere comunale Giovanni Nastelli:

Novembre 2007: Controllato insieme a Di Vuolo Alfonso (cl. ’72), nipote della moglie del boss Mosca Sergio. Il 29 luglio 2010, Di Vuolo Alfonso e lo zio Mosca Sergio venivano raggiunti da ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa e riciclaggio.

Settembre 2013: Controllato insieme al fratello Carlo in compagnia di Omobono Domenico (cl. ’57), fratello di Omobono Michele (cl. ’54) detto «o’ Marsigliese».

La menzione della famiglia Omobono richiama una delle pagine più sanguinarie di Castellammare di Stabia. Michele Omobono, già membro della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e poi passato ai clan Imparato e D’Alessandro, fondò insieme a Scarpa Massimo (o’ Napulitano) il clan Omobono-Scarpa.

Il sodalizio diede vita ad una feroce faida contro il clan D’Alessandro per l’egemonia cittadina, segnata da omicidi eccellenti (tra cui  quelli dei boss del clan D’Alessandro, Giuseppe Verdoliva, detto peppe l’autista e Antonio Martone cognato del defunto padrino Michele D’alessandro avvenuti nel 2004 nel giro di pochi mesi e poi quello di Marcello Scarpa, fratello di Massimo avvenuto a Torre Annunziata nel 2006). La faida si concluse solo con gli arresti che portarono all’ergastolo Michele Omobono e Massimo Scarpa, mentre anche l’altro fratello, Aniello Omobono, risultava organico allo stesso gruppo criminale.

È proprio questo intreccio tra ribassi modificati, debiti erariali azzerati d’ufficio e parentele con i boss del 41-bis che ha spinto gli 007 della Prefettura a ritenere l’affidamento dello sgombero alla F.lli Amita S.r.l. un caso ‘scuola’ di permeabilità della macchina amministrativa di Castellammare di Stabia alla criminalità organizzata.

 

 

 

 

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