Il carcere non era un limite, ma solo un ufficio distaccato. Appena le manette scattavano ai loro polsi, i vertici del clan Nobile di Afragola — noti negli ambienti criminali come i “Panzaruttari” — sapevano già come riprendere in mano le redini del territorio.
La soluzione era a portata di mano, letteralmente: smartphone introdotti illecitamente nelle celle di mezza Italia, usati non solo per salutare mogli e fidanzate, ma per veri e propri summit di camorra.
È un quadro a tinte fosche quello tracciato dal Giudice per le Indagini Preliminari Federica Colucci, che ieri ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 23 esponenti del sodalizio criminale. Oltre alle consuete accuse di stampo mafioso, l’ordinanza dedica un capitolo cruciale all’indebito utilizzo di apparecchi telefonici dietro le sbarre. Un reato aggravato dall’articolo 416 bis, perché quelle chiamate servivano ad agevolare il clan.
Il “centralino” e le chiamate a specchio
A capo di questa rete di telecomunicazioni occulta c’era Raffaele Nobile. Recluso nel carcere siciliano di Siracusa, il boss gestiva le operazioni a distanza attraverso un cellulare con cui videochiamava costantemente la compagna. La donna non era una semplice spettatrice, ma fungeva da vero e proprio “ponte radio”.
Attraverso un sistema artigianale di videochiamate “a specchio” o di gruppo, la compagna metteva in collegamento Raffaele con il resto della famiglia: il fratello Giuseppe (a sua volta collegato dal carcere di Frosinone), il figlio Antonio detto “Spiedino”, il nipote Antonio alias “Topolone” e un’altra schiera di affiliati di peso, da Bruno Bottone ad Alex Pollaro.
Le microspie degli inquirenti non lasciano spazio a dubbi: i discorsi captati non riguardavano i sentimenti, ma le rigide dinamiche criminali e la gestione degli affari illeciti.
In affitto o su Instagram: la caccia agli smartphone
Avere un telefono, però, non era sempre immediato. I vertici del clan dovevano talvolta arrangiarsi affittando o facendosi prestare i dispositivi da altri detenuti. È il caso di Antonio Nobile, detto “Spiedino”, arrestato a fine 2023.
Nei primi giorni di detenzione a Poggioreale, prima di procurarsi ben due utenze personali, utilizzava il telefono di un compagno di cella. Un’attesa che generava ansia all’esterno, come emerge chiaramente dalle intercettazioni captate dai Carabinieri di Castello di Cisterna.
La fidanzata e il cugino “Topolone” si informano con urgenza.
Topolone: “Dico per il telefono che ha fatto questo, ti ha chiamato questo?”
Spiedino: “Eh, il telefono quando arriva? Adesso nella settimana ha detto chiama e mi fa sapere!”
Topolone: “Eh il telefono… mi ha detto che adesso se lo faceva prendere!”
A spiegare l’inghippo logistico è la stessa fidanzata …omissis…: “Ha detto che deve aspettare Topolone, perché non ci stanno là, dove sta lui”. E quando finalmente Spiedino riesce a connettersi in videochiamata, la novità non sfugge ai sodali.Gaetano Esposito: ” …omissiis…, è la prima volta che chiama a videochiamata?”
…omissiis…: “Eh sì, la prima volta Gaetano, perché non è il numero suo, è il numero di questo, è un altro”.
Ancora più hi-tech era l’approccio di Pasquale Nobile. Recluso prima ad Avellino e poi a Salerno, aveva un cellulare la cui utenza telefonica è rimasta ignota agli investigatori. Il motivo? Usava solo le applicazioni social, snobbando la rete cellulare tradizionale. Una scelta che spiazzava persino i parenti.
…omissis…: “Di Pasquale non abbiamo nessun numero?”
Gaetano Esposito: “No, tiene solo Instagram”.
Una conferma che arriva in diretta dallo stesso padre Raffaele: “Lo tengo solo su Instagram io a papà!”.
Chat di famiglia da un penitenziario all’altro
Le maglie della sicurezza penitenziaria apparivano così larghe da permettere persino conversazioni tra detenuti ristretti in carceri diverse. È il caso della famiglia Forte: Luigi, recluso a Secondigliano con a disposizione due diverse sim, chiamava tranquillamente il padre Giovanni, detenuto in un altro penitenziario e dotato a sua volta di uno smartphone (per quest’ultimo, estraneo all’associazione mafiosa, il reato non è aggravato dal 416 bis). Anche Luciano Santoro, dal carcere di Secondigliano, manteneva contatti costanti con la compagna.
Un reticolo di connessioni virtuali, chat e facetime che l’operazione dei Carabinieri ha finalmente oscurato, riportando i “Panzaruttari” al vero isolamento carcerario.
(nella foto da sinistra il boss Raffaele Nobile, il fratello Giuseppe Nobile, il figlio Antonio o’ spiedino, il nipote Antonio o’ topolone, Bruno Bottone e Alex Pollaro)





leggo ilpezzo e mi pare una ricostruzzione abbastanza neutra, ma i particolari son troppo confusi: nellacarceri i detenuti usavano celullare e videchiamate per parlare con famigliar,e sodalli; i numeri scrittisono mescolati e le date sonno poco precise, quindi rimane qualche dubbio procedurale.