Sesso, droga e violenza

«Ho ucciso un cristiano»: il delitto di Varcaturo, la confessione in auto e l’ombra del ricatto

Svolta nell'omicidio del 68enne trovato morto il 9 aprile 2025 a Varcaturo. L'ordinanza di custodia cautelare ricostruisce una relazione controversa fatta di prestazioni sessuali, cessione di cocaina e continue richieste di denaro
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Ho Ucciso Un Cristiano Il Delitto Di Varcaturo La Confessione In Auto E Lombra Del Ricatto 2026 07 30
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Giugliano –  Un rapporto opaco e degradante, nato tra le luci d’una sala slot e consumato tra dosi di cocaina acquistate al Rione Traiano, fiumi di grappa e prestazioni sessuali a pagamento. È in questo contesto di profonda fragilità e prevaricazione che matura l’omicidio di Ferdinando Formisano, il 68enne trovato privo di vita il 9 aprile 2025 nella camera da letto della sua abitazione in via Vicinale Amodio, a Varcaturo.

A distanza di oltre un anno dalle indagini, la Dott.ssa Ilaria Giuliano, Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli Nord, ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Davide Garbetta, 25enne di Giugliano. Per gli inquirenti del N.O.R. dei Carabinieri di Giugliano non ci sono dubbi: è stato lui ad aggredire, picchiare e soffocare il 68enne al culmine di una lite spietata, fuggendo poi con 15 euro e il cellulare della vittima.

La macabra scoperta e la messinscena

A dare l’allarme, la mattina del 9 aprile, era stata un’amica della vittima. Preoccupata perché Formisano non rispondeva più alle chiamate, la donna si era recata sul posto entrando con una copia di riserva delle chiavi insieme a un vicino. La scena apparsa ai loro occhi e ai Carabinieri era cupa: il piano terra completamente a soqquadro, i cassetti della cucina svuotati e, al piano superiore, il corpo di Formisano disteso sul letto, nudo, con il volto paonazzo e sfigurato dalle percosse. Accanto al cadavere, una bottiglia di grappa quasi vuota.

Fin dai primi rilievi è apparso chiaro che non si fosse trattato di una rapina degenerata ad opera di sconosciuti: non vi era alcun segno di effrazione sulle porte o sulle finestre. Chi aveva ucciso Formisano era entrato con il suo consenso.

Le telecamere, il cellulare e la pista di “Davide”

Le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona hanno stretto il cerchio attorno all’assassino nel giro di poche ore. Le telecamere hanno immortalato un giovane di corporatura snella accedere al parco privato alle 01:45 della notte e allontanarsi esattamente alle 02:17. Negli stessi minuti, le telecamere di un vivaio sulla via San Nullo inquadravano una Lancia Ypsilon scura — veicolo poi risultato nella disponibilità di Garbetta — dirigersi verso la Statale 7 Quater.

A confermare la fuga del killer è stato il ritrovamento del telefono di Formisano, recuperato la sera stessa dai militari tra i cespugli della SS7 Quater, tra le uscite di Monteruscello e Lago d’Averno. Dall’analisi del traffico telefonico è emersa una fitta rete di contatti (oltre 350 interazioni tra chiamate e messaggi dal dicembre 2024) tra la vittima e una scheda telefonica usata da Garbetta. Dalle testimonianze degli amici di Formisano è emerso che il 68enne frequentava questo giovane conosciuto in una sala slot, con il quale scambiava denaro o droga in cambio di incontri intimi. Un legame strumentale e asimmetrico: Formisano cercava affetto e compagnia, Garbetta pretendeva risorse economiche e sostanze.

«Ho ucciso un cristiano»: le intercettazioni shock

La prova regina che ha incastrato il 25enne è arrivata dalle intercettazioni ambientali disposte all’interno della sua autovettura. Il 12 maggio 2025, durante una discussione con la fidanzata, Garbetta, incalzato dalle domande della ragazza, si è lasciato andare a una confessione agghiacciante:

«Ho ucciso un cristiano perché gli stavo portando una cosa… io l’ho sbattuto contro il mobile, c’agg rat nu par e cazzott mocc e gli ho messo le mani al collo e l’hanno trovato morto il giorno dopo a casa».

Nelle conversazioni intercettate emerge il drammatico confronto con la fidanzata, sconvolta per l’accaduto e per il fatto che il giovane avesse continuato a spacciare: «Io te l’ho sempre detto: voglio stare lontana da tutta questa merda! […] Tu te ne sei fottuto!». E Garbetta di rimando: «Avevo bisogno di soldi… era necessario».

I buchi nel racconto e le perizie medico-legali

Sottoposto a interrogatorio il 30 maggio 2026, Davide Garbetta ha tentato di ridimensionare l’accaduto, fornendo una versione costellata di smentite e contraddizioni. Ha sostenuto che la lite fosse scoppiata dopo un rapporto sessuale poiché la vittima “voleva fare la parte dell’uomo” e lui si era opposto, ammettendo poi di avergli sferrato un pugno, di aver rovistato in casa in cerca di contanti (trovando appena 15 euro, usati poco dopo per comprare una dose di cocaina a Fuorigrotta) e di aver gettato via il cellulare e le chiavi dell’appartamento.

I rilievi medico-legali firmati dal Dott. Barbato hanno smentito le tesi difensive sulla casualità del decesso: la morte di Formisano è stata provocata da un arresto cardiocircolatorio da edema polmonare acuto, innescato da un’asfissia meccanica violenta per soffocamento. La debolezza cardiaca della vittima e l’assunzione di cocaina hanno reso letale l’azione combinata dei pugni al volto e della stretta al collo o dell’uso di un cuscino (rinvenuto intriso di sangue sul letto).

La misura cautelare: «Personalità violenta e allarmante»

Nel disporre la custodia cautelare in carcere — con le accuse di omicidio volontario con l’aggravante dei motivi futili o abietti e furto in abitazione — la GIP Ilaria Giuliano ha sottolineato la spiccata pericolosità sociale di Garbetta, già sottoposto a misura cautelare presso una comunità di recupero ad Eboli per un altro procedimento.

Nelle motivazioni dell’ordinanza si legge come il giovane abbia agito con una “assoluta disinvoltura” e un “animus necandi” evincibile dalla violenza dei colpi e dall’assenza di qualsiasi tentativo di prestare soccorso alla vittima, lasciata a terra moribonda mentre l’aggressore setacciava le stanze per pochi spiccioli. Un quadro clinico e indiziario che ha reso indispensabile la massima misura detentiva.

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