C’è una frase che fa male, ma racconta perfettamente la fotografia del momento: “Noi come stronzi rimaniamo a guardare” (dall’omonimo film del 2021 con Fabio de Luigi regia di Pif) Guardare gli altri giocare il Mondiale. Guardare nazionali piccole, affamate, orgogliose, capaci di prendersi il loro posto nella storia.
Guardare squadre come Curaçao, Giordania, Haiti, Uzbekistan, Capo Verde, nazionali che magari non hanno la nostra tradizione, non hanno i nostri campionati, non hanno i nostri stipendi milionari, non hanno i nostri procuratori da salotto televisivo. Però ai Mondiali ci sono. L’Italia no. Ed è questa la vergogna più grande.
Perché stavolta il Mondiale non è nemmeno quello “stretto” di una volta. Il Mondiale 2026 è il primo a 48 squadre. Quarantotto. Praticamente mezzo pianeta calcistico invitato alla festa. Eppure l’Italia resta fuori. Ancora. Per la terza volta consecutiva, dopo Russia 2018 e Qatar 2022. Tre Mondiali senza Italia. Tre Mondiali senza maglia azzurra. Tre Mondiali in cui un Paese che ha vinto quattro Coppe del Mondo viene ridotto al ruolo di spettatore triste, incazzato e pure preso in giro.
Perfino Infantino ci ha fatto ironia con una battuta che sarebbe stata pronunciata da Infantino a CazéTV, entrando allo stadio Azteca di Città del Messico, prima dell’apertura del Mondiale 2026:
“Forse l’Italia si qualifica con 64 squadre, oppure potremmo arrivare addirittura a 208 squadre.”
E allora sì: noi come stronzi rimaniamo a guardare.
Rimaniamo a guardare perché il calcio italiano è diventato questo: una macchina piena di soldi, facce televisive, dichiarazioni preconfezionate, lacrime finte e responsabilità vere mai pagate da nessuno. Tutti dispiaciuti, tutti amareggiati, tutti pronti a dire “dobbiamo ripartire”. Ma da dove ripartiamo, se ogni volta torniamo allo stesso punto? Da quale progetto? Da quale coraggio? Da quale rivoluzione?
Il male non è solo tecnico. Il male è culturale. Il male sta in un sistema che ha cresciuto troppe prime donne e pochi uomini di campo. Calciatori che a ventitré anni si sentono già arrivati, perché qualcuno li ha riempiti di soldi, li ha messi sulle copertine, li ha pompati come fenomeni quando ancora non avevano dimostrato nulla. Ragazzi trasformati in prodotti prima ancora che in atleti. Gente che entra in campo con il ciuffo sistemato, la pelle riposata, la manicure perfetta, l’immagine da proteggere. Ma la fame? La cattiveria agonistica? La voglia di spaccare il mondo? Il rispetto per quella maglia?
Dove sta la grinta?
Quando vedevi in campo Grosso, Zambrotta, Cannavaro, Ferrara, Del Piero, Baggio, Vialli, Maldini, Baresi, Totti,Paolo Rossi, Tardelli, Materazzi, Mancini, Zola, Zoff e tantissimi altri campioni, potevi anche perdere. Il calcio è fatto anche di sconfitte. Ma almeno eri orgoglioso. Sapevi che l’avversario avrebbe dovuto sudare sangue per batterti. Sapevi che quei giocatori avrebbero reso la vita difficile a chiunque. Sapevi che la maglia azzurra pesava, e proprio per questo veniva onorata.
Oggi invece troppo spesso vedi mezze cartucce travestite da campioni. Gente che dovrebbe rappresentare una nazione e invece sembra rappresentare solo se stessa, il proprio contratto, il proprio sponsor, il proprio profilo social. E questi dovrebbero farci sentire italiani? Questi dovrebbero portarci al Mondiale? Hai voglia allora a perdere.
E forse bisognerebbe iniziare a parlare anche di responsabilità economica. Perché un dipendente che lavora male rischia il posto. Se procura danni all’azienda, ne paga le conseguenze. Perché un calciatore no? Perché chi offende sportivamente una nazione intera, chi contribuisce a distruggere la reputazione della Nazionale, deve continuare a incassare come se nulla fosse? Perché non legare davvero compensi, premi e convocazioni al rendimento reale, alla prestazione, alla fame, al sacrificio?
Indossare la maglia della Nazionale dovrebbe essere l’onore più grande. Non una passerella. Non una vetrina. Non un contenuto da Instagram.
Ma il problema, ovviamente, non sono solo i calciatori. Il male parte dalla testa. Il sistema calcio italiano è malato. Cambiano i nomi, cambiano i cognomi, cambiano gli allenatori, ma il DNA resta sempre quello. Business, poltrone, stipendi, apparizioni televisive, finti mea culpa e nessuna vera rivoluzione. Tutti parlano di giovani, ma poi i giovani veri non giocano. Tutti parlano di vivai, ma poi si pensa prima al bilancio. Tutti parlano di identità, ma poi l’unica identità rimasta sembra quella del conto corrente.
E allora servirebbe una pulizia seria. Una riforma vera. Anche politica, se necessario. Perché il calcio italiano non è solo uno spettacolo privato: è cultura popolare, immagine del Paese, educazione sportiva, identità collettiva. Bisogna rimettere al centro il merito, il sacrificio, la formazione, la responsabilità. Bisogna stabilire che un calciatore non può essere pagato come un fenomeno se non dimostra di esserlo. Bisogna premiare chi arriva in Nazionale e ci mette il cuore, non chi ci arriva per nome, sponsor o valore di mercato.
Naturalmente non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono ragazzi seri, club seri, tecnici seri, settori giovanili che lavorano bene. Ma sono troppo spesso minoranza. E spesso devono pure adattarsi al circo, fare finta di essere come gli altri, per non sentirsi fuori posto in un ambiente che premia più l’apparenza della sostanza.
E noi? Noi restiamo qui. A guardare Curaçao, Haiti, Giordania e tante altre nazionali vivere il sogno che l’Italia ha buttato via. Restiamo qui a scegliere una squadra provvisoria da tifare, giusto per non sentirci esclusi. Perché un Mondiale senza Italia è una ferita. E un’Italia fuori da tre Mondiali consecutivi è una vergogna che nessuna conferenza stampa potrà coprire.
Restiamo qui a fare finta che il Mondiale sia bello lo stesso. Ma non lo è . Restiamo come stronzi sul divano a tifare per una squadra che non è la nostra. Ma che ci vuoi fare ? E’ il calcio 3.0 , uno schfio in pratica. Noi come stronzi rimaniamo a guardare. Loro, invece, continuano a fallire senza pagare mai davvero. E a ridere di noi.
Il pezzo descriv ben la frustrazione,riconosco tanti punt i validi. Però manca un piano concretto e si parla troppodi colpe senza proporre rimedi. Spero che il sistema cambi ma ci vorrà temp o e scelt e coragiosse,anche se non è scontato. Noi resta spettator,non giudico ma preoccaupa
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