150 ANNI DI CARCERE

Camorra, stangata sul clan Ullero: controllava Cardito con bombe, estorsioni e minacce

La sentenza del gip Zingales smantella la cupola criminale attiva tra Cardito e Carditello: inflitti 18 anni a De Simone e 16 anni a Chianese. Il boss Francesco Ullero sceglie la via del rito ordinario.
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Camorra Stangata Sul Clan Ullero Controllava Cardito Con Bombe Estorsioni E Minacce 2026 07 16
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Napoli – Una pioggia di anni di reclusione — per un totale complessivo che supera i 150 anni di carcere — è caduta oggi pomeriggio sulla consorteria criminale di Cardito e Carditello. La sentenza, emessa dal gup Alessandra Zingales del Tribunale di Napoli all’esito del rito abbreviato scelto da quasi tutti gli imputati, smantella l’organigramma e la fitta rete di coperture mafiose che per anni hanno asfissiato il tessuto economico locale.

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Le condanne più pesanti hanno colpito le figure chiave della transizione operativa del clan: 18 anni di reclusione per Giuseppe De Simone, uomo forte e nuovo stratega della piazza di spaccio, e 16 anni e 6 mesi per Rocco Chianese, genero del boss e braccio operativo della fazione storica. Una decisione esemplare.

Mentre la quasi totalità degli affiliati affrontava lo sbarramento del rito alternativo incassando riduzioni parziali ma pene comunque severissime, il capo supremo indiscutibile della cupola, Francesco Ullero, alias “cul’ ‘e stoppa”, ha deciso di affrontare il rito ordinario. Scarcerato nel giugno del 2020 dopo quasi trent’anni trascorsi in cella per la sua passata militanza nella Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e nel gruppo di Pasquale Scotti, Ullero aveva ripreso immediatamente in mano le redini del territorio.

Per lui, il dibattimento in aula sarà l’arena in cui tentare l’ultima disperata difesa contro le ricostruzioni della Direzione Distrettuale Antimafia, supportate in massima parte dalle dichiarazioni del suo ex braccio destro, oggi collaboratore di giustizia, Carmine Polito.

La ricostruzione del potere: dalle ceneri della NCO al controllo totale

Le indagini, coordinate dalla DDA di Napoli e condotte con straordinaria capillarità dai Carabinieri della Compagnia di Casoria, coprono un arco temporale critico che va dall’agosto 2021 fino alla fine del 2022, con propaggini estorsive accertate fino al giugno 2024.

Come cristallizzato nella requisitoria firmata dai magistrati antimafia, l’ascesa degli Ullero non è un fenomeno estemporaneo, ma affonda le radici nei primi anni ’90, quando il gruppo di Francesco Ullero e quello di Francesco Pezzella (alias “pane ran”) si erano spartiti l’egemonia criminale tra Frattamaggiore, Frattaminore, Cardito e Crispano, grazie a un’indissolubile alleanza strategica con il clan Ciccarelli di Caivano.

Dopo la sua scarcerazione nel 2020, Francesco Ullero ha ricostituito la base operativa e logistica del clan proprio all’interno della sua abitazione in via Michelangelo Buonarroti n. 14 a Cardito. È tra quelle mura che le microspie degli inquirenti — in particolare grazie a un trojan inoculato nel cellulare del boss — hanno registrato per mesi i sospiri, i calcoli contabili delle estorsioni e i summit decisionali. Fuori dal portone, un sofisticato impianto di videosorveglianza installato dai Carabinieri riprendeva in tempo reale il viavai di imprenditori vessati, commercianti rassegnati e affiliati convocati a rapporto.

La morsa degli “ecobonus” e il terrore silenzioso sul territorio

Il cuore finanziario della consorteria era alimentato da un duplice motore: le estorsioni a tappeto e il traffico sistematico di droga. Nel settore estorsivo, il clan Ullero aveva sviluppato un vero e proprio “tariffario” modulato sulla capacità patrimoniale delle vittime. Particolare attenzione veniva rivolta ai cantieri edili e alle ristrutturazioni facilitate dal “Superbonus 110%” e dai fondi del PNRR.

Nelle intercettazioni ambientali emerge la rassegnazione dei commercianti locali, quasi tutti piegati all’omertà e restii a denunciare. L’unico a trovare il coraggio di rivolgersi alle forze dell’ordine è stato il titolare di una agenzia di scommesse di Cardito, vittima di un tentativo di estorsione nell’agosto del 2021 da parte di Carmine Polito.

Per il resto, dominava il silenzio delle vittime: imprenditori convocati “dagli amici di Cardito” al cospetto del boss per concordare “regali” da migliaia di euro o costretti a subire ritorsioni larvate ma devastanti.
“Vuoi lavorare e vuoi stare tranquillo? Allora portaci questi soldi e starai in grazia di Dio e non abbiamo un problema.”
(L’avvertimento mafioso intercettato tra le mura di casa Ullero).

Tra i casi più emblematici emersi nella requisitoria figura l’estorsione ai danni di una pizzeria dove il titolare, piegato dalle difficoltà economiche, è stato costretto persino a mettere a disposizione il proprio locale per festeggiare eventi di famiglia degli affiliati senza alcun corrispettivo, o a recarsi di persona a consegnare buste di contanti a casa del boss per “regali veloci”.

O ancora l’estorsione  a una impresa edile, costretta a versare ben 10.000 euro in contanti, una somma poi minuziosamente suddivisa in quote da 500 e 1000 euro tra la moglie del boss Antonietta Capasso, la figlia Natascia e gli affiliati Giuseppe De Simone e Rocco Chianese.

In questo quadro di accuse pesantissime, l’avvocato Giuseppe Gallo ha ottenuto per il suo assistito, Vincenzo Avverso una sostanziale riduzione di pena da una richiesta di 11 anni a ad anni 8 e mesi 10 in continuazione. Era accusato di essere parte organica della rete estorsiva del clan, in particolare per il tentativo di estorsione ai danni di una ditta (impegnata in lavori da oltre 200mila euro a Cardito) e di una società di lavorazione carni dove le vittime erano state invitate in modo perentorio a “mettersi a posto con i compagni di Cardito”.

La pubblica accusa, ritenendo l’apporto di Avverso solido e pienamente inserito nel meccanismo mafioso descritto dall’ex braccio destro Polito (il quale aveva confermato l’affiliazione di Avverso, indicandolo come gestore di un noleggio auto introdotto nel gruppo da Rocco Chianese), aveva richiesto una condanna a 14 anni di reclusione.

L’avvocato Gallo, attraverso una rigorosa ricostruzione dei fatti e valorizzando l’effettiva portata temporale della condotta del suo assistito — descritto come inserito solo per un breve periodo e con un ruolo marginale — è riuscito a scardinare l’impianto sanzionatorio originario.

Il gip Zingales ha accolto i rilievi della difesa, infliggendo ad Avverso una condanna a 8 anni e 10 mesi di reclusione in continuazione, ridimensionando drasticamente le pretese della Procura Distrettuale.

La spietata spedizione punitiva contro due donne e l’ombra del “sistema”

L’episodio che forse meglio descrive la ferocia e l’attualità del clan Ullero è quello legato alle vicende di una donna e di sua madre. Una vicenda complessa e drammatica che si è consumata in più step tra il 2022 e il giugno 2024. Le due donne occupavano un appartamento a Cardito con un regolare contratto di locazione concesso da Gaetano Cimmino (soprannominato “tortellino”, condannato a 5 anni e 4 mesi).

Cimmino, volendo liberare l’immobile prima della scadenza contrattuale per destinarlo — secondo le accuse — al genero del boss Rocco Chianese e alla moglie Concetta Ullero, ha scatenato contro le donne un inferno di minacce ed estorsioni.
Dapprima sono arrivate le richieste di somme di denaro da consegnare a Ullero “come regalo”, poi le molestie e infine la violenza fisica.

La sera del 13 luglio 2023, dopo che Cimmino aveva lanciato un ultimatum di 24 ore (“se non te ne vai pagherai amaramente”), sotto casa delle vittime si è presentata una vera e propria spedizione punitiva familiare guidata da Francesco Ullero, dalla moglie Antonietta Capasso, dalla figlia Concetta e dal genero Rocco Chianese, pronti a bloccare la strada e a urlare minacce di morte: “Non hai capito che devi andare via da qui, forse non lo sai che qui comando io… sei una morta che cammina”. Poco prima era stata data alle fiamme l’auto delle vittime. Le due donne, esasperate e terrorizzate, hanno abbandonato l’abitazione nel giugno 2024, subendo successivamente persino l’incendio del loro bar bistrot, e il ritrovamento sul balcone di casa di un piccione ucciso con un colpo di pistola.

Droga, armi e dinamite: le fibrillazioni interne al clan

Parallelamente alle estorsioni, l’attività di spaccio rappresentava il vero e proprio “core business” dell’associazione. Dapprima gestito da Carmine Polito e Rocco Chianese con base operativa presso il bar “Le tre sorelle”, il traffico di hashish e marijuana è passato successivamente nelle mani di Giuseppe De Simone a causa dell’arresto di Polito nel gennaio 2022 e dei dissidi di Chianese con il suocero boss.

I dialoghi intercettati mostrano come il clan controllasse militarmente il territorio, imponendo alle piazze di spaccio del rione Iacp (le “palazzine” di viale Kennedy) forniture settimanali e tangenti da centinaia di euro, e gestendo ingenti somme di denaro (oltre 25.000 euro di cassa comune per volta) reimpiegate nell’acquisto di nuove partite di stupefacenti e nel pagamento delle “settimane” per il sostentamento dei detenuti.

Impressionante era anche la disponibilità di armi: pistole calibro 9 custodite persino all’interno di abitazioni dove vivevano minori, ordigni esplosivi artigianali da oltre 2 kg (come i due sequestrati a Carmine Polito, la cui esplosione avrebbe potuto sventrare palazzi) e tentativi di acquistare munizioni direttamente da carabinieri corrotti non identificati.

Nel collegio difensivo gli avvocati Teresa Frippa, Annibale Bove, Maria Di Cesare, Piero Vitale, Luca Camerlengo, Antonio Principe, Nicola Basile, Antonella Senatore, Giuseppe Gallo, Rocco Maria Spina, Dario Carmine Procentese, Arnaldo Lepore, Andrea Lampitelli, Anna Arcella, Nello Sgambato, Paolo Sperlongano e Maria Giovanna Ponticello.

Il quadro delle condanne

DE SIMONE Giuseppe: 18 anni di reclusione (Nuovo leader piazze spaccio)
CHIANESE Rocco: 16 anni e 6 mesi di reclusione (Genero del boss, fazione storica)
MELE Enzo: 15 anni di reclusione
CIPOLLETTI Giovanni: 14 anni, 7 mesi e 20 giorni (in continuazione)
BARRA Nicola: 10 anni, 10 mesi e 20 giorni
RONGA Antimo: 10 anni di reclusione
CAPASSO Antonietta: 9 anni e 8 mesi di reclusione (Moglie del boss Francesco Ullero)
POLITO Carmine: 9 anni di reclusione (Collaboratore di giustizia)
AVVERSO Vincenzo: 8 anni e 10 mesi di reclusione (in continuazione )
ULLERO Carlo: 8 anni e 8 mesi di reclusione
CAPASSO Dario: 8 anni e 6 mesi di reclusione
IAVARONE Domenico: 8 anni e 6 mesi di reclusione
CIMMINO Gaetano: 5 anni e 4 mesi di reclusione (Proprietario dell’appartamento dei Sibilio)
ULLERO Concetta: 5 anni e 20 giorni di reclusione (Figlia del boss Francesco Ullero)
TORNATELLI Luigi: Condannato (Pena rideterminata o assorbita in continuazione)
ULLERO Francesco: A processo dibattimentale (Ha rifiutato l’abbreviato optando per il rito ordinario)

(nella foto da sinistra in alto il boss Francesco Ullero, Giuseppe De Simone, Enzo Mele e Antonietta Capasso, in basso da sinistra Nicola Barra, Domenico Iavarone, Vincenzo Avverso e Carmine Polito)

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