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Denuncia dell’avvocato Sergio Pisani

Napoli, condannato al posto del fratello a 7 anni: il giorno della rapina era a casa ammalato

Il legale cita la confessione del fratello, l’analisi delle celle telefoniche e le condizioni di salute dell’imputato: “Chiedo l’intervento del ministro della Giustizia”
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Napoli. -Un giovane incensurato, gravemente malato e costretto a letto, è stato condannato a sette anni di reclusione al posto del fratello. È la tesi sostenuta dall’avvocato Sergio Pisani, che ha chiesto l’intervento del ministro della Giustizia sulla vicenda, sottoposta — secondo quanto riferito dal legale — all’attenzione del ministero già all’inizio di agosto.

La condanna riguarda un episodio inizialmente indicato come rapina, ma che la stessa persona offesa avrebbe successivamente ricondotto, secondo la ricostruzione della difesa, a un incontro concordato dopo un appuntamento tramite Grindr e a una prestazione sessuale.

“Il vero responsabile è il fratello”

«È stato condannato ingiustamente, malgrado la confessione del fratello», sostiene Pisani. Secondo l’avvocato, il familiare avrebbe ammesso di avere incontrato quel giorno il denunciante e di essere stato presente nel luogo e nell’orario in cui si sarebbe verificato il fatto.

A sostegno della ricostruzione difensiva ci sarebbero anche i tabulati telefonici. L’analisi delle celle agganciate dal cellulare del fratello, afferma il legale, ne collocherebbe il telefono nei pressi del luogo dell’episodio. Si tratta di elementi che, sempre secondo la difesa, non sarebbero stati adeguatamente valorizzati nel procedimento.

Il nodo delle celle telefoniche

La geolocalizzazione attraverso le celle telefoniche può contribuire a ricostruire gli spostamenti di un’utenza, ma la sua valutazione deve essere affidata agli atti processuali e alle perizie eventualmente disposte.

Nel caso denunciato da Pisani, il punto centrale è stabilire se quei dati siano stati acquisiti, esaminati e valutati dai giudici insieme agli altri elementi di prova.

La difesa sostiene inoltre che il giovane fosse a casa al momento dei fatti e che le sue condizioni fisiche rendessero incompatibile la partecipazione alla presunta rapina. Anche questo aspetto dovrà essere verificato sulla base della documentazione sanitaria e degli atti del processo.

L’appello al ministro

«Chiedo l’immediato intervento del ministro della Giustizia», afferma Pisani, che definisce la vicenda «degna di una serie su Netflix». Il legale sostiene di attendere un riscontro dopo la segnalazione inviata agli inizi di agosto e annuncia che continuerà a chiedere verifiche sul caso.

Restano da chiarire, in particolare, il contenuto della sentenza, l’eventuale esistenza di una confessione formalizzata dal fratello, il valore attribuito ai tabulati telefonici e lo stato delle impugnazioni. In assenza della consultazione degli atti giudiziari, le accuse della difesa non possono essere presentate come verità definitivamente accertate.

Altri casi nel Napoletano

La vicenda si inserisce in un contesto nel quale, negli anni, sono stati documentati diversi casi di ingiusta detenzione, assoluzioni dopo condanne o errori procedurali. Non tutti sono sovrapponibili al caso denunciato da Pisani: alcuni riguardano arresti cautelari, altri errori nella trasmissione o nella lettura dei provvedimenti, altri ancora sentenze poi cancellate in sede di revisione.

La sentenza letta al contrario

Nel febbraio 2024 si è registrato il caso di un operaio napoletano di 40 anni, incensurato, finito in carcere dopo che in aula era stato comunicato un esito apparentemente sfavorevole. In seguito, nelle motivazioni della Cassazione, è emerso invece che il ricorso della difesa era stato accolto e che la sentenza era stata annullata senza rinvio. L’uomo aveva comunque già scontato la pena o una parte di essa in carcere.

La vicenda era nata da una serie di passaggi processuali contestati dalla difesa: mancato avviso per l’udienza d’appello, conferma della sentenza di primo grado e successivo arresto. Il presidente della Corte d’appello di Napoli avrebbe poi chiesto chiarimenti alla Cassazione, che avrebbe riconosciuto l’errore nella lettura dell’esito del ricorso.

Il carabiniere assolto dopo 14 anni

Un altro caso riguarda Alfonso Bolognesi, sottufficiale dei carabinieri accusato di essere una “talpa” del clan dei Casalesi. Bolognesi fu arrestato nel 2008, perse la divisa e scontò circa tre anni e mezzo di carcere dopo una condanna per corruzione aggravata dall’agevolazione mafiosa.

La condanna venne successivamente annullata in un processo di revisione davanti alla Corte d’appello di Roma, dopo che nuovi elementi e un’assoluzione ottenuta in un procedimento parallelo avevano riaperto la vicenda. Bolognesi tornò così a essere riconosciuto innocente dopo cinque processi.

Otto anni in carcere da innocente

Nel 2013 Giovanni De Luise fu scarcerato dopo avere trascorso otto anni e otto mesi in carcere per un omicidio commesso nel Napoletano. La revisione del processo fu resa possibile dalla confessione di un collaboratore di giustizia, che si attribuì l’omicidio e sostenne che De Luise fosse stato condannato al suo posto.

Questo episodio presenta una somiglianza soltanto generale con il caso denunciato oggi: in entrambi i procedimenti la difesa sostiene che un’altra persona avrebbe indicato o ammesso la propria responsabilità. La differenza decisiva è che, nel caso De Luise, l’esito della revisione ha portato alla liberazione e alla revisione della condanna.

Il caso Tortora

Il precedente più noto resta quello di Enzo Tortora. Arrestato nel 1983 nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli sulla Nuova Camorra Organizzata, fu condannato in primo grado a dieci anni di reclusione. La Corte d’appello di Napoli lo assolse con formula piena nel 1986; l’assoluzione fu poi confermata dalla Cassazione nel 1987.

Il caso Tortora non è assimilabile, sul piano processuale, alla vicenda del giovane condannato a sette anni. È però diventato il simbolo nazionale dell’errore giudiziario e dei rischi legati a ricostruzioni accusatorie non adeguatamente verificate.

Il quadro del distretto

Secondo una rilevazione di Errorigiudiziari.com basata sui dati disponibili per il periodo 2012-2016, il distretto della Corte d’appello di Napoli risultava ai vertici nazionali per i casi di ingiusta detenzione: 835 episodi complessivi, con una media di 167 casi l’anno. Nel solo 2016 erano stati indicati 145 casi e oltre 4,4 milioni di euro liquidati in indennizzi.

La stessa fonte distingue però tra ingiusta detenzione ed errore giudiziario in senso tecnico. Il primo riguarda una custodia cautelare rivelatasi ingiustificata; il secondo, in senso stretto, presuppone una condanna definitiva poi cancellata attraverso un procedimento di revisione.

Questa distinzione è importante anche per il caso denunciato dall’avvocato Pisani: fino a quando non saranno disponibili la sentenza, gli atti dell’eventuale impugnazione e una decisione definitiva, è più corretto parlare di presunta ingiusta condanna o di caso denunciato dalla difesa, evitando di definire già accertato un errore giudiziario.

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