Le indagini sul clan Senese confluite nelle circa 800 pagine dell’ordinanza cautelare firmata la scorsa settimana dal gip Livio Sabatini svelano i retroscena della pax tra i clan: la cosca di Michele Senese ‘o Pazzo stringe alleanze d’affari e di sangue con i Licciardi di Secondigliano. Ma mezzo milione di euro di debiti e affari transfrontalieri rischiano di far saltare il banco. Nell’inchiesta anche i legami con i colletti bianchi della finanza elvetica.
Roma, Napoli e Milano: l’asse del crimine transregionale
Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia restituiscono quindi la radiografia di una holding criminale capace di muoversi su un doppio binario: da un lato una spiccata autonomia operativa nel Lazio, dall’altro una fitta e consolidata rete di alleanze strategiche con i clan storici della camorra napoletana. Al centro della galassia criminale c’è il clan di Michele Senese, detto ‘o Pazzo, storico padrino di Roma.
Gli atti giudiziari confermano la saldatura di rapporti non solo amichevoli ma di stretta cooperazione con la frangia capeggiata da Luigi Esposito, detto Nacchetta, elemento di spicco del clan Licciardi, pilastro della celebre Alleanza di Secondigliano. Una convergenza di interessi che trova riscontro nei contatti organici tra i fiduciari dei Senese – come la famiglia Di Giovanni – e i fratelli Antonio e Giovanni Varriale, considerati tra gli emissari di massimo livello del clan Licciardi e storicamente legati alla reggente dell’organizzazione, Maria Licciardi.
La trappola per il debitore: mezzo milione di euro e la pistola mancata
Il sistema di garanzie e riscossioni della consorteria non ammette sgarri. Ne sa qualcosa Massimiliano Barretta, nipote di Antonio Gaglione, finito al centro di un contenzioso economico colossale: circa 500.000 euro di debiti contratti con i Senese e ben 600.000 euro dovuti al clan campano Sorrentino di Milano.
La vicenda emerge nitidamente dalle intercettazioni in cui lo stesso Gaglione, ripreso in auto con il fedelissimo Gennaro Scognamiglio, racconta di aver affrontato il nipote a Pomezia. Gaglione, uscito dal carcere nel dicembre 2017, aveva imposto una restituzione scaglionata del denaro, ordinando a Barretta di liquidare prima i creditori legati all’Alleanza di Secondigliano e poi la famiglia Senese.
Ma di fronte al mancato rispetto dei patti – con il denaro dirottato sull’acquisto di uno stabilimento balneare a Viareggio – la reazione del clan fu a un passo dal sangue. Gaglione confessa di aver voluto giustiziare il nipote sul posto:
“Lo acchiappai, stavo a Pomezia, poi ti faccio vedere il posto dove lo volevo atterrare… lo stavo sparando, c’era Angelina con me… pigliai e mi fermai, Angelina piangeva hai capito”.
Una spaccatura interna confermata anche dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Cosimo Nicolì, che ha tracciato i contorni di una gestione economica spregiudicata e centralizzata.
Il gelo in aula: la linea dura dettata da Angelo Senese
La rottura definitiva con il fronte dei debitori infedeli trova il suo palcoscenico simbolico nelle aule di giustizia di Roma. Un’intercettazione del febbraio 2023 svela il clima di terrore e rispetto mafioso imposto dai vertici.
Durante un’udienza davanti alla Corte d’Appello di Roma, Angelo Senese – custode degli affari finanziari della famiglia – impartisce ordini tassativi ai sodali presenti. Nel mirino c’è Antonio Sorrentino, coimputato e ormai isolato dopo il voltafaccia e la scelta di collaborare con la giustizia da parte di Barretta.
I dialoghi intercettati tra Giancarlo Vestiti (anello di congiunzione con gli interessi milanesi del clan) e i suoi interlocutori descrivono la scena nei dettagli: quando Sorrentino fa il suo ingresso in aula, nessuno si scompone. Nessun cenno di saluto, neanche un “buongiorno”.
Una gogna silenziosa eseguita su precisa disposizione di Angelo Senese, il quale, a fine udienza, si compiace della freddezza riservata all’ex alleato, ribadendo la linea del totale ostracismo per chi tradisce i codici dell’organizzazione.
Dalla Svizzera ai colletti bianchi: la finanza nera del clan
L’inchiesta scava a fondo anche nella cassa sommersa della consorteria. Gli interessi finanziari dei Senese non si fermano al mattone romano o ai ristoranti della Capitale – come il noto Gaucho – ma si estendono ben oltre i confini nazionali.
Gli inquirenti hanno documentato un imponente flusso di capitali verso la Svizzera, gestito sempre da Angelo Senese per il tramite di Tonino Leone, imprenditore residente nella Confederazione ed amministratore di due società elvetiche, la Sofiferge SA e la Silversquare SA.
È proprio da questi conti esteri che proverrebbero i finanziamenti milionari elargiti non solo al debitorio Barretta, ma anche ad altri imprenditori della Capitale, come i contitolari della ITB S.r.l., destinatari di un prestito da un milione e mezzo di euro.
Un mosaico criminale e finanziario che, tra patti di sangue con la camorra napoletana, intimidazioni in tribunale e investimenti offshore, conferma la pericolosità e la modernità di un sodalizio capace di trattare alla pari con la ‘Ndrangheta – come dimostrano i contatti milanesi con il calabrese Santo Crea – e di gestire patrimoni miliardari nell’ombra.
Punti chiave sull'inchiesta sul clan Senese
Ecco una sintesi dei principali elementi emersi dall'inchiesta sul clan Senese e le sue alleanze.
- Clan Senese: Guidato da Michele Senese, noto come 'o Pazzo', il clan ha una forte presenza a Roma.
- Alleanze mafiose: Il clan ha stabilito legami con i Licciardi di Secondigliano, formando un'alleanza strategica.
- Debiti e conflitti: Un debito di mezzo milione di euro ha innescato tensioni interne, con minacce di violenza.
- Attività finanziarie: Il clan gestisce flussi di capitali anche all'estero, in particolare in Svizzera.
- Intimidazioni in tribunale: Il clan esercita pressioni sui collaboratori di giustizia e mantiene un clima di terrore.



