Roma – Valter Lavitola nel mirino della Procura di Roma per l’attentato a Sigfrido Ranucci, ma anche per i rapporti che l’ex editore, imprenditore e faccendiere teneva con i giornalisti di Report e con la vittima del raid.
In questa fase investigativa che tende a scoprire il movente che si cela dietro l’attentato di ottobre scorso, le figure di Ranucci e Lavitola sembrano centrali. I pm della Dda di Roma vogliono accertare i motivi della presenza di Valter Lavitola nella redazione di Report e quante volte questo sia accaduto, ma anche analizzare le tante interviste rilasciate dall’imprenditore in questi giorni per capire se ci siano dietro dei messaggi rivolti a qualcuno. Approfondimenti che avallano la convinzione che Lavitola potrebbe essere il mandante del raid compiuto dai quattro indagati arrestati provenienti dalle province di Napoli e Avellino.
Accertamenti dei pm sulla presenza di Lavitola negli studi della Rai
Importanti risposte sono attese nelle prossime ore dall’analisi dei cellulari e delle pen drive sequestrate a Lavitola nel corso della perquisizione del 4 luglio scorso nella sua abitazione a Monteverde. Poco prima i carabinieri avevano visto l’ex editore uscire con un trolley, in partenza per il Camerun, dove si trova il suo factotum, Gomes Clesio Tavares, che secondo gli inquirenti era l’intermediario con la banda che ha piazzato l’ordigno.
Innanzitutto sembra esserci una crepa tra Ranucci, la Procura di Roma e gli investigatori, in merito alle notizie trapelate sulle indagini. Tant’è che il giornalista ha presentato attraverso il suo avvocato, Roberto De Vita, una denuncia per diffamazione.
A tenere banco in questi giorni non sono solo i risvolti giudiziari sulla vicenda
”In relazione alla diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un ‘finto attentato’ e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità, Sigfrido Ranucci ha presentato denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata ed altri reati” ha detto il legale.
Poche ore dopo lo stesso avvocato ha annunciato una seconda denuncia querela a nome di Ranucci e di alcuni dei giornalisti di Report che “non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto” dice l’avvocato.
Dunque, Ranucci e i giornalisti di Report chiedono che la procura di Roma indaghi per “rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo”. L’atto è relativo alla “rivelazione di notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare – spiega il penalista – di contenuti di intercettazioni telefoniche, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative alla indagine tuttora in corso e di elevatissima delicatezza per il grave attentato dinamitardo nei confronti di Ranucci, con conseguente pubblicazione sulle testate il Domani e La Verità, da cui deriva grave pregiudizio alle investigazioni, aggravamento dell’esposizione al rischio e pregiudizio reputazionale per l’uso parziale e strumentale a narrazioni distorte”.
“Rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo”.
Al fronte investigativo, alle domande sui legami e gli interessi tra Ranucci e Lavitola e tra questi e il movente e gli attentatori si aggiunge anche un ampio fronte politico e giornalistico al quale il giornalista di Report deve fare fronte. Agli articoli di stampa si sono aggiunti oggi i dubbi insinuati da Massimo Giletti che, da giorni, affonda il coltello nella piaga di Ranucci. In un video pubblicato su Instagram, il conduttore di ‘Lo stato delle cose’ sostiene che in questa vicenda abbia un ruolo chiave un tale ‘Corrado’, nome che emerge dalle intercettazioni. Giletti analizza le parole di Ranucci nell’immediatezza dell’attentato e dopo il coinvolgimento di Lavitola, sostenendo che la vittima dell’attentato successivamente abbia ammorbidito la sua posizione.
Una canea che ha sta dividendo il mondo del giornalismo nostrano in colpevolisti e innocentisti, ma non nei confronti dei presunti autori dell’attentato o del presunto mandante, ma nei confronti di Ranucci e della sua amicizia con il faccendiere Lavitola.
Giletti fa il nome di un certo Corrado
Sul fronte giornalistico-politico, l’attacco di Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, è apparso stamattina in un editoriale e in un articolo a firma di Carlo Cambi, nel quale si sostiene che un’inchiesta di Report sugli acquisti dei dispositivi di protezione durante il covid sarebbe stata censurata e sparita dal sito di Raiplay.
Su questa vicenda, Sigfrido Ranucci ha risposto direttamente con un post, dal suo profilo Facebook ai colleghi de La Verità: “Oggi il quotidiano la Verità, con un editoriale del direttore Maurizio Belpietro e un articolo a firma di Carlo Cambi, sostiene che un’inchiesta di Report sugli acquisti dei dispositivi di protezione durante il covid sarebbe stata da me censurata e sparita dal sito di Raiplay.
Premesso che Report non ha giurisdizione su Raiplay che ha una struttura e direzione autonoma, i fatti non corrispondono al vero. La puntata contestata ‘La commessa cinese’ andata in onda l’11 gennaio 2021 è presente sul nostro sito, sotto forma di testo integrale”.
Il video – spiega il conduttore di ‘Report’- non c’è semplicemente perchè c’erano filmati prodotti in Cina i cui diritti hanno una scadenza a cinque anni, come da contratto con la società che ci ha fornito le immagini. Altre inchieste come Mascheropoli e Affari di covid, che mettevano sotto la lente le scelte di uomini di fiducia del governo dell’epoca sono ancora visibili sul nostro sito”, dice Ranucci allegando i link ai video dei servizi.
“Inoltre – conclude – appare singolare che Report avrebbe dovuto censurare le splendide inchieste realizzate da Rosa Maria Aquino, che come facilmente riscontrabile sono già agli atti della Commissione che indaga sul Covid. E si tratta una commissione alla quale la squadra di Report, a differenza di molti altri che ai tempi del Virus si erano chiusi nello sgabuzzino, ha dato un grosso contributo mettendo a rischio la propria salute e quella dei propri cari”.
La vicenda della censura, sollevata da Belpietro, è stata utilizzata dai commissari di Fratelli d’Italia in Vigilanza che hanno annunciato un’interrogazione affinchè ‘si chiariscano le ragioni di questa sparizione’.





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