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Gli interrogatori

Attentato a Ranucci, padre e figlio ‘divisi’ sulla bomba e la preparazione del raid

Versioni discordanti tra Antonio Passariello e Pellegrino D'Avino sulle modalità dell'attentato hanno spinto il Gip a lasciare i due in carcere
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Roma – Dilettanti del crimine allo ‘sbaraglio’ i due esecutori materiali dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.

Le dichiarazioni di Antonio Passariello e Pellegrino D’Avino, padre e figlio, pur convergendo sugli aspetti principali, hanno proposto agli inquirenti versioni discordanti sulla fase preparatoria e soprattutto sull’origine dell’esplosivo.

Il padre Passariello è colui che insieme a Saverio Mutone ha materialmente posizionato l’esplosivo, ma sostiene di non conoscere la natura della bomba e tira in ballo il figlio: “Mio figlio Pellegrino mi diceva che l’ordigno conteneva solo polvere da sparo e nega di conoscere il funzionamento dell’ordigno”. Poi è lui stesso ad ammettere di essersi procurato un passamontagna e dei guanti, di aver messo l’esplosivo nel vano della ruota di scorta e il telecomando nel cruscotto dell’auto.

Nel suo racconto Passariello rivela che il telecomando non ha funzionato al primo colpo, di essere tornato indietro e “giunto a non più di 5 metri” ha premuto il pulsante e la bomba è esplosa.

Secondo il pm De Santis che ha dato parere negativo alla scarcerazione, Passariello conosceva bene la natura dell’ordigno, che conteneva ‘gelatina da cava’ tanto da usare tutte le precauzioni necessarie per farlo esplodere.

Pellegrino D’Avino, dal canto suo, ha sostenuto che fu Gomes Clesio Tavares a proporgli il lavoro, per strada, a Cicciano nel napoletano. “Si deve mettere una bomba, niente di che roba tranquilla” avrebbe detto il camerunense, factotum del mandante Valter Lavitola. Per il lavoro gli avrebbe offerto 3000 euro.

D’Avino, smentito dalle intercettazioni, sostiene di aver solo ritirato l’esplosivo e di non averlo commissionato. Lo scambio sarebbe avvenuto dietro un muretto vicino alla statua del Santo a Sperone. Chi abbia lasciato lì la bomba che è poi stata utilizzata per l’attentato, D’Avino non lo dice. “Era in uno scatolo chiuso con il nastro da imballaggio. All’interno della busta non vi erano altri oggetti”.

Il padre lo contraddice: “Mio figlio mi ha dato il telecomando”. Insomma i due durante l’interrogatorio hanno cercato di attenuare, ognuno per sè, le responsabilità finendo invece per aggravarle. Il Gip Livio Sabatini nel motivare il rigetto della scarcerazione, scrive di ‘dichiarazioni reticenti contraddette dalle risultanze delle intercettazioni’.

Sul danaro ricevuto da Gomez le versioni dei due in parte convergono. La mattina dopo l’attentato, il camerunense, amico di D’Avino, gli consegna la somma pattuita. Il giovane sostiene di aver consegnato 1200 euro al padre che invece racconta di aver ricevuto solo 200 euro, 1000 euro a Mutone e 800 euro li avrebbe trattenuti per se.

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