Il colpo di scena

Omicidio Covito, il boss Luigi Di Martino assolto

Cinque pentiti e intercettazioni non bastano alla Procura: il Gup di Napoli accoglie l'eccezione degli avvocati Vannetiello e Severino. "O profeta", boss del clan Cesarano al 41-bis, evita una condanna a 30 anni
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Napoli -La Direzione Distrettuale Antimafia era certa di aver chiuso il cerchio attorno a uno dei delitti più sanguinosi dell’inizio del millennio nella periferia stabiese. Per Luigi Di Martino, noto negli ambienti criminali come “’o profeta” e storico reggente del clan Cesarano, la pubblica accusa aveva avanzato una richiesta di condanna perentoria: 30 anni di reclusione con l’accusa di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio di Tomaso Covito, freddato a Santa Maria la Carità il 12 novembre del 2000.

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Sul tavolo del magistrato c’era un impianto accusatorio sulla carta blindato, forte delle dichiarazioni di ben cinque collaboratori di giustizia, delle testimonianze dei familiari della vittima e di una fitta rete di intercettazioni. Eppure, lo scenario è stato completamente ribaltato nell’aula del Tribunale di Napoli. Il Giudice dell’udienza preliminare, la dottoressa Girardi, ha pronunciato una sentenza di proscioglimento per il boss, attualmente detenuto al regime del carcere duro.

La strategia difensiva e il principio del “ne bis in idem”

A disinnescare la richiesta di condanna della DDA non è stata una discussione sul merito dei fatti, bensì una serie di complesse e inusuali eccezioni preliminari sollevate dal collegio difensivo, composto dagli avvocati Dario Vannetiello e Marcello Severino.

I legali hanno eccepito la violazione del principio del precedente giudizio, sostenendo con fermezza che l’azione penale non potesse essere nemmeno avviata.

La difesa ha fatto leva su una prima e decisiva vittoria incassata il 25 febbraio 2026 dinanzi alla Corte di Cassazione, quando gli ermellini rigettarono il ricorso della Procura contro una precedente sentenza di proscioglimento emessa per lo stesso reato nel settembre del 2025.

Il braccio di ferro sulle nuove indagini

La vicenda processuale si è trasformata in una vera e propria scacchiera giuridica. Dopo un primo stop imposto dal Gup Campanaro, che aveva emesso una sentenza di non luogo a procedere per Di Martino, gli inquirenti avevano tentato la controffensiva. Erano state infatti avviate nuove indagini suppletive, comprensive di ulteriori interrogatori ai collaboratori di giustizia, nel tentativo di bypassare il precedente blocco e trascinare nuovamente il boss a processo.

Una mossa che gli avvocati Vannetiello e Severino hanno immediatamente neutralizzato alla radice, sollevando un’eccezione di inutilizzabilità delle recenti investigazioni per una pluralità di vizi giuridici. Un’impostazione che ha fatto breccia nel giudizio del Gup, portando al proscioglimento definitivo.

Niente scarcerazione: il boss resta al 41-bis

Il successo della linea difensiva ha prodotto effetti anche sulla misura cautelare, determinando la perdita di efficacia della custodia in carcere per l’omicidio Covito. Un dettaglio tecnico che però non spalancherà le porte del carcere a Di Martino.

O profeta — balzato agli onori delle cronache criminali decenni fa anche per aver agevolato la clamorosa fuga del boss Ferdinando Cesarano dall’aula bunker di Salerno — resta recluso nel penitenziario di Milano-Opera. Sotto la lente del carcere duro, Di Martino sta infatti continuando a espiare condanne definitive per altri reati associativi.

Cronistoria e riepilogo della vicenda

Per comprendere la complessità del caso, ecco la sequenza temporale degli eventi che hanno caratterizzato questo scontro giudiziario durato oltre venticinque anni:

12 Novembre 2000: Tomaso Covito viene assassinato a Santa Maria la Carità. Le indagini si concentrano sulle dinamiche camorristiche del clan Cesarano di Castellammare di Stabia, di cui Luigi Di Martino è ritenuto il reggente.
25 Settembre 2025: Il primo Gup del Tribunale di Napoli (dott.ssa Campanaro) accoglie le prime sottili eccezioni della difesa ed emette una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Di Martino.
Fase intermedia (Fine 2025): La Procura non si arrende, avvia indagini suppletive con nuovi interrogatori ai pentiti e parallelamente fa ricorso in Cassazione.
25 Febbraio 2026: La Corte di Cassazione dà ragione alla difesa, respingendo il ricorso della pubblica accusa e blindando il primo proscioglimento.
Fase finale (2026): Nonostante il verdetto degli ermellini, la DDA tenta un secondo processo basandosi sulle indagini nuove. Gli avvocati sollevano l’eccezione di inutilizzabilità degli atti e del precedente giudizio.
Luglio 2026: Il nuovo Gup (dott.ssa Girardi) sposa la tesi difensiva: Di Martino viene prosciolto e decade la misura cautelare per questo reato, sebbene l’imputato resti al 41-bis a Milano-Opera per altre condanne.

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