IL PROCESSO

Carceri trasformate in centrali della camorra: il 2 novembre la sentenza sul ‘super clan dei servizi’

19 carceri in Italia trasformate in centrali operative. Gratteri: «Jammer a Secondigliano ha funzionato, ora altri quattro dispositivi»
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Il 2 novembre prossimo arriverà la sentenza del maxi processo contro il cosiddetto “super clan dei servizi”, l’organizzazione che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, avrebbe trasformato le carceri italiane in vere e proprie centrali operative della camorra.

Un sistema capace di garantire ai boss detenuti droga, telefoni cellulari e ogni tipo di supporto logistico per continuare a impartire ordini dall’interno delle celle.

Il processo, celebrato davanti alla Corte d’Appello di Napoli, è entrato nella fase conclusiva: dopo le ultime discussioni degli avvocati difensori, ora spetta alla pubblica accusa la replica finale, prima della sentenza fissata per la seduta del 2 ottobre.

Il contesto: jammer, Secondigliano e le polemiche sui disservizi

Il procedimento si inserisce in un dibattito acceso in questi giorni tra il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, e i vertici dell’amministrazione penitenziaria sull’uso dei jammer, gli inibitori di frequenza installati per bloccare i cellulari clandestini.

«Sui jammer il ministero della Giustizia ha deciso di impegnarsi qui a Napoli con una prima sperimentazione, nel carcere di Secondigliano, che ha avuto successo. Ora si pensa di acquistarne altri quattro per interessare, in una prima fase, cinque istituti penitenziari, a partire da quelli di alta sicurezza», ha detto Gratteri.

La sperimentazione, secondo i dati diffusi dal Ministero, ha bloccato in 24 ore circa 24mila tentativi di chiamata, quasi mille all’ora. Ma mentre le autorità parlano di successo, diversi cittadini dei quartieri adiacenti al carcere denunciano problemi alle connessioni telefoniche e internet nelle proprie abitazioni, imputando proprio ai jammer i disservizi.

Il blitz che smantellò il “service” dei clan

L’inchiesta rappresenta uno dei colpi più duri inferti dalla Dda di Napoli al sistema di collegamento tra boss detenuti e organizzazioni criminali attive sul territorio.

Il 19 marzo 2023 scattò il maxi blitz che portò all’esecuzione di 21 misure cautelari, accogliendo la richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Gli investigatori ricostruirono l’esistenza di una vera e propria struttura specializzata nell’introduzione di telefoni cellulari, sostanze stupefacenti e altri oggetti vietati all’interno di 19 istituti penitenziari italiani, dalla Sicilia al Piemonte, passando per Calabria, Puglia e Campania.

Secondo gli inquirenti, il carcere di Secondigliano rappresentava uno dei principali snodi dell’organizzazione, consentendo ai capi dei clan di mantenere il controllo delle attività criminali anche durante la detenzione.

Droni, listino prezzi e consegne “su commissione”

L’organizzazione avrebbe operato con modalità quasi imprenditoriali. Le consegne avvenivano prevalentemente mediante droni pilotati da operatori esperti, capaci di superare le misure di sicurezza degli istituti penitenziari.

Gli investigatori hanno ricostruito anche un vero e proprio tariffario: mille euro per introdurre uno smartphone, 250 euro per un telefono destinato esclusivamente alle chiamate vocali e fino a 7 mila euro per far recapitare mezzo chilo di sostanza stupefacente all’interno delle carceri.

Intercettazioni, pentiti e agenti infedeli

Il quadro accusatorio si fonda su un’imponente attività investigativa composta da intercettazioni telefoniche e ambientali, servizi di osservazione e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Determinante, secondo gli inquirenti, fu l’analisi delle conversazioni della moglie di un detenuto, da cui sarebbe emerso anche il coinvolgimento di quattro appartenenti alla Polizia Penitenziaria, accusati di aver favorito, dietro compenso, l’ingresso di droga e telefoni cellulari negli istituti di pena.

I clan coinvolti nell’inchiesta

Tra gli imputati figurano esponenti ritenuti vicini ad alcune delle più importanti organizzazioni camorristiche dell’area metropolitana di Napoli e della provincia.

Tra i nomi di maggiore rilievo compaiono Ciro Contini, detto “’o Nirone”, ritenuto vicino al clan Contini e nipote del boss Eduardo Contini; Matteo Balzano, Giovanni Baratto, Cristian Esposito e la madre Maria Nappi, moglie del ras Massimiliano Esposito “’o Scognato”.

Coinvolti inoltre presunti affiliati ai gruppi Abbinante, Vigilia, Fusco di Cercola, Mazzarella, De Micco, Puccinelli, Sibillo, Del Prete, oltre ad altri indagati provenienti da Caivano, Soccavo e Torre Annunziata.

Attesa per la sentenza definitiva

Il processo d’Appello è considerato uno dei più complessi celebrati negli ultimi anni in materia di criminalità organizzata. In primo grado il rito abbreviato si concluse con 29 condanne e pene complessive pari a 250 anni di reclusione.

Tredici imputati hanno definito il procedimento attraverso il concordato in appello, mentre altre tredici posizioni sono state affrontate con discussione ordinaria, in particolare quelle relative agli imputati destinatari delle pene più elevate.

Nel pool difensivo gli avvocati Roberto Saccomanno, Abet, Giuseppe Perfetto, Domenico Dello Iacono, Leopoldo Perone, Rocco Maria Spina, Dario Carmine Procentese, Massimo Viscusi, Minieri, Fernando Quaranta, Beniamino Palma, Antonio Bucci.

Cosa sapere

Punti chiave sul processo contro il 'super clan dei servizi'

Ecco una sintesi dei principali aspetti legati al maxi processo in corso.

  • Data della sentenza: La sentenza è attesa per il 2 novembre.
  • Accuse principali: L'organizzazione avrebbe trasformato le carceri in centrali operative della camorra.
  • Modalità operative: Utilizzo di droni per l'introduzione di telefoni e droga nelle carceri.
  • Implicazioni per la sicurezza: L'uso di jammer è al centro di polemiche per i disservizi nelle comunicazioni civili.
  • Imputati di rilievo: Tra gli accusati ci sono esponenti di importanti clan camorristici napoletani.
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