Per comprendere il livello di penetrazione criminale descritto nelle oltre 300 pagine dell’ordinanza cautelare firmata ieri dal gip Carla Sarno che ha colpito la cosca dei Russo di Castel Volturno legata alla fazione Bidognetti dei Casalesi, bisogna ascoltare la voce di chi quel sistema lo ha guidato dall’interno.
I verbali del pentito Vincenzo D’Angelo rappresentano un’autentica radiografia del clan dei Casalesi. D’Angelo non è un affiliato qualunque: è il cugino di secondo grado del capo della fazione opposta, Costantino Russo, ma il suo destino si incrocia indissolubilmente con la cupola dei Casalesi attraverso una precisa scelta dinastica.
Nelle prime righe del suo interrogatorio, D’Angelo mette a verbale il momento esatto del suo ingresso nel gotha della camorra casertana:
«La mia appartenenza criminale al clan dei Casalesi si sugella con il fidanzamento e il matrimonio con Teresa Bidognetti. Ho retto il clan Bidognetti sin dall’arresto di Lubello Giovanni del dicembre 2011. Di fatto ho iniziato ad interessarmi fattivamente agli affari del sodalizio nel corso dell’anno 2012».
Da quella posizione di vertice, D’Angelo osserva e gestisce gli equilibri territoriali, descrivendo una spartizione monopolistica dei mercati illegali che rasenta la precisione di un accordo societario tra multinazionali:
«La mia partecipazione attiva al clan Bidognetti mi ha consentito di ben conoscere le vicende relative anche al gruppo Schiavone benché da ultimo i rapporti non fossero dei migliori, in ragione degli accordi intercorsi tra i due gruppi criminali, per tutti indico le ripartizioni degli affari legati al gioco d’azzardo, appannaggio degli Schiavone e le onoranze funebri, appannaggio dei Bidognetti.
Dal mio punto di vista i Bidognetti sono criminalmente superiori, tuttavia proprio i miei rapporti di famiglia con gli Schiavone mi hanno consentito di tenere sempre un canale aperto con costoro. Posso affermare senza timore di essere smentito che attualmente i Bidognetti hanno rapporti e stretto alleanze con tutti, o quasi, i clan del napoletano. Il nome, la caratura e la personalità di Bidognetti Francesco è conosciuto in tutta Italia. ‘Cicciotto’ è un vero capo mafioso».
La mappa dell’impero di Costantino Russo
Quando i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli incalzano il collaboratore sulle attività economiche di suo cugino Costantino Russo, D’Angelo elenca una sfilza di sigle, locali storici, stabilimenti balneari e attività di ristorazione. Non si tratta, spiega, di un patrimonio personale, ma del tesoro della cosca:
«Con riferimento a Russo Costantino ed alle attività da questi svolte voglio preliminarmente evidenziare che lo stesso è attualmente attivo nella gestione di plurime attività commerciali nella zona di Castel Volturno ed in agro di Casal di Principe. Si tratta di esercizi commerciali del tipo bar/ristorazione, sale da gioco lidi balneari/piscine nei quali ha investito i danari accumulati dal padre sino all’anno 2002 circa. Tali attività sono gestite con i soldi del clan Russo e nell’interesse dello stesso.
Non si tratta, invero, di beni personali, benché lo stesso tragga da tali attività la sua principale forma di sostentamento. Conosco tali informazioni sia perché ne abbiamo più volte parlato ed in particolare lo stesso Costantino mi ha riferito che in tali attività ha investito i soldi provento dell’attività illecita di famiglia. I proventi di siffatte attività sono in buona parte destinati all’organizzazione gestita allo stato dallo stesso Russo Costantino e da Lello Letizia».
La genesi di questo impero commerciale affonda le radici nei debiti da gioco e nell’usura. D’Angelo racconta ai magistrati come Costantino Russo sia riuscito a fagocitare il tessuto economico locale partendo da una singola operazione commerciale ai danni di Vincenzo Galiero, poi diventato suo factotum e prestanome:
«La prima attività del Costantino con la quale questi ha poi avviato il business, è quella del bar del comprensorio denominato ‘Fontana bleu’, appartenuto a Galiero Vincenzo; questi, intorno al 2012/13, aveva un consistente debito, pari a circa 40.000 euro, con i gestori delle macchinette, attività da sempre controllata dagli Schiavone/Russo, le slot in particolare erano gestite dai Russo. Per questo motivo il Galiero si rivolse a Russo Costantino chiedendogli di risolvere il problema. Fu così che il Costantino rilevò la metà del bar».
Secondo le dichiarazioni del pentito è l’inizio di una reazione a catena. Nel giro di pochi anni, Russo acquisisce l’intera proprietà del locale e si allarga sul lungomare di Pineta Mare, rilevando il bar del padre di Galiero, rinominato “Miramare”, situato a ridosso del lido delle Rose e del lido Arcobaleno. Da lì, l’elenco dei beni riconducibili al clan si estende a macchia d’olio: la piscina Nereo a Fontana Bleu, il lido Shaiti (ex Cormorano, gestito in società con una famiglia ritenuta affiliata ai Russo), il pub Woop, il takeaway Federico’s (formalmente intestato alla parente della moglie ), fino al locale Joy e al bar Il Castello di Casal di Principe.
Le liti sull’eredità e il controllo del Jova Beach Party
Il controllo del territorio da parte di Costantino Russo non si ferma alle attività commerciali tradizionali, ma si estende alla gestione delle rendite immobiliari di famiglia e ai grandi eventi pubblici, provocando a volte violente frizioni persino tra parenti di sangue. D’Angelo rivela un durissimo scontro personale avvenuto per la spartizione dei proventi di Palazzo Baldascino a Casal di Principe:
«La famiglia Tonziello è storicamente proprietaria del cosiddetto palazzo Baldascino di Casal di Principe già da tempo, forse un ventennio, fittato alla S.I. La rendita che si aggira per quanto a mia conoscenza intorno ai 12 mila euro mensili pagati ogni trimestre, nella misura di euro 36.000… va divisa prima in due quote… quella riferibile alla madre del Costantino va divisa in quattro quote. A questo proposito preciso che ho avuto in passato un violento alterco con il Costantino il quale aveva avanzato pretese sull’altra metà del palazzo, invece destinata a mia madre e verosimilmente ad altri cugini».
Ma il passaggio più clamoroso dei verbali riguarda il tentativo della fazione Russo di allungare le mani sui flussi di denaro generati dai grandi eventi estivi sul litorale, nello specifico i mega-parcheggi legati alla tappa del concerto Jova Beach Party. D’Angelo racconta di un accordo d’affari proposto direttamente da suo cugino e naufragato solo per la resistenza degli operatori locali:
«…vi racconto dell’interesse del Costantino a gestire il parcheggio, o almeno una parte del parcheggio allestito in occasione dell’evento ‘JOVA Beach’. Allorché il Costantino mi chiese di entrare in questo affare, invero lecito poiché avremmo gestito il parcheggio con tutte le autorizzazioni, gli chiesi di corrispondermi il 60% degli introiti, poi concordati nella misura del 50%. Il Russo non ha poi partecipato all’affare per la resistenza del titolare del lido ..omissis… che non vedeva di buon occhio, per quanto ho potuto percepire, il coinvolgimento del Russo. Quel parcheggio, non fu inserito tra i parcheggi autorizzati».
Quando, a metà interrogatorio, gli ufficiali di Polizia Giudiziaria gli contestano che i riscontri investigativi racconterebbero in realtà di una effettiva e abusiva gestione di quelle aree di sosta da parte degli uomini del clan, il pentito cede di fronte all’evidenza dell’indagine, sollevando il velo su possibili “accordi sottobanco” interni alla stessa organizzazione:
«Non mi risulta che il Costantino abbia gestito un parcheggio abusivo in occasione del ‘JOVA Beach’, mi dite che a voi risulta il contrario, ne prendo atto, ma vi dico che evidentemente non mi è stato riferito dai miei uomini sul territorio oppure c’è un accordo sottobanco di cui evidentemente non dovevo essere messo al corrente».
Un’ammissione che certifica come, dietro la facciata imprenditoriale e i grandi eventi legali, la gestione militare del territorio non abbia mai tollerato vuoti di potere. Un equilibrio perfetto che, tuttavia, si avviava verso il collasso definitivo.





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