Dalla centralinista Rosa, costretta a pagarsi il credito telefonico di tasca propria, al rider Tommaso che rifiuta un posto fisso da benzinaio per restare nel clan. Viaggio negli inferi dei fattorini della cocaina.
C’è una narrazione tossica, alimentata da decenni di fiction e cinema, che dipinge i gregari della camorra come giovani spavaldi, avvolti in abiti griffati, alla guida di auto di grossa cilindrata, baciati da una ricchezza facile e istantanea. Poi ci sono le carte giudiziarie. E le oltre 300 pagine dell’ordinanza cautelare, firmata dal gip Ambra Cerabona e che l’altro giorn o ha portato in carc ere 23 tra vertici e manovalanza del clan Lepre del Cavone, raccontano una storia diametralmente opposta: una storia di miseria, di sfruttamento, di “gig economy” piegata alle spietate regole del narcotraffico.
Al di sotto del vertice manageriale guidato da O’ Cinese e Masaniello, sopravvive un esercito di disperati. Sono i “galoppini”, i fattorini della droga. Operai del crimine che macinano chilometri in scooter per garantire le centinaia di consegne a domicilio giornaliere, rischiando anni di carcere per stipendi che a stento superano la soglia di povertà.
Il centralino unico e i turni di lavoro
L’organizzazione logistica della “holding” Lepre non lasciava nulla al caso. Per evitare sovrapposizioni e massimizzare l’efficienza, il clan aveva istituito un vero e proprio centralino: un’unica utenza telefonica dedicata a ricevere le ordinazioni dei clienti, smistate poi ai rider sparsi per la città.
Nella prima fase delle indagini, questo snodo cruciale è affidato a due dipendenti fidati: Rosa Troise e Carmine Forte. I due non operano in simultanea, ma si dividono la giornata lavorativa come in una normale fabbrica. Rosa copre il turno diurno, gestendo le chiamate del mattino; Carmine subentra al tramonto, prendendo in carico le ore più calde della serata e della notte.
Con l’espansione degli affari, la flotta si allarga. Le cimici degli investigatori iniziano a registrare nuovi nomi, nuove leve arruolate per reggere l’urto delle consegne: entrano in scena Raffaele Martucci noto come o’ mafiuso, Antonio Vitolo e altri due complici che risultano indagati in questa inchiesta. Ma l’assunzione nel clan non garantisce privilegi. Anzi.
«La ricarica te la paghi tu»: il braccio di ferro sulla “settimana”
Il rapporto tra i capi e i sottoposti è regolato da una freddezza contabile spietata. I galoppini percepiscono uno stipendio fisso, chiamato in gergo la “settimana”, ma non godono di alcun benefit aziendale. Nemmeno per gli strumenti di lavoro.
È la sera del 1° marzo 2024. Sono le 21:34 quando Vincenzo Lepre, detto Marco, chiama la centralinista Rosa Troise. C’è un problema operativo: il telefono di servizio è senza credito. La conversazione che ne scaturisce distrugge ogni retorica sull’abbondanza camorristica e svela la taccagneria dei boss:
Vincenzo: «Hai fatto la ricarica sul telefono?»
Rosa: «No.»
Vincenzo: «E quando la fai la ricarica sul telefono? Domani quando prendi la settimana… perché io non te la faccio, non te la faccio la ricarica.»
Rosa (provando a mediare): «Va bene, se me la puoi anticipare… e poi domani te la prendi da sopra la settimana.»
Vincenzo (irremovibile): «Non voglio anticipare niente, te la devi fare tu la ricarica. Sei tu responsabile delle tue cose.»
Nessun anticipo, nessuna concessione. Un clima aziendale asfissiante che si ripete costantemente. Solo pochi giorni dopo, l’8 marzo, è di nuovo Rosa a dover intercedere con Vincenzo Lepre per il suo collega del turno di notte, Carmine Forte. Gli serve liquidità immediata. Rosa chiede se si possono anticipare 100 euro a Carmine, rassicurando il boss: «Poi li scali dalla settimana».
La fame di contante è una costante tra i rider. Il 5 marzo 2024, le microspie intercettano un dialogo intimo e amaro tra il galoppino Antonio Vitolo e sua moglie. Non parlano di auto di lusso o vacanze a Dubai, ma di come arrivare a fine mese. È la moglie a suggerire la mossa disperata per tirare avanti:
Loredana: «Ma lo Zio Cinese (il boss Luigi Lepre, ndr) non ti può anticipare 50 euro?»
Il posto fisso e il giubbino a rate: il paradosso di Angrisano
L’episodio forse più emblematico del fallimento esistenziale di questa manovalanza è quello che vede protagonista Tommaso. Fa il rider, gestisce il rischio, ha la merce in tasca e la polizia alle calcagna. Eppure, vive una vita strozzata dai debiti.
Il giovane rider che rifiuta il lavoro pulito di benzinaio per restare nel clan
Il 6 gennaio 2024, in piena notte, discute con la moglie. Il tema non è il riciclaggio di milioni, ma i regali della Befana per i figli e un giubbino che hanno dovuto comprare a rate. Tommaso è frustrato, capisce che il gioco non vale la candela. Vuole battere cassa con i vertici:
Tommaso: «Ora dico a Ciro se mi aumenta… gli dico: sentite zio, fratello, portami a quattrocento euro.»
Quattrocento euro a settimana. Milleseicento al mese per rischiare il carcere ogni volta che si accende il motore dello scooter. Ma il vero dramma si consuma qualche settimana dopo, il 25 gennaio. Alle 23:56, Tommaso chiama nuovamente la moglie. Le confessa di aver ricevuto un’offerta di lavoro da un distributore di benzina. Un lavoro legale, pulito.
Tommaso: «1.200 / 1.300 euro al mese… ma non me ne frega niente. Tanto è sempre lo stesso qui, 1.200 / 1.300 euro al mese.»
Tommaso fa un calcolo cinico, viziato dall’assuefazione al “Sistema”. Rifiuta il lavoro legale perché, a parità di stipendio, preferisce restare nell’ingranaggio del clan, illudendosi che l’appartenenza criminale abbia un valore superiore alla fatica di un impiego onesto. Sua moglie lo ascolta, e la sua risposta è la resa definitiva di una città che spesso non sa offrire alternative, o di chi non sa più vederle: «E vabbè, stai attento… ma perlomeno stai in grazia di Dio, però.»
Essere un ingranaggio sacrificabile in una macchina di morte, guadagnando come un garzone e pagandosi le ricariche del telefono: per le mogli, per le madri, per i ragazzi arruolati dal Clan Lepre, questo significa ancora stare “in grazia di Dio”. Fino al prossimo arresto, fino alla prossima indagine.
(nella foto Il fondaco san Potito, quartier generale del clan Lepre e nei riquadri da sinistra Ciro Errico, Mariarca Lepre, Rosa Troise, Raffaele Martucci e Carmine Forte)
Approfondimento
Il mito del galoppino ricco e spavaldo è solo una finzione pericolosa.
Dietro la facciata glamour del clan Lepre c’è una realtà di sfruttamento, miseria e rischio costante.
Rider come Tommaso scelgono la strada illegale non per guadagni facili, ma perché
intrappolati in un sistema senza alternative.
Cronache della Campania smaschera l’inganno e accende i riflettori su un dramma troppo spesso ignorato.
Si legge di sfruttamento e di poverta ma mancano dati sul numero reale dei coinvolt1 e sulle misure preventive adottate. Speriamo che dopo l’inchiesta venghono misure reali per offrire alternativelavoro e formazione e non solo misure palliative e parole vuote.
Articolo interessante ma tropppo focalizzato sui dettagli sensazionali senza spiegare come si organzza il supporto per chi vuole uscirne. Ci vorrebbero progetti di reinserimentoserio e accesso al lavoro, magari corsi, aiuti concreti, non la solita retorica che noncambia nulla.
Mi pare ch’e questa inchiesta mostri la realtà diversadalla finzione, pero non si capisce bene come si possa uscirne da sto giro. Le persone sonco sfruttate e pagate pochissimo, e le istituzioni dovrebbero intervenire, offrendo alternative reali non soltanto parole,ma fatti concreti per i giovani e famiglie.
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