Napoli – Non è soltanto una questione di gestione diretta. Nel vasto e ramificato impero del crimine organizzato napoletano firmato Mazzarella, il controllo del territorio passa attraverso una meticolosa e spregiudicata fiscalità parallela.
Chi apre una piazza di spaccio in autonomia non gode di immunità: deve pagare. Deve chiedere il permesso, ottenere l’investitura e versare una tassa periodica per l’occupazione criminale del suolo. È quanto emerge dal capitolo dell’ordinanza cautelare eseguita nel marzo scorso, un dossier che squarcia il velo sui meccanismi finanziari e sulle tensioni interne che agitano le fondamenta del clan.
Le conversazioni finite nelle mani degli investigatori offrono uno spaccato crudo e cinematografico delle dinamiche interne al sodalizio. Non semplici sussurri di quartiere, ma dialoghi intercettati che svelano un sistema di estorsioni incrociate, doppi giochi, alleanze fragili e tassi di interesse criminale rigidamente imposti.
La mappa del pizzo: Forcella, i Decumani e le Case Nuove
Al centro delle indagini ci sono le dinamiche economiche legate ai punti vendita di stupefacenti gestiti formalmente da terzi ma rigorosamente subordinati al nulla osta del clan. Emblematico è il quadro che emerge il 30 giugno 2023, quando Eduardo Buonerba, parlando con il fratello Pasquale, punta il dito contro i fratelli Pasquale e Domenico De Martino (noti negli ambienti come i “Caciotta”), storici gestori di piazze di spaccio tra Forcella e i Decumani legati ai Mazzarella.
“Adesso fa il lecchino, adesso vuole cercare anche i soldi” — commentano i Buonerba, evidenziando come i De Martino cercassero di barcamenarsi tra accordi pregressi con i vertici (in particolare con Michele Mazzarella, che in passato avrebbe rinunciato al dovuto in cambio di una fornitura di stupefacenti) e i nuovi appetiti economici.
Un equilibrio precario, in cui il confine tra l’appartenenza organica al “Sistema” e l’imposizione estorsiva si fa sottile, alimentando malumori e faide intestine.
Duemila euro al mese e la “protezione” dai raid punitivi
Ancora più esplicito è quanto registrato il 3 agosto 2023, in un incontro tra Eduardo Buonerba, il cognato Salvatore Di Caprio e Antonio Bonavolta. Al centro del vertice c’è il recupero dei crediti estorsivi nei confronti di M. R., che gestisce una piazza di “erba” al primo piano in zona Case Nuove.
La regola è ferrea: duemila euro al mese, ripartiti in rate quindicinali. Una scadenza spesso disattesa che rischiava di scatenare la reazione violenta dei “batteristi” del clan. Nel dialogo, Di Caprio ammette di aver fatto da scudo alla donna per evitare un raid punitivo:
“La rata è di duemila euro al mese… ora cosa è successo, che al mese scorso già la coprimmo noi a …omissis…, perché scese Gaetano Galiero… volevano andare a fare bordello su dalla signora”.
L’intervento di garanti interni — come Lulù (Vincenzo Caldarelli) — serviva a evitare l’implosione del sistema e a garantire la riscossione regolare della tangente, confermando che ogni angolo di strada destinato allo spaccio è sottoposto a un rigido tariffario mafioso.
Tradimenti e piazze abusive: la frattura interna
Il quadro delineato dall’inchiesta mostra un’organizzazione sotto pressione non solo per le inchieste della magistratura, ma per le continue frizioni tra gli stessi affiliati. Nelle intercettazioni del 24 ottobre 2023, Eduardo Buonerba si scaglia apertamente contro il cognato Salvatore Di Caprio, accusato di aver concesso a una donna non identificata di aprire una nuova piazza di spaccio a San Giovanni a Carbonara senza l’autorizzazione corale del vertice.
Un segnale evidente di come il controllo delle piazze non sia soltanto una fonte inesauribile di denaro contante, ma anche il terreno di scontro primario per la spartizione del potere all’interno del clan Mazzarella, dove ogni devozione o sgarro si paga a carissimo prezzo.



