LA RICHIESTA DI CONDANNA

Napoli, chiesti 20 anni di carcere per Renato Caiafa: uccise l’amico Arcangelo Correra

Dalla morte di Luigi alla condanna di Renato: la parabola criminale dei Caiafa, la famiglia segnata dal piombo che spara anche quando non vuole
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Napoli  – Vent’anni. Non una vita intera, ma tutta la giovinezza che resta. È questa la richiesta di prezzo avanzata dal sostituto procuratore Ciro Capasso nei confronti di Renato Benedetto Caiafa. L’accusa cammina sul filo sottile che separa l’imprudenza criminale dall’omicidio volontario, sebbene mascherato da un tragico azzardo.

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La notte del 9 novembre 2024, nel cuore antico di Napoli, un colpo di pistola calibro 9×21 ha squarciato il silenzio di piazzetta Sedil Capuano. A terra, con la testa devastata dal piombo, è rimasto il diciottenne Arcangelo Correra. A impugnare l’arma, secondo la ricostruzione della Squadra Mobile, c’era proprio Renato, all’epoca diciannovenne.

Un “gioco”, una bravata, l’ennesima esibizione di muscoli e metallo finita nel peggiore dei modi. Ma a Napoli, e soprattutto nella storia della famiglia Caiafa, le pistole non sparano mai per caso. Hanno un peso specifico che affonda le radici nella genealogia stessa della criminalità dei vicoli.

Il miraggio della pistola sulla ruota e il battesimo del fuoco

Davanti agli inquirenti, Renato Caiafa ha tentato di imbastire la più classica, e fragile, delle verità di strada: «La pistola l’ho trovata lì, appoggiata sulla ruota di un’auto parcheggiata». Un’arma clandestina, un caricatore maggiorato, roba da professionisti della camorra abbandonata come spazzatura in un vicolo a disposizione di una comitiva di ragazzi. Una versione che non ha retto all’urto delle indagini.

Quella calibro 9 risultava rubata e, secondo l’accusa, era nella disponibilità del gruppo. Renato l’ha presa, l’ha maneggiata, l’ha puntata contro Arcangelo – che per ironia della sorte era anche suo cugino e considerato «come un fratello» – e ha premuto il grilletto.

Le ultime parole di Arcangelo, sussurrate mentre veniva caricato in sella a uno scooter nella disperata e inutile corsa verso l’ospedale Pellegrini, restano impresse nei verbali: «Stai con me, non mi lasciare». Un addio straziante che ha spinto la stessa madre di Renato, poche ore dopo, a compiere un gesto insolito per quelle latitudini: consegnare il figlio alla Giustizia.

«Ho fatto arrestare mio figlio perché ha sbagliato, ma vedo troppi ragazzi armati in giro», dichiarò la donna, consumata da un dolore che per lei non era affatto una novità.

La dinastia spezzata: il fantasma di Luigi e le rapine in Via Duomo

Per capire la sentenza che si abbatterà su Renato il prossimo 29 giugno, quando l’avvocato Giuseppe De Gregorio esaurirà la sua difesa, bisogna riavvolgere il nastro della cronaca nera napoletana fino alla notte del 4 ottobre 2020. Quattro anni prima dell’omicidio di Arcangelo, a morire era stato il fratello minore di Renato, Luigi Caiafa. Aveva solo 17 anni.

Luigi fu centrato dai proiettili di un poliziotto all’angolo tra via Duomo e via Marina. Insieme a un complice, stava compiendo una rapina a mano armata ai danni di tre automobilisti, usando una pistola giocattolo privata del tappo rosso. La reazione degli agenti dei Falchi fu immediata e letale.

Intorno alla figura di Luigi, nel giro di poche settimane, il quartiere Forcella costruì un feticcio: un gigantesco murales abusivo, pellegrinaggi, candele, la celebrazione della “vittima dello Stato” anziché del giovane rapinatore.

Quel ritratto impresso sui muri divenne il simbolo di una subcultura che rifiuta le regole civili, trasformando la devianza in martirio. Lo Stato decise di cancellarlo quel murales, in un blitz che intendeva ripristinare la legalità visiva, ma la ferita sociale era ormai infetta.

L’esecuzione nel basso: la morte di Ciro Caiafa sotto gli occhi dei bambini

Il destino dei Caiafa, tuttavia, non si esaurisce nelle devianze della terza generazione. Il cemento criminale della famiglia era impersonato dal padre, Ciro Caiafa, 40 anni, un uomo con un curriculum pesante legato alle dinamiche dei clan storici della zona, oscillante tra l’orbita dei Mazzarella e i vecchi assetti di Forcella.

Il 30 dicembre 2020, appena tre mesi dopo la morte del figlio Luigi, i killer della camorra andarono a bussare direttamente alla sua porta.

Ciro si trovava nel suo “basso” di via Sedil Capuano, due stanze soffocanti dove il giorno e la notte si confondevano. All’una di notte, mentre un tatuatore gli stava incidendo sul braccio una croce e il nome del figlio morto, i sicari aprirono il fuoco dalle finestre aperte sulla strada. Sei colpi di pistola.

Ciro Caiafa morì così, nel sangue, sotto gli occhi terrorizzati dei suoi figli più piccoli, di 15 e 7 anni, e della moglie. Un’esecuzione spietata che svelò l’assenza totale di filtri etici: la morte consumata davanti all’infanzia, in un mondo in cui la strada entra in casa e la casa si fa strada.

Il vicolo senza uscita e la condanna di una generazione

Oggi, con la richiesta di vent’anni di reclusione per Renato, la Procura di Napoli tenta di mettere un punto fermo a una catena di montaggio criminale che sembra non avere fine. I padri muoiono nei bassi, i figli maggiori cadono sotto i colpi della polizia durante le rapine, e i superstiti maneggiano armi vere come fossero giocattoli, uccidendo i propri stessi compagni di sventura.

Il processo a Renato Caiafa non è soltanto la verifica giudiziaria di una notte di follia a base di alcol, spavalderia e pistole rubate. È l’autopsia sociale di una dinastia familiare che ha eletto il piombo a proprio codice genetico. Forcella assiste in silenzio, mentre i vicoli continuano a produrre le stesse storie, gli stessi altarini e le stesse condanne, in una Napoli che sconta i suoi vent’anni di galera ancor prima di aver compiuto la maggiore età.

L’altarino per Arcangelo Correra Questo filmato mostra la reazione di Forcella e della famiglia nei luoghi esatti in cui si è consumata la tragedia di Arcangelo Correra, offrendo uno spaccato visivo del contesto descritto nell’articolo.

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