Napoli – Dal buio dei vicoli di Pizzofalcone alle luci fredde dell’aula della Seconda Sezione della Corte d’Assise di Napoli. Si chiude con una condanna a vent’anni di reclusione per Gennaro Belaeff il primo capitolo giudiziario sulla morte di Pasquale Sesso, il pregiudicato calato in una fitta trama di spaccio e legami pericolosi, e sul tentato omicidio del figlio Luigi, avvenuto nella calda notte del 5 luglio 2023.
Un verdetto, quello pronunciato dal presidente Conte, che riscrive parzialmente la geografia d’accusa tracciata dalla Direzione Distrettuale Antimafia. Il pubblico ministero, inchiodando l’imputato alle sue responsabilità, aveva chiesto la pena perpetua: l’ergastolo. Ma i giudici hanno parzialmente accolto la linea della difesa, rappresentata dai penalisti Domenico Dello Iacono e Bernardo Scarfò, facendo cadere le pesanti aggravanti della premeditazione e del metodo mafioso.
La verità del balcone: «Era un’imboscata»
Gennaro Belaeff, l’uomo alla sbarra, non ha negato. Ha ammesso di aver premuto il grilletto, ma ha offerto alla Corte una versione radicalmente diversa da quella di un’esecuzione pianificata a tavolino. Una versione che, alla luce degli anni inflitti, ha convinto i giudici a concedergli il beneficio del dubbio sulla genesi del delitto.
Secondo la ricostruzione della difesa, quella notte Belaeff si sarebbe trovato stretto in una morsa, vittima di una vera e propria imboscata ordita dai Sesso. Affacciato al balcone della sua abitazione, avrebbe visto i flash delle armi da fuoco spronati dalla strada, dritto verso di lui. A quel punto, avrebbe preso la pistola e risposto al fuoco, in una drammatica e caotica sparatoria tra i balconi e l’asfalto umido del Pallonetto di Santa Lucia. Niente calcolo a freddo, dunque, ma una reazione violenta a una minaccia immediata.
L’ombra dei Rolex e la legge del taglione
Se il processo a Belaeff fotografa il momento dello sparo, le indagini della Squadra Mobile di Napoli — coordinate dal dirigente Giovanni Leuci e dal vice questore aggiunto Luigi Vissicchio — svelano l’inquietante “dopo”. Perché tra le pendenze criminali di Pizzofalcone, la morte di un uomo non si risolve mai dentro l’aula di un tribunale. Ha una sua coda, sanguinosa e contabile.
Subito dopo il delitto, la voce su chi avesse armato la mano di Belaeff inizia a circolare nei vicoli. Sotto la lente della famiglia della vittima finiscono Antonio Giuliano e Mario Pariso, accusati di aver procurato l’arma all’assassino. Non riuscendo a trovarli, il gruppo Sesso applica la legge del taglione sul bersaglio più vicino: Ciro Pariso, figlio di Mario. Il giovane viene intercettato, minacciato, selvaggiamente picchiato. La “riparazione” per il lutto subito ha un prezzo preciso, quasi aziendale: orologi di lusso. Una partita di Rolex dal valore commerciale di 150mila euro, estorta come risarcimento economico per il sangue versato da Pasquale Sesso.
La faida invisibile tra gli Elia e i Sesso
L’omicidio e l’estorsione degli orologi sono solo la punta dell’iceberg di una faida che da tempo covava sotto la cenere del Pallonetto. La vittima, Pasquale Sesso, era un volto noto agli archivi di polizia mentre l’assassino aveva una condanna in primo grado a oltre otto anni per traffico di stupefacenti lo legava a doppio filo al clan Elia, storica sigla criminale del molo di Santa Lucia, apparentemente smantellata da un maxi-blitz nel 2017.
Ma la criminalità a Napoli si rigenera per frammentazione. Le informative della Dda e i riscontri dei poliziotti del Commissariato San Ferdinando, guidati da Emilio Basile, descrivono la nascita di una nuova cosca, quella dei Sesso, spalleggiata dal potente clan Mazzarella e decisa a strappare il controllo del malaffare, delle estorsioni e delle piazze di spaccio agli Elia. Una guerra silenziosa fatta di rapine d’alto bordo e pretese estorsive sui commercianti della zona “bene” a ridosso di via Chiatamone.
La scia di sangue dei commando
L’ordinanza di custodia che nel marzo dello scorso anno ha portato in carcere cinque esponenti di spicco dei Sesso dimostra come la macchina della vendetta non si fosse affatto fermata all’estorsione dei Rolex. Il commando di fuoco guidato, secondo le accuse, dal venticinquenne Ciro Lemaire e da Giuseppe Sesso, aveva già pianificato e tentato di eseguire due omicidi trasversali.
I bersagli? Fortunato Lequile, zio del killer Gennaro Belaeff, e Carlo Giuliano, fratello di colui che avrebbe rimediato la pistola. Vite di parenti, usate come moneta di scambio in una spirale di violenza interrotta solo dalle manette dello Stato. Cinque arresti che hanno blindato i vertici del gruppo del Pallonetto, tra cui Gennaro Sesso, alias “Genny ‘ra nera”, fratello della vittima. Personaggi che, dalle celle o dai regimi di custodia domiciliare, continuavano a tessere le fila di una guerra di vicolo che la sentenza di oggi, escludendo l’aggravante mafiosa, ha parzialmente ricollocato nella sfera dei tragici regolamenti di conti personali.





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