LA FINE DELLA LATITANZA

Napoli, ecco come i pentiti hanno incastrato Giuseppe Prisco: arrestato in Catalogna

Dalla latitanza in Catalogna all’ergastolo in primo grado: la parabola di Giuseppe Prisco, l’uomo che bussò al citofono di “Polpetta” per consegnarlo al piombo dei Minichini.
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Napoli Ecco Come I Pentiti Hanno Incastrato Giuseppe Prisco Arrestato In Catalogna 2026 06 01
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Napoli – La fine della corsa per Giuseppe Prisco ha il sapore amaro dell’asfalto catalano e il tempismo perfetto di un copione cinematografico. Il trentatreenne napoletano, elemento di spicco della galassia camorristica di Ponticelli, è stato arrestato nel fine settimana scorsa in Spagna, dove si nascondeva sotto una fitta coltre di documenti falsi e coperture internazionali. Su di lui pendeva un Mandato di arresto europeo firmato dal gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea.

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Un blitz, eseguito dalle autorità iberiche in stretta collaborazione con la Polizia di Stato italiana, arrivato con una coincidenza temporale che toglie il fiato: appena ventiquattro ore prima della cattura, il Tribunale di Napoli lo aveva condannato in primo grado alla pena dell’ergastolo.

Prisco è ritenuto, insieme al boss del sangue Michele Minichini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Salvatore D’Orsi, alias “Polpetta”, freddato a 28 anni la sera del 12 marzo 2018 in via Oplonti. Una spietata esecuzione svelata pezzo per pezzo dai verbali inediti dei collaboratori di giustizia. Dietro quel delitto si nasconde l’ascesa sanguinaria del cartello Minichini-De Stefano-De Luca Bossa e lo scontro con i “Bodo” del clan De Micco.

La notte dei sette proiettili: «Scendi, mi hanno sparato»

Per capire la condanna di Prisco bisogna fare un salto all’indietro di otto anni, in una fredda serata di fine inverno nella periferia est di Napoli. Sono le 23:30 del 12 marzo 2018. Vincenzo D’Orsi è in casa, nel cuore del Lotto Zero. All’improvviso il citofono suona con insistenza. Dall’altoparlante gracchia la voce disperata del figlio Salvatore:

«Scendi scendi, mi hanno sparato.»

Il padre si precipita in strada. Salvatore “Polpetta” è a terra, agonizzante, davanti al civico 49 di via Oplonti. Ha il corpo devastato dai proiettili ma respira ancora. La corsa disperata verso il pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania si rivelerà inutile: il ragazzo morirà il giorno successivo.

Iniziano le indagini. Sentito a sommarie informazioni, il fratello della vittima, squarcia subito il velo sul possibile movente, come annotano gli investigatori della Squadra Mobile nella prima annotazione : «Mio fratello gestiva lo spaccio “a chiamata”, consegnando la droga direttamente al cliente. Frequentava …omissis…, affiliato al clan De Micco». Ma c’è un dettaglio geopolitico che Ciro fa mettere a verbale, un dettaglio che per la Dda è la chiave di volta: «Dopo gli arresti dei “Bodo” (i De Micco, ndr), l’area in cui abitiamo è passata in mano a soggetti diversi, in particolare a Michele Minichini. Mio fratello non aveva rapporti con questi nuovi capi. Forse l’arrivo di questo nuovo gruppo ha creato difficoltà».

Le intercettazioni sui telefoni della vittima non danno esiti. Per risolvere il giallo di via Oplonti, i magistrati dovranno attendere che il muro d’omertà del clan si spacchi dall’interno.

Il verbale di Tommaso Schisa: «Minichini mi disse che avevano partecipato pure Prisco e il Cinese»
Il primo grande squarcio nelle verità di facciata arriva il 2 ottobre 2019. Di fronte al pubblico ministero siede Tommaso Schisa, figlio di Luisa De Stefano, la “pasionaria” del clan. Schisa è un fiume in piena e colloca il delitto subito dopo la sua scarcerazione.

«Dopo la mia scarcerazione di marzo 2018 è stato commesso l’omicidio di polpetta a via Bartolo Longo sempre da Minichini Michele e Giuseppe Prisco. Michele Minichini mi disse che avevano partecipato anche il cinese Francesco (Audino Francesco, esponente apicale dei De Luca Bossa, ndr) e Giuseppe De Luca Bossa. Esecutori materiali Minichini e Prisco.»

Nel corso dell’interrogatorio Schisa risponde dettagliatamente alle domande del magistrato:

«Questo ragazzo vendeva erba per il clan De Micco ed era simpatizzante dei Mazzarella. Minichini Michele me lo disse dopo la scarcerazione quando sono andato a casa della madre anche se non avrei potuto perché avevo l’obbligo di soggiorno a Marigliano. In quella circostanza Minichini Michele mi raccontò dell’omicidio di polpetta e mi disse anche che poiché lui non poteva venire a Marigliano e poiché aveva conquistato Ponticelli io dovevo ritornare.»

Il collaboratore aggiunge un tassello familiare:

«Mia madre prima che io andassi a casa di Minichini Michele mi aveva già detto che lui aveva commesso quest’omicidio a Ponticelli. È stato commesso a via Bartolo Longo e l’avevano aspettato sotto al palazzo. Non mi disse che pistola avevano usato. Non conosco altri dettagli.»

La confessione della “Madrina”: «Eravamo io, Vincenza Maione e Michele a decidere la sua morte»
Se il racconto di Schisa fornisce l’ossatura, è l’interrogatorio della madre, la boss Luisa De Stefano, reso il 24 settembre 2024, a svelare la cupola strategica dietro l’agguato. La De Stefano non usa giri di parole, si autoaccusa e descrive la vittima come un “filatore”, ovvero un basista, una spia dei rivali.

«L’omicidio di “Polpetta”… quest’ultimo era un “filatore” del clan De Micco ed era solito aspettare Minichini Michele quando andava a casa di De Luca Bossa Anna. Più volte Minichini Michele ha avvisato Esposito Giuseppe, detto “Pepe o’ sghizzo”, di fare desistere il nipote, Polpetta, dal fare da “filatore”. Gli esecutori materiali sono stati Minichini Michele e Prisco Giuseppe. Polpetta è stato sparato sotto il suo palazzo mentre stava citofonando.»

La confessione in carcere captata da Eduardo Mammoliti

A chiudere il cerchio sulla dinamica dell’agguato è un terzo pentito, Eduardo Fiorentino Mammoliti. Il suo verbale descrive una modalità di comunicazione degna dei vecchi film sulla mala: i dettagli dell’omicidio appresi attraverso le finestre delle celle del carcere di Secondigliano, dove si trovava recluso insieme a Michele Minichini.

«Io sono stato arrestato in data 4.1.2018… Ero detenuto nel carcere di Secondigliano nel reparto S2 quarta sezione. Nello stesso reparto, ma nella seconda sezione, era recluso anche Minichini Michele. Ci salutavamo affacciandoci da alcune finestre di quel reparto che erano molto vicine le une alle altre. In particolare, io mi affacciavo alla finestra del corridoio della quarta sezione mentre lui dalla finestra della barberia che si trova al piano sottostante.»

È in quel momento che il boss lancia il suo messaggio:

«In una di quelle occasioni il Minichini mi disse una frase del tipo “ti voglio sempre bene, ti ho dato soddisfazione sull’omicidio di tuo zio Salvatore” e mi spiegò che aveva ucciso “Polpetta”. Quest’ultimo era stato il “filatore” nell’omicidio di mio zio Salvatore Solla, avvenuto il 23.12.2016. Mi raccontò che aveva partecipato anche Giuseppe Prisco che è il figlio di “A barona”. In particolare, i due si recarono presso l’abitazione di “Polpetta” che viveva in uno dei palazzi del Lotto Zero… Giuseppe Prisco citofonò chiedendo a “Polpetta” di scendere e poi Minichini Michele gli sparò. Inoltre, mi riferì che andarono lì con un motorino.»

Mammoliti rivela poi un secondo incontro, ravvicinato, durante i colloqui con i familiari:

«Il dettaglio in ordine al fatto che a citofonare fu Giuseppe Prisco non l’ho appreso nel corso del nostro colloquio quando eravamo affacciati alle finestre ma successivamente quando Minichini Michele ed io ci siamo incontrati in occasione dei colloqui che dovevamo avere con i nostri visitatori… Minichini Michele mi riferì per l’appunto che Giuseppe Prisco lo aveva accompagnato, aveva citofonato ed era presente al momento dello sparo da parte di Minichini Michele. “Polpetta” fu sparato appena scese da casa sua. Non so se Minichini fosse ancora a bordo del motorino, mentre il Prisco deve essere sceso per forza avendo bussato al citofono.»

Il vero movente: lo schiaffo del boss per la piazza autonoma

Ma nella camorra la vendetta è spesso una scusa per coprire i soldi. Lo stesso Mammoliti confessa ai magistrati della Dda di non aver mai creduto alla tesi della “soddisfazione” familiare per la morte dello zio. Minichini voleva solo accreditarsi per avere un sostegno economico una volta fuori. La verità finanziaria emerge dalle confidenze ricevute in cella da un altro detenuto, Giulio Ceglie, fedelissimo della De Stefano:

«Io non ho mai creduto a quanto dettomi da Minichini Michele… Penso che il movente dell’omicidio fosse un altro. Nel 2018 mi trovavo in stanza insieme a Ceglie Giulio… Al Ceglie raccontai che non ero convinto che “Polpetta” avesse fatto da “filatore” nell’omicidio di mio zio e lui si diceva d’accordo con me, raccontandomi che qualche giorno prima dell’omicidio di “Polpetta”, quest’ultimo aveva ricevuto due schiaffi da De Luca Bossa Giuseppe. Ciò era avvenuto perché lo Sveglia riferì al De Luca Bossa che Orsi Salvatore aveva messo su una piazza di spaccio autonoma al Lotto Zero.»

Due schiaffi in pubblico. Il marchio del disonore e la condanna a morte per un ragazzo che aveva osato mettersi in proprio, vendendo la droga senza pagare la “quota” ai nuovi padroni di Ponticelli.

Le conclusioni dei magistrati, validate dal Gip, mettono la parola fine alle congetture: «Luisa De Stefano è colei che ha deciso l’omicidio insieme a Minichini Michele; gli esecutori materiali sono stati lo stesso Minichini Michele e Prisco Giuseppe». Prisco, l’uomo che scese dal motorino per suonare quel maledetto citofono, ha trovato in Catalogna la fine della sua fuga. Ad aspettarlo in Italia c’è una cella e un decreto di ergastolo.

(nella foto da sinistra Giuseppe Pirsco, Michele Minichini, la vittima Salvatore D’Orsi polpetta e quini i tre pentiti: luisa De Stefano, il figlio Tommaso Schisa e Eduardo Fiorentino Mammoliti)

Approfondimento

Non è solo un arresto, è un colpo al cuore della camorra di Ponticelli.
I pentiti hanno fatto il loro lavoro, ma cosa cambia davvero dentro i clan dopo la cattura di Giuseppe Prisco?
Le dinamiche interne si sgretolano, le alleanze tremano e la criminalità locale rischia un terremoto.
Il vero match ora si gioca nel silenzio delle indagini e nelle nuove strategie della DDA.

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Commenti (1)

Notizia giornle,non sorpresa ma da segnalar, la cattura di Prisco sembra un colpo grosso per Ponticelli,ma non penso che subbito cambierà la vita del quartiere. I pentiti hannodetto molto,ma i risultati non si vedonofacilmente; le alleanzie si riorganizzano, i vuoti venonorimpiti da altri,la DDA faticherà a mantenere il controllo e la popolazioneresta cauta,preoccupata e spera ma con poche certezze concrete.

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