La requisitoria

Violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il pm Milita: «Alla Diaz comportamenti meno gravi»

Secondo l’accusa, dopo i pestaggi nel reparto Nilo alcuni detenuti sarebbero rimasti per giorni senza assistenza medica e isolati per impedire loro di confrontarsi sulle violenze. Pannone ricostruisce il caso di un recluso picchiato più volte.
Ascolta questo articolo ora...
Caricamento in corso...

Santa Maria Capua Vetere – Le violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere tra il 6 e il 10 aprile
2020, in pieno lockdown pandemico, sarebbero state più gravi di quelle commesse nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. È la valutazione espressa dal pubblico ministero Alessandro Milita durante la requisitoria nel maxi-processo che vede 105 imputati, tra agenti della Polizia penitenziaria, funzionari e dirigenti.

Aggiungi Cronache della Campania come Fonte preferita su Google

Per il magistrato, gli episodi della Diaz – che portarono alle condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo e contribuirono all’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano – rappresenterebbero «il minimo dei comportamenti torturanti» se confrontati con quanto accaduto nel penitenziario sammaritano.

«Detenuti pestati e senza medico»

Nella ricostruzione dell’accusa, dopo i pestaggi del 6 aprile alcuni detenuti sarebbero rimasti per giorni senza ricevere adeguata assistenza sanitaria. Una circostanza che, secondo Milita, si inserirebbe in un più ampio sistema di condotte finalizzate a prolungare le sofferenze fisiche e psicologiche dei reclusi.

Il pm ha richiamato anche il taglio della barba imposto ai detenuti, avvenuto sia il 6 aprile sia nei giorni successivi. Per l’accusa, non si sarebbe trattato di un episodio isolato ma di una condotta umiliante, inserita nel contesto delle violenze contestate.

Celle chiuse e socialità sospesa

Tra gli elementi indicati come potenzialmente integranti il reato di tortura, Milita ha citato l’impossibilità di effettuare videochiamate con i familiari, la revoca del regime delle celle aperte e la chiusura della sala socialità del reparto Nilo per otto giorni.

Secondo la procura, quelle limitazioni non sarebbero state giustificate da concrete esigenze di sicurezza. Il magistrato ha contestato in particolare le decisioni attribuite all’allora direttrice reggente Maria Parenti e al comandante della Polizia penitenziaria del carcere Antonio Manganelli, sostenendo che avrebbero ratificato provvedimenti maturati all’esterno della struttura, pur essendo competenti a decidere.

Il messaggio di Fullone e la perquisizione

Durante la requisitoria è stato letto anche un messaggio che l’ex provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Antonio Fullone avrebbe inviato all’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini. Nel testo si faceva riferimento al possibile ritrovamento di materiale nelle celle come occasione per chiudere i reparti.

Per Milita, Fullone non avrebbe avuto il potere di disporre la chiusura dei reparti. Inoltre, sempre secondo l’accusa, dalla perquisizione sarebbero emersi elementi non tali da giustificare la sospensione del regime aperto o la chiusura della socialità.

La tesi della procura è che l’isolamento dei detenuti nel reparto Nilo potesse servire a impedire che gli stessi si confrontassero sulle violenze subite e ad attendere che contusioni e ferite si attenuassero.

Il caso del detenuto Calanni

L’altro pm, Daniela Pannone, ha ricostruito attraverso i filmati quanto sarebbe accaduto nella quinta sezione del reparto Nilo. Tra gli episodi richiamati c’è quello del detenuto Calanni, che – secondo l’accusa – sarebbe stato prelevato dalla cella, picchiato e condotto nella sala socialità, dove avrebbe subito ulteriori violenze.

Il recluso sarebbe poi stato riportato in cella e nuovamente condotto nella sala socialità. In quel frangente, ha riferito il pm, gli agenti gli avrebbero rivolto la domanda: «Tu comandi?». L’accusa sostiene che, nonostante il detenuto avesse ricordato di essere figlio di un carabiniere e che il padre ne aveva favorito l’arresto per reati di droga, le violenze sarebbero proseguite.

Secondo Pannone, l’uomo si sarebbe inginocchiato e avrebbe iniziato a piangere, inducendo gli agenti a fermarsi. Un episodio che, per la pubblica accusa, rientrerebbe in un «classico schema torturante», caratterizzato da violenze fisiche e morali finalizzate a umiliare e annientare la vittima.

 

 

RIPRODUZIONE RISERVATA
Commenti (1)

Il articolo cerca di esser neutro ma rimane confuso; molte date,e cifre ripetute e parole tronccate. I testimoni parlonno in modo discordante e i pm pare che spiega i fatti ma nonchiariscono bene la responsabilita: troppe omissioni, procedure mal documentatee e passaggi poco chiari

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Primo piano