LE INTERCETTAZIONI

La faida interna al clan Contini e la vendetta mancata della famiglia Cinque

PUBBLICITA
L'omicidio di Raffaele Cinque ha svelato una trama di odi familiari, vecchi rancori, fughe in taxi e una vendetta sussurrata ma mai compiuta
Ascolta questo articolo ora...
Caricamento in corso...

Napoli– C’è un silenzio che pesa più del piombo nelle strade del quartiere Stadera. È il silenzio di chi sa tutto, ma sceglie di tacere per paura o per calcolo. Dalle pieghe dell’ordinanza cautelare sull’omicidio di Raffaele Cinque, noto negli ambienti criminali come “Sasà a ranfa”, emerge uno spaccato agghiacciante: una famiglia devastata dal lutto ma imprigionata nelle logiche spietate della criminalità organizzata, dove il dolore si mescola rapidamente all’esigenza di una vendetta. Una vendetta che, però, tarda ad arrivare, scatenando faide interne e recriminazioni.

Le intercettazioni avviate dalla Squadra Mobile sulle utenze dei familiari della vittima (i figli Salvatore e Nadia, la compagna Patrizia Trotta, e i fratelli) svelano un quadro di rassegnazione e terrore.

I figli di Raffaele sanno benissimo chi ha premuto il grilletto. In diverse videochiamate, Salvatore e Nadia fanno un chiaro riferimento ai Bove, ma decidono di non farne parola con gli inquirenti per un insopprimibile timore di ritorsioni. Salvatore Cinque, figlio della vittima, si rifiuta persino di ricevere le condoglianze da soggetti vicini al gruppo avverso. Si rende conto che l’omicidio è stato una punizione per i pregressi “sgarbi” del padre, ma capisce anche di non avere la forza militare per scatenare una guerra.

I documenti dell’inchiesta tracciano un filo rosso sangue che porta dritto ai rampolli della famiglia Bove, affiliati al clan Contini. Ma la vera storia, quella sussurrata a mezza voce, si consuma all’interno delle auto intercettate e nelle sale colloqui del carcere di Poggioreale.

L’omertà in auto: “Lo hanno buttato a terra una volta per tutte”

È il 21 gennaio 2024. Raffaele Cinque è stato appena ucciso. Le forze dell’ordine presidiano ancora via dello Scirocco 56, luogo del delitto. In una Fiat Panda, c’è un concentrato di rabbia e terrore. Le cimici piazzate dagli investigatori registrano ogni respiro. A bordo ci sono Carlo Zevino e Marco Baratto, fratellastri della vittima, insieme alla moglie di Raffaele, Patrizia Trotta, e ai figli Nadia e Salvatore, detto “Savio”.

Sono appena usciti dalla Questura. Davanti ai poliziotti hanno fatto scena muta, ma nell’abitacolo l’omertà si sgretola. Sanno chi è stato. Carlo racconta di un residente del parco che, alle 6:10 del mattino, ha visto scappare gli assassini. Poi si rivolge al nipote Savio, cercando conferme sui ragazzi presenti in casa di Raffaele la notte dell’agguato.

Savio è un fiume in piena. Collega lucidamente l’omicidio al tentato omicidio subito dal padre il 26 dicembre precedente: “Quello ha avuto il via libera perché… iniziò a fare un poco l’uomo e smise di drogarsi… poi iniziò di nuovo,” sussurra il figlio, tracciando il profilo di una condanna a morte già scritta. “E se ci fai caso è stato buttato con la macchina a terra… questa volta l’hanno buttato a terra una volta e per sempre”.

La tensione è palpabile. Passando davanti a una sala scommesse in via Stadera, feudo del gruppo di Luigi Folchetti, Savio guarda i presenti e li gela con un commento: hanno tutti la “faccia verde”. La faccia di chi sa che la guerra è iniziata.

Il carcere, le pistole puntate e la paura dei Bove

La narrazione si sposta dietro le sbarre del Padiglione Livorno del carcere di Poggioreale Qui è rinchiuso Mario Cinque, fratello della vittima. A portargli le notizie dall’esterno è la moglie- È lei a svelare i dettagli della notte dell’omicidio.

Racconta di come  uno dei giovani presenti in casa di Raffaele, sia stato bloccato dai killer: gli hanno puntato la pistola in faccia, minacciandolo di morte se avesse parlato con le Forze dell’Ordine. I sicari hanno agito a volto scoperto. Non temevano di essere riconosciuti, temevano solo la vendetta.

Mario chiede notizie degli assassini. Cerca Salvatore Bove, “l’omm”. “Si sta facendo vedere in zona?” domanda il detenuto. La risposta è l’istantanea di un quartiere fantasma: “Non si vedono in giro nemmeno le donne”. I Bove sono spariti, fuggiti verso Varcaturo dopo aver festeggiato la sera prima in discoteca.

Si fa la conta degli alleati. Mario chiede se Michele Di Mauro – considerato il nuovo rampollo emergente della Stadera – sia andato sul luogo del delitto. “No,” risponde la donna, troppe guardie. Persino Carletto Finizio, rinchiuso nello stesso carcere di Mario, ha preso “collera” per la morte di Raffaele.

La vendetta mancata e “La creatura” di Leonardo

Ma il vero dramma familiare si consuma sul banco degli imputati di questa “giustizia” parallela: il cugino Leonardo Cimminiello. Mario e la moglie sono furiosi. Leonardo, legato a Raffaele non solo dal sangue (le loro madri, Patrizia e Giuseppina, sono sorelle) ma anche da affari illeciti, non ha ancora premuto il grilletto per vendicare “Sasà”.

“Ma stanno scendendo Leonardo e questi qua?” incalza Mario, chiedendo se il gruppo di fuoco si sia mobilitato.

La donna conferma, ma rivela la frustrazione del gruppo, usando un linguaggio criptico ma inequivocabile. Riferisce che Leonardo “esce con la creatura”, una metafora per indicare che gira armato.
“Sì, Marittiè, il problema è di Sasà! Buttavano sempre a lui avanti! Sasà… hanno detto che Leonardo esce con la creatura…”.
Mentre la donna parla, le telecamere nascoste in carcere riprendono Mario Cinque. Il detenuto guarda la moglie e, in silenzio, mima il gesto della pistola. Un ordine non scritto. Una sentenza.

Il preludio: l’agguato di Santo Stefano

Ma perché i Bove hanno deciso di eliminare Raffaele Cinque? Le copie forensi dei telefoni di Giuseppe e Salvatore Bove non lasciano dubbi: l’omicidio era stato pianificato per la notte di Capodanno del 2023, poi posticipato al 21 gennaio.

Era un’esecuzione preventiva. Il 26 dicembre 2023, Giuseppe Bove (figlio di Pasquale) e Salvatore Bove, a bordo di una Fiat Panda color oro, avevano investito Raffaele Cinque mentre viaggiava sullo scooter della cognata. Dopo l’urto, lo avevano accoltellato ferocemente. Cinque era tornato a casa sanguinante, mormorando al fratello Mario: “Sempre loro”.

Ma “Sasà a ranfa” non era tipo da incassare in silenzio. Ferito, aveva cercato la sua vendetta personale, inseguendo e minacciando Nancy Bove (sorella di Giuseppe) e il suo fidanzato Bruno Galloro nei pressi del negozio “Mille idee”. Un affronto imperdonabile. Dalle intercettazioni nel carcere di Prato tra Giuseppe Bove e la fidanzata Ylenia, emerge il panico di quei giorni. Avvisato dalla sorella con un SMS, Giuseppe aveva ordinato a Nancy e Bruno di correre a rifugiarsi a casa del cugino Salvatore Bove.

In quel momento, i Bove hanno capito una sola cosa: o noi, o lui. Hanno scelto di colpire per primi, cancellando per sempre Raffaele Cinque dalle strade della Stadera, e lasciando la sua famiglia a fare i conti con i fantasmi di una vendetta che stenta a compiersi.

 

 

In sintesi

Napoli– C'è un silenzio che pesa più del piombo nelle strade del quartiere Stadera. È il silenzio di chi sa tutto, ma sceglie di tacere per paura o per calcolo.

Cosa sapere
  • Napoli– C'è un silenzio che pesa più del piombo nelle strade del quartiere Stadera.
  • È il silenzio di chi sa tutto, ma sceglie di tacere per paura o per calcolo.
  • Dalle pieghe dell'ordinanza cautelare sull'omicidio di Raffaele Cinque, noto negli ambienti criminali come "Sasà a ranfa", emerge uno spaccato agghiacciante: una famiglia...
Domanda utile

Cosa è importante sapere su questa notizia?

Napoli– C'è un silenzio che pesa più del piombo nelle strade del quartiere Stadera. È il silenzio di chi sa tutto, ma sceglie di tacere per paura o per calcolo.

RIPRODUZIONE RISERVATA

PUBBLICITA

Primo piano

PUBBLICITA