Napoli – Per oltre vent’anni il nome di Paolo Ottaviano è stato associato a uno dei clan storici della camorra napoletana, quello dei Mazzarella. Considerato dagli investigatori uno degli uomini di vertice dell’organizzazione operante tra San Giovanni a Teduccio, Barra e le aree orientali della città, Ottaviano era stato arrestato nell’ottobre del 2008 durante un summit del clan e da allora non aveva più conosciuto la libertà.
Eppure oggi la sua vicenda giudiziaria si chiude con una decisione destinata a far discutere. La Sezione per l’applicazione delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli ha dichiarato cessata la sua pericolosità sociale, revocando la sorveglianza speciale che gli era stata applicata nel 2010.
Una decisione che arriva a poche settimane dalla scarcerazione, avvenuta il 24 aprile scorso, e che segna un passaggio fondamentale: Ottaviano non sarà sottoposto ad alcuna misura di controllo preventiva.
Il boss del clan Mazzarella
La parabola criminale di Paolo Ottaviano affonda le radici nel cuore della camorra orientale.
Nel provvedimento esaminato dai giudici viene ricordato come l’uomo fosse ritenuto parte integrante del clan Mazzarella, arrivando a ricoprire un ruolo di primo piano dopo gli arresti dei vertici storici della famiglia. Secondo gli atti, sarebbe diventato uno degli esponenti apicali del sodalizio, soprattutto nel settore del traffico di stupefacenti. E’ il nipote di primo grado dei boss fondatori Ciro e Gennaro in quanto la mamma è una delle sorrelle Mazzarella.
Quando venne arrestato nell’ottobre del 2008, gli investigatori lo indicavano come il reggente del clan e come uno degli uomini incaricati di gestire gli affari economici dell’organizzazione. Fu fermato durante una riunione operativa nella quale, secondo l’accusa, venivano contabilizzati i proventi del commercio di merce contraffatta. Gli agenti sequestrarono denaro, documentazione contabile e il cosiddetto “libro mastro” del clan.
Le successive sentenze definitive gli hanno inflitto dieci anni di reclusione per associazione mafiosa e venti anni per associazione finalizzata al narcotraffico, condanne che hanno determinato una lunghissima permanenza in carcere.
Diciotto anni dietro le sbarre
Il dato che emerge con forza dal decreto del Tribunale è la durata della detenzione. I giudici sottolineano che Ottaviano è rimasto ristretto ininterrottamente dal 22 ottobre 2008 al 24 aprile 2026, quasi diciotto anni consecutivi. Un periodo enorme, durante il quale è stato detenuto anche in circuiti di alta sicurezza.
Le relazioni degli istituti penitenziari descrivono un detenuto cresciuto in un contesto familiare fortemente criminale, analfabeta e con numerosi parenti sottoposti al regime del 41-bis. Nel corso della carcerazione non sono mancati rapporti disciplinari e momenti di tensione con il personale penitenziario, ma i giudici evidenziano anche come abbia svolto attività lavorative e come la permanenza nei circuiti più restrittivi abbia inevitabilmente inciso sul suo percorso personale.
La battaglia dell’avvocato Rosario Arienzo
Il punto centrale del procedimento riguarda però la valutazione attuale della pericolosità sociale. La Questura di Napoli aveva trasmesso al Tribunale la notizia della scarcerazione chiedendo una rivalutazione della posizione dell’ex boss ai sensi della normativa antimafia. In udienza il pubblico ministero aveva sostenuto la necessità di mantenere il controllo preventivo.
Di diverso avviso la difesa, rappresentata dall’avvocato Rosario Arienzo, che ha contestato l’attualità della pericolosità sociale dell’ex affiliato. La tesi difensiva ha trovato accoglimento nel decreto finale. I giudici hanno infatti osservato che la pericolosità che aveva giustificato la misura di prevenzione era legata a fatti ormai molto risalenti nel tempo e che, al di là del passato criminale e dei rapporti di parentela con la famiglia Mazzarella, non erano stati indicati elementi recenti e concreti capaci di dimostrare una persistente capacità di inserirsi nuovamente nei circuiti criminali.
“Nessun elemento concreto di attualità”
È questo il passaggio più significativo del provvedimento. Il Tribunale riconosce che la storia criminale di Ottaviano potrebbe alimentare il sospetto di una ricaduta nel crimine. Riconosce anche che le organizzazioni mafiose tendono a mantenere vivi i legami con gli affiliati detenuti.
Tuttavia, secondo i magistrati, il diritto della prevenzione non può fondarsi soltanto sul passato.
Nel decreto si evidenzia come il Questore abbia richiamato la vicenda criminale dell’ex boss e la perdurante esistenza del clan Mazzarella, ma senza fornire elementi specifici che dimostrassero una concreta e attuale pericolosità sociale.
Una differenza sostanziale, perché il sistema delle misure di prevenzione richiede che il rischio sia presente e non soltanto ipotetico.
La revoca “ex nunc”
Per questa ragione il collegio presieduto dalla giudice Teresa Areniello ha dichiarato cessata la pericolosità sociale di Paolo Ottaviano e disposto la revoca “ex nunc” della sorveglianza speciale della pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno che gli era stata applicata nel 2010.
Tradotto: la misura non produrrà più effetti per il futuro.
È una decisione che assume un valore simbolico e giuridico rilevante. Dopo quasi due decenni trascorsi in carcere, uno degli uomini che gli investigatori indicavano come reggente del clan Mazzarella torna infatti in libertà senza ulteriori vincoli di prevenzione.
Un esito tutt’altro che scontato in un territorio dove le misure di prevenzione rappresentano da sempre uno degli strumenti più incisivi del contrasto alla criminalità organizzata.
Una decisione destinata a fare giurisprudenza
Il decreto non cancella il passato criminale di Paolo Ottaviano né le condanne definitive che ne hanno segnato la storia giudiziaria. Stabilisce però un principio preciso: la pericolosità sociale non può essere considerata eterna.
Per i giudici napoletani, il lungo periodo di detenzione, l’assenza di elementi investigativi recenti e la mancanza di dati concreti su un suo eventuale reinserimento nei circuiti criminali impediscono di ritenere ancora attuale quel giudizio formulato oltre quindici anni fa.
È il punto sul quale ha insistito la difesa dell’avvocato Rosario Arienzo e che il Tribunale ha ritenuto decisivo.
La storia di Paolo Ottaviano, per anni indicato come uno dei riferimenti del clan Mazzarella, esce così dalle cronache della repressione antimafia per entrare in quelle, più complesse e controverse, del reinserimento e della fine della pericolosità sociale.






Se le proove ci sono allora bisogna essere ferma nella legge ma anche protegger le vittime, non si puo lasciare le per sone sole, sono cose che fan male al quartieree e alla comunita bisogna intervenire con piu prevenzione e sostegnoo
Non è bello vedere queste cose, però bisognerebbe informarsi meglio prima di giudica, molti dettagli mancanno, la cronaca scrive ma i nomi e le date si confondono e si sovrappongono, sperò che le indagini continuanno e che la verità vien fuori senza drammi o polemiche.
È na brutta storia la minacce in piazza e anc’anche in videochiamata, la gente paure e non sanno cosa fare. I fratelli hanno provato a reagire ma i carabinieri/della DDA hannno preso i presunti, speriamo che la giustizia fa il suo lavoro serio.