Carne di cane e gatto in Italia: cosa dice davvero la legge e quali sono i precedenti

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Mangiare carne di cane o di gatto in Italia è una pratica pressoché inesistente, estranea alla nostra cultura alimentare contemporanea. Eppure, scavando nella cronaca, nella storia e soprattutto nelle norme, emerge un quadro meno semplice di quanto si possa immaginare.

Esistono infatti alcuni precedenti documentati riguardanti il consumo di carne di cane, mentre per il gatto bisogna andare soprattutto indietro nel tempo, tra guerre, fame e tradizioni popolari. E soprattutto c’è una questione ancora aperta: nel nostro ordinamento non esiste oggi uno specifico reato autonomo che punisca semplicemente il consumo di carne di cane o di gatto.

Il caso del cane cucinato in Calabria

Uno degli episodi italiani più conosciuti risale al febbraio del 2018 e avvenne a Briatico, in provincia di Vibo Valentia.

Secondo le cronache dell’epoca, all’interno di un centro di accoglienza un cittadino nigeriano di 29 anni venne sorpreso mentre stava cucinando alla brace un cane. L’uomo avrebbe riferito di aver trovato l’animale già morto lungo la strada e di aver deciso successivamente di cucinarlo.

Alcune ricostruzioni giornalistiche sostennero inoltre che la carne sarebbe stata consumata insieme ad altri ospiti del centro. Non risultò invece accertato che fosse stato proprio l’uomo ad uccidere l’animale.

Si tratta di una distinzione importante, perché parlare di un episodio realmente avvenuto è una cosa; trasformarlo nella prova dell’esistenza di una pratica diffusa fra gli immigrati africani in Italia sarebbe tutt’altra cosa.

Non esistono infatti dati che dimostrino l’esistenza nel nostro Paese di feste, rituali o consuetudini organizzate nelle quali comunità africane consumino abitualmente carne di cane.

In Nigeria il consumo esiste realmente

Questo non significa però che il consumo di carne canina in Africa sia una leggenda.

In alcune aree della Nigeria, per esempio, il fenomeno è scientificamente documentato.

Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Animals, realizzato anche con la partecipazione del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Bari, ha analizzato cani nigeriani destinati espressamente al commercio per il consumo umano. Gli stessi ricercatori spiegano che la carne di cane viene considerata una specialità in alcune aree del Paese.

Un precedente studio condotto nell’area di Calabar, nel sud della Nigeria, aveva analizzato anche il rapporto tra il commercio di cani destinati al consumo e il rischio di rabbia. I ricercatori descrivevano il commercio di cani randagi per l’alimentazione umana come una pratica radicata in quell’area.

La stessa relazione introduttiva di una proposta di legge presentata al Senato italiano nel 2018 citava espressamente Nigeria, Cina, Vietnam e Laos tra i Paesi nei quali esistono tradizioni di consumo di carne di cane.

Ma bisogna evitare una semplificazione.

Dire che in alcune parti della Nigeria si mangia carne di cane non significa affermare che tutti i nigeriani lo facciano, così come una tradizione regionale italiana non rappresenta automaticamente l’intero Paese.

L’Africa è un continente enorme, formato da società, religioni e culture profondamente differenti.

E il gatto? In Italia la storia è diversa

Se il cane non appartiene alla nostra tradizione gastronomica, per il gatto il discorso storico è decisamente più complesso.

Nell’immaginario collettivo il territorio più famoso è quello vicentino.

Ancora oggi i vicentini vengono scherzosamente chiamati “magnagati”, cioè mangiatori di gatti.

Ma persino questa tradizione va ridimensionata.

Il Consorzio turistico Vicenzaè ricorda infatti che esistono diverse spiegazioni popolari sull’origine del soprannome e che non vi sono prove storiche convincenti che lo facciano derivare direttamente dall’abitudine dei vicentini di mangiare gatti.

Ciò non significa che i gatti non siano mai stati mangiati.

Durante i periodi di estrema povertà e soprattutto durante la Seconda guerra mondiale, il fenomeno fu segnalato in diverse zone d’Italia. Esistono testimonianze secondo cui, quando gli animali normalmente destinati all’alimentazione diventavano introvabili, anche cani e soprattutto gatti potevano diventare una fonte alimentare di emergenza.

Una ricostruzione storica ricorda addirittura una circolare del Ministero dell’Interno del 1943 che vietava l’uccisione dei gatti per scopi alimentari, anche per evitare che la diminuzione della popolazione felina provocasse una proliferazione dei topi.

Piemonte, Langhe e campagne

Anche il Piemonte conserva racconti e testimonianze legate al consumo del gatto, soprattutto nelle campagne e nei periodi di grande povertà.

Nelle Langhe, nel Monferrato e nell’Astigiano sono sopravvissuti racconti orali secondo cui il gatto poteva essere cucinato e, in alcuni casi, fatto passare per coniglio.

È però importante definirne correttamente la natura.

Non siamo davanti ad una specialità ufficiale della cucina piemontese né ad un piatto riconosciuto della tradizione delle Langhe.

Parliamo piuttosto di alimentazione di necessità, appartenente ad una società rurale molto diversa da quella contemporanea, nella quale durante guerre e carestie si mangiava semplicemente ciò che era disponibile.

Il mito del “coniglio di Corbara” in Campania

Anche in Campania circola da decenni una leggenda metropolitana legata alla carne di gatto. Nella zona di Corbara e del Valico di Chiunzi si raccontava che alcuni locali, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, avessero servito carne di gatto spacciandola per coniglio.

Il racconto veniva spesso arricchito dal particolare di un cliente che avrebbe scoperto l’inganno trovando nel piatto una zampa con gli artigli, provocando l’intervento delle autorità.

Di questa storia, però, non risultano riscontri giudiziari o sanitari attendibili. Va quindi considerata una tipica leggenda metropolitana, utile soprattutto a capire quanto il tema del gatto spacciato per coniglio sia stato radicato nell’immaginario popolare italiano.

Oggi non esiste una filiera legale

Nell’Italia contemporanea non esiste alcuna filiera alimentare autorizzata per la carne di cane e gatto.

Non esistono allevamenti destinati a questo scopo, macelli autorizzati, procedure veterinarie per immetterne la carne sul mercato o una normale possibilità di vendita al consumatore.

Già una relazione parlamentare ricordava inoltre il divieto di importazione delle carni canine e feline previsto dalla normativa veterinaria e l’impossibilità di commercializzarle normalmente come alimento.

Macellare deliberatamente un cane o un gatto può inoltre far scattare le norme penali previste per l’uccisione di animali.

Ed è qui che nasce un paradosso giuridico.

Mangiare carne di cane non è un reato autonomo

La questione centrale è questa.

In Italia sono già previste numerose norme che possono colpire l’uccisione, il maltrattamento, la macellazione irregolare, l’importazione o la commercializzazione.

Ma non esiste ancora una disposizione penale autonoma che dica semplicemente:

“È vietato consumare carne di cane o di gatto.”

Il Parlamento italiano si è posto più volte il problema.

Nel 2018 venne presentato al Senato il disegno di legge n. 845, che avrebbe introdotto nel codice penale uno specifico divieto di consumo alimentare di carne di cane e gatto, con una pena prevista da quattro mesi a un anno e una multa da 1.000 a 5.000 euro. Il provvedimento non è diventato legge.

Un’altra proposta della XVIII legislatura prevedeva addirittura il divieto di macellazione, commercio, somministrazione e consumo, con pene fino a un anno di reclusione e multe fino a 50.000 euro.

La questione è tornata anche nell’attuale XIX legislatura.

La proposta di legge C.32, presentata nell’ottobre 2022, propone proprio l’introduzione dell’articolo 544-bis.1 del codice penale per vietare macellazione, commercio, somministrazione e consumo delle carni di cane e gatto.

Alla data attualmente disponibile sul sito del Parlamento risulta però assegnata alla Commissione Giustizia e con l’esame non ancora iniziato.

Un vuoto che meriterebbe di essere colmato

Ed è forse questo il punto sul quale vale la pena riflettere.

Le leggi non servono soltanto a reprimere fenomeni molto diffusi.

Servono anche a stabilire quali valori una società considera meritevoli di una tutela particolare.

Nell’Italia del 2026 cani e gatti non vengono percepiti socialmente come animali destinati all’alimentazione.

Vivono nelle nostre case, accompagnano bambini e anziani, fanno parte delle famiglie. I cani lavorano inoltre al fianco dell’uomo nelle attività di soccorso, nelle forze dell’ordine, nell’assistenza alle persone con disabilità e in decine di altre funzioni.

Questo rapporto particolare non rende moralmente “inferiori” gli altri animali né elimina il complesso dibattito sull’alimentazione umana.

Ma significa riconoscere un fatto sociale evidente: la nostra comunità attribuisce a cane e gatto lo status di animali d’affezione per eccellenza.

Proprio per questo appare ragionevole domandarsi perché la legge italiana debba continuare ad affidarsi a una combinazione di norme sanitarie, veterinarie e sulla tutela degli animali senza affermare esplicitamente un principio semplicissimo:

cani e gatti non si macellano e non si mangiano.

Non perché in Italia esista oggi un’emergenza legata al consumo della loro carne.

I casi conosciuti sono pochissimi e sporadici.

Ma perché una norma può avere anche un valore culturale.

Non una battaglia contro altre culture

Una precisazione è indispensabile.

La questione non dovrebbe trasformarsi in una contrapposizione tra italiani e immigrati, né diventare un pretesto per attribuire un comportamento a un’intera nazionalità.

Le società cambiano continuamente e anche l’Italia possiede nella propria storia episodi di consumo di animali che oggi considereremmo impensabili.

Proprio il gatto ce lo ricorda.

Il principio dovrebbe essere molto più semplice: chiunque viva in Italia rispetta le regole e i valori fondamentali stabiliti dalla comunità nella quale vive, indipendentemente dalla propria provenienza.

Se il nostro ordinamento considera cani e gatti animali d’affezione, allora sarebbe coerente tradurre questa considerazione anche in una norma inequivocabile.

Niente zone grigie, niente interpretazioni.

Un divieto esplicito di macellazione e consumo, accompagnato dalle necessarie sanzioni.

Non per criminalizzare qualcuno e neppure per riscrivere la storia.

Ma per prendere atto di ciò che cani e gatti rappresentano oggi nella società italiana e trasformare questa sensibilità collettiva in una tutela giuridica altrettanto chiara.

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