Napoli – Un pacco regalo natalizio confezionato con cura, apparentemente destinato a custodire la dolcezza di una festività, ma che all’interno cela mazzette di denaro contante. Non è la scena di un film di mafia, ma il dettaglio clinico, quasi grottesco, emerso dalle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli – con il pm Henry John Woodcock in prima linea – che svela il reticolo sommerso attorno ai cantieri dell’Alta Velocità/Alta capacità Napoli-Bari.
Un’opera strategica, un volano di modernità e sviluppo infrastrutturale che, secondo la ricostruzione della magistratura e dei finanzieri, si è trasformata nel terreno fertile per un sistema corruttivo tentacolare, radicato e spregiudicato.
L’operazione, culminata nell’esecuzione di 20 misure cautelari complessive (10 arresti domiciliari, 7 obblighi di dimora con presentazione alla polizia giudiziaria – in due casi accompagnati dalla sospensione dal pubblico servizio – e tre sospensioni), scuote profondamente il tessuto economico e istituzionale campano.
Al centro del provvedimento emesso dalla gip Federica Girardi ci sono reati pesanti come macigni: corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, emissione di fatture per operazioni inesistenti e favoreggiamento personale.
Le tratte sotto i riflettori e i meccanismi di cantiere
I riflettori della Procura e dei nuclei investigativi della Guardia di Finanza si sono concentrati in modo chirurgico su tre snodi cruciali dei lavori ferroviari: le tratte Napoli-Cancello, Apice-Hirpinia e Frasso Telesino-Telese-San Lorenzo-Vitulano. Qui, lungo il tracciato che dovrebbe accorciare le distanze nel Mezzogiorno, si sarebbe consumata una gestione opaca e predatoria della cosa pubblica e dei grandi appalti privati.
Le verifiche degli inquirenti hanno setacciato l’intera filiera di gestione delle commesse: dall’affidamento iniziale dei lavori fino all’esecuzione e alla contabilizzazione, passando per i controlli amministrativi, i pagamenti alle imprese, la complessa gestione dei materiali di scavo, lo smaltimento dei rifiuti di cantiere, la fornitura del calcestruzzo e persino il noleggio di mezzi e attrezzature.
Ne sarebbe emerso un quadro desolante di collusioni strutturali: un asse collaudato tra imprenditori senza scrupoli e pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio i quali, forti delle responsabilità tecniche, amministrative e di cantiere esercitate, avrebbero sistematicamente agevolato determinate aziende nell’aggiudicarsi i lotti, nell’accelerare i pagamenti e nell’eludere i controlli di conformità.
La geometria della tangente: dai Cartier ai tosaerba, fino ai pacchi di Natale
Nell’ordinanza firmata dalla gip Federica Girardi, la mappa delle utilità corrisposte in cambio di favori assume i contorni di un vero e proprio listino prezzi della corruzione. Non solo valigette di denaro, ma un campionario variopinto di regali di lusso e beni di consumo elargiti con calcolata generosità.
Tra gli episodi passati al setaccio dagli investigatori spicca la consegna di un iPhone del valore di almeno 979 euro, elargito a fronte dell’interessamento diretto per l’approvazione di alcuni Stati di Avanzamento Lavori (SAL). In un altro capo d’imputazione, la lista delle utilità si fa ancora più ampia e bizzarra: un’automobile, un tosaerba del valore di 3.722 euro e almeno 5.000 euro in contanti.
Ma il picco del cinismo commerciale si registra in occasione delle festività natalizie del 2025. A fronte dell’affidamento di una lucrosa commessa da 6,7 milioni di euro, la catena dei regali si accende: vengono distribuiti cinque orologi di pregio per un valore complessivo di 19.900 euro.
Tra questi spiccano un Cartier da 7.900 euro e un Longines da 2.000 euro, offerti come pegno di fedeltà contrattuale e compiacenza amministrativa. A ciò si aggiungevano soggiorni e vacanze di lusso, estesi persino ai familiari dei funzionari coinvolti.
Il filtro delle fatture false e il sequestro preventivo
Il sistema corruttivo non viveva solo di regali materiali e contanti occultati nei box natalizi. Per alimentare la provvista di denaro liquido necessaria a oliare i meccanismi illeciti, l’organizzazione avrebbe fatto ricorso a un collaudato meccanismo di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Un artificio contabile finalizzato a creare fondi neri, parte dei quali veniva direttamente reinvestita nelle azioni di corruzione.
Di fronte alla gravità del quadro indiziario, il giudice per le indagini preliminari ha disposto un provvedimento di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca anche per equivalente, dell’intero profitto dei reati di corruzione contestati. Un colpo economico mirato a colpire i patrimoni illecitamente accumulati dalle imprese e dai soggetti coinvolti nella filiera degli appalti truccati.
L’altra faccia del cantiere: operai egiziani schiavizzati e turni da 20 ore
Se la corruzione amministrativa rappresenta il crimine dei colletti bianchi, l’altro filone dell’inchiesta svela una realtà di profondo degrado umano e sociale consumata all’ombra dei grandi viadotti. Le indagini hanno infatti acceso i riflettori sull’impiego irregolare e sullo sfruttamento spietato di lavoratori extracomunitari, in particolare di origine egiziana.
Nei cantieri dell’Alta Velocità, secondo quanto documentato dagli inquirenti, le condizioni di lavoro erano a tutti gli effetti “gravose e degradanti”. Gli operai egiziani erano costretti a sostenere turni di lavoro protratti, in alcuni casi, sino a 20 ore giornaliere, in totale spregio delle normative sui periodi di riposo e di recupero psico-fisico. Le retribuzioni corrisposte risultavano ampiamente inferiori ai minimi contrattuali previsti dalla legge, del tutto spropositate rispetto all’enorme quantità e qualità della fatica profusa.
A completare il quadro di caporalato vi erano l’inosservanza sistematica delle disposizioni in materia di igiene e sicurezza sul lavoro, la sottomissione a rigidi e vessatori metodi di sorveglianza, e la sistemazione in situazioni alloggiative del tutto precarie. Molti di questi lavoratori, inoltre, presentavano irregolarità relative ai permessi di soggiorno ed erano privi della documentazione obbligatoria attestante l’assolvimento della formazione in materia di salute e sicurezza, esponendoli a rischi enormi sui luoghi di lavoro.
Il coinvolgimento del settore nautico e la posizione di Antonio Amato
All’interno dell’articolato mosaico dell’inchiesta compare anche un nome di spicco dell’imprenditoria partenopea: Antonio Amato, amministratore di una società attiva nel settore nautico e vicepresidente dell’Unione Industriali di Napoli.
Amato è indagato nell’ambito dell’indagine per il reato di emissione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti. Tuttavia, in merito alla sua posizione, la gip ha adottato una linea di rigorosa distinzione rispetto alle richieste della Procura: il giudice ha infatti rigettato la misura cautelare del divieto di dimora avanzata dai pubblici ministeri, ritenendo insussistenti le specifiche esigenze cautelari.
La vicenda giudiziaria che lo riguarda si concentra su un’operazione di compravendita di un’imbarcazione. Secondo gli investigatori, nell’affare si sarebbe fittiziamente interposta una società attiva nel settore del noleggio, simulando l’acquisto della barca dalla ditta di Amato e il successivo noleggio a una delle società impegnate nei lavori della Napoli-Bari, mentre il canale commerciale reale sarebbe intercorso direttamente tra le due aziende.
La stessa imbarcazione, peraltro, ricompare in un episodio distinto e collaterale dell’inchiesta: nell’agosto del 2023 sarebbe stata messa a disposizione di un altro indagato per un tour turistico in famiglia tra le isole di Capri e Ischia. Un capitolo a sé stante che, come precisato dagli atti giudiziari, non vede il coinvolgimento diretto di Antonio Amato, confermando la complessità di un’inchiesta che promette ulteriori sviluppi nelle prossime settimane.



