I tre cassieri dei Casalesi: così il pentito D’Angelo ha svelato la banca sommersa del clan

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Giuseppe Del Gaudio
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I verbali del pentito Vincenzo D’Angelo aprono una finestra sulla geografia societaria del clan dei Casalesi e svelano il motore economico che tiene in piedi l’intera organizzazione: il sistema delle casse. Una struttura finanziaria divisa per fazioni, quasi si trattasse di dipartimenti autonomi di una holding, alimentata capillarmente dalle attività illecite e destinata al welfare di camorra.

Davanti ai uomini della DIA, D’Angelo mette a verbale la mappa esatta di chi gestisce i flussi finanziari dei Casalesi, a partire dal gruppo Bidognetti: «…a proposito della cassa del clan preciso che si tratta di cosa gestita in prima persona da mio cognato Gianluca Bidognetti, il quale dava dirette disposizioni attraverso videochiamate o semplici telefonate a Stabile Giovanni, Carrano Giuseppe, Barrino Federico e Simeone Gaetano. La cassa dei Bidognetti era tenuta da Fioretto Giosuè, fino allo scorso mese di maggio allorché fu tratto in arresto, da Nicola Gargiulo, alias capitone, e da Lanza Antonio».

Subito dopo, il collaboratore passa al setaccio i conti correnti sommersi della fazione Schiavone, indicando i passaggi di mano al vertice prima del suo arresto: «Per gli Schiavone, invece la cassa sino al momento del mio arresto è stata tenuta da Della Corte Giovanni, mi fa notare che questi è stato tratto in arresto nel marzo 2021 e Le dico che ciò nonostante era lui il referente della famiglia Schiavone, per suo conto la cassa era tenuta da Cangiano Antonio detto scimuognolo, Franco Bianco, e Pezzella Nicola, questi, da ultimo, aveva assunto il controllo della famiglia Schiavone… aveva interesse ad aprire una bisca a Casale e voleva il mio appoggio presso gli altri clan in particolare con i Licciardi».

Infine, l’attenzione investigativa si stringe sulla cassa della fazione Russo di Castel Volturno. Qui l’economia lecita (bar, ristoranti, lidi) e l’economia nera (slot machine, bische, scommesse online controllate secondo l’accusa dai fratelli Marco e Vittorio Alfiero) si fondono in caso di necessità:

«La cassa del clan Russo è alimentata dalle attività del clan e dunque attraverso i proventi delle macchinette, delle scommesse e del gioco d’azzardo, non altrettanto accade per i proventi delle attività di bar-ristorazione e lidi che attengono ad investimenti personali del Russo e della famiglia, non può in ogni caso escludersi che in caso di necessità, ovvero se vi sono investimenti importanti per il gruppo gli stessi siano finanziati dalle attività di cui abbiamo parlato. Non sono in grado di indicare con precisione le percentuali posso tuttavia affermare che i proventi delle attività di cui sin qui abbiamo parlato sono destinati per la gran parte alla cassa del clan…».

La notte del grande panico: «Questi mi fanno acchiappare pure a me!»

Tutto questo impianto finanziario e commerciale, protetto per anni da una fitta rete di prestanome e factotum – tra cui l’ordinanza del gip Carla Sarno sottolinea i ruoli chiave di Vincenzo Galiero, Raffaele Parascandolo e Aniello Natale – trema violentemente la sera del 4 dicembre 2022.

È la data in cui il portale di informazione Casertanews lancia la notizia in esclusiva: «Si pente il genero del boss Cicciotto ’e Mezzanotte». Le microspie della DIA sono accese e collegate in diretta. Registrano i telefoni che squillano, le voci concitate, il fiato corto dei vertici del clan. Costantino Russo chiama Vincenzo Galiero.

Non è più l’imprenditore freddo e distaccato; è un uomo che vede materializzarsi lo spettro del carcere duro.
Russo urla dentro la cornetta, terrorizzato dal fatto che suo cugino possa fare i nomi dei veri titolari dei locali di Castel Volturno:

«…Un macello proprio! Questi mi fanno acchiappare pure a me! sì, perché quelli cominciano a dire che il bar è di quello… E poi ti faccio vedere, ti faccio vedere che combinano questi! Sono una razza di scemi, Enzo! Tutti uguali! Le femmine sono state tutte zoccole e i maschi tutti scemi!…»

La paranoia si impossessa della fazione dei Russo. L’intercettazione del giorno successivo, il 5 dicembre, restituisce la cronaca di una notte passata in bianco. Galiero rivela ai sodali lo stato di alterazione psicologica in cui versa il capo. Costantino Russo non dorme più. Si sveglia alle tre del mattino, si siede davanti ai monitor. Ha installato sui suoi dispositivi un software di videosorveglianza remota che gli permette di controllare in tempo reale, telecamera per telecamera, tutti i suoi esercizi commerciali sul litorale domizio.

Cerca un movimento sospetto, l’ombra di un’auto civetta, il riflesso dei lampeggianti della DIA o della Finanza che arrivano a mettere i sigilli al suo impero.

L’epilogo giudiziario e i nodi irrisolti

L’ossessione notturna di Costantino Russo si è tradotta, a distanza di mesi, nel blitz scattato l’altra mattina. I sigilli sono arrivati davvero, colpendo quattordici società operative nel settore del turismo e dell’intrattenimento, bloccando conti correnti, auto di grossa cilindrata e orologi di lusso per oltre due milioni di euro.

L’inchiesta della Procura di Napoli ha dimostrato come la rete dei prestanome servisse a garantire la sopravvivenza operativa del clan, un nucleo di fedelissimi che, secondo il gip, offriva un «contributo causale conscio, consapevole e volontario».

Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari e, come ricorda la Procura, per tutti i trentanove indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a condanna definitiva. Restano però i verbali del genero del boss e quelle intercettazioni notturne a descrivere il declino di una dinastia criminale che per vent’anni ha pensato di poter trasformare Castel Volturno in una cassaforte privata.

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Giuseppe Del Gaudio

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