

Interrogato Valter Lavitola per l'attentato a Sigfrido Ranucci
Roma – Attentato a Ranucci, Valter Lavitola il presunto mandante sceglie di non rispondere ai magistrati e di rendere spontanee dichiarazioni in sua difesa.
“Non sono stato io e non so niente del movente. Con Ranucci siamo amici” questa la tesi dell’ex editore e imprenditore, accusato di concorso in tentata strage, per l’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre scorso a Pomezia.
Al termine dell’audizione, il difensore Sergio Cola ha illustrato i contenuti delle dichiarazioni rese dal suo assistito, spiegando le ragioni della scelta di non sottoporsi all’interrogatorio in assenza della conoscenza degli atti d’indagine.
“Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere, però ha reso delle lunghe dichiarazioni spontanee nel corso delle quali ha sottolineato il forte rapporto di amicizia fraterna con Ranucci, anche particolareggiando questo rapporto di amicizia, frequentazione continua, quasi quotidiana, frequentazione delle famiglie, il ricambio di piacere a livello personale per una sorta di solidarietà e tutto questo chiaramente non poteva essere che inconciliabile con la condotta delittuosa che gli è stata contestata, cioè quella di essere il mandante dell’attentato.
Mi pare che tutto questo lo possa ribadire ulteriormente ove mai avesse la possibilità di prendere visione dei dati probatori che non sono noti, in quanto che l’interrogatorio è stato reso ai sensi dell’articolo 375 del codice di procedura penale, quindi senza poter prendere visione degli atti”.
Lavitola si è detto “sconcertato” dell’accusa di essere il mandante alla luce dei rapporti di “fraternità” che lo legano a Ranucci. In merito alla sua presenza sul luogo dell’attentato circa un mese prima dei fatti, l’indagato ha sostenuto che spesso “andava lì a trovare Ranucci”. Sul ruolo del presunto intermediario, Gomes Clesio Tavares, ha spiegato di “non averlo mandato in Camerun”, lui “sta spesso li e ciò è riscontrabile dal suo passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit”.
Il movente dell’attentato che non è ancora delineato nell’indagine della Dda di Roma ma potrebbe essere indicativo rispetto all’individuazione certa del mandante. E allora vi è da chiedersi ‘Perchè Valter Lavitola avrebbe dovuto orchestrare un complotto del genere per intimidire una persona con la quale aveva frequenti contatti?’. E ancora ‘E’ possibile che Lavitola sia a sua volta un intermediario di qualcun altro?’.
Vittima e presunto mandante rivendicano un legame di amicizia e frequentazione che rende quasi impensabile le accuse della Dda nei confronti di Valter Lavitola. Tanto che dopo le dichiarazioni spontanee dell’ex editore, anche l’avvocato di Ranucci Roberto De Vita, ha invitato tutti ad attendere gli sviluppi dell’inchiesta. Dichiarazioni sintomatiche dello sconcerto che vive lo stesso giornalista vittima dell’attentato. Difficile pensare per Ranucci che la persona che incontrava a cadenza settimanale nel suo ristorante e con il quale si era instaurato un legame amicale potesse orchestrare un attentato ai danni suoi e della sua famiglia.
“Ranucci è stato vittima di un grave attentato, che ha colpito lui, la sua famiglia, la trasmissione Report e i suoi giornalisti. E qualora si accertasse l’effettivo coinvolgimento di Valter Lavitola, Ranucci sarebbe una seconda volta vittima. Tale è la gravità di quanto sta emergendo in relazione ai fatti già noti e agli scenari ipotizzati e ipotizzabili che è doveroso per tutti attendere gli sviluppi, che ci si augura prossimi, degli importanti approfondimenti che la Procura di Roma e il Nucleo Investigativo dei Carabinieri stanno svolgendo”.
Lo afferma l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci. Il penalista aggiunge che “alcune ricostruzioni giornalistiche e dichiarazioni politiche improvvide, oltre a superare l’assurdo e a rappresentare un ulteriore aggravamento di un quadro che merita in questo momento doverosa attesa, rischiano di essere solo strumentali ad una delegittimazione umana e professionale di Sigfrido Ranucci, di un’intera trasmissione e dei suoi giornalisti, che negli anni hanno rappresentato e sono tuttora, e fino a prova contraria, presidio di libera informazione e democrazia”.
Proprio negli stessi minuti in cui Lavitola era di fronte ai magistrati sulla vicenda sono state rese note, sul Corriere della Sera online, alcune dichiarazioni attribuite al direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini in cui definisce “inquietante” la vicenda. “Aspettiamo la magistratura, ma poi chiamerò Ranucci perché deve chiarire questa vicenda inquietante nella quale lui per il momento è parte lesa”.
Secondo quanto riportato il dirigente Rai avrebbe aggiunto che “se avessero usato il metodo Report per questa storia, Ranucci sarebbe già al gabbio. Se fosse capitato a me ora sarei già crocifisso”. Affermazioni poi smentite dallo stesso Corsini che in una nota afferma che “le dichiarazioni riportate non rispecchiano in modo corretto il mio pensiero”. E ancora: “ricostruire una sedicente intervista, utilizzando parole e battute tra colleghi estrapolate dal proprio contesto, nega i principi cardine della nostra professione, tanto più quando l’obiettivo appare quello di alimentare ad arte polemiche per delegittimare il Servizio Pubblico, anche alla luce della recente presentazione dei nuovi palinsesti. Report tornerà regolarmente in onda il prossimo autunno”, conclude Corsini.
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