Ercolano – Un pomeriggio di lavoro si è trasformato in tragedia a Ercolano, in via Benedetto Cozzolino. Un uomo di 58 anni ha perso la vita questo pomeriggio mentre era impegnato nelle operazioni di spurgo di un pozzo nero all’interno di un ristorante della zona.
Secondo una prima ricostruzione, ancora al vaglio degli inquirenti, il decesso sarebbe avvenuto verosimilmente a causa delle esalazioni tossiche sprigionate dai gas presenti nella cavità sotterranea. Una trappola invisibile e letale che non ha lasciato scampo all’uomo. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti d’urgenza i Carabinieri della tenenza di Ercolano, che hanno avviato i rilievi del caso e avviato le indagini per fare luce sulla regolarità dei lavori e sulla posizione lavorativa della vittima.
La contabilità della morte e il vizio del risparmio sulla pelle dei lavoratori
“Si muore di lavoro, si muore di routine, si muore perché la sicurezza viene ancora percepita come un costo o un rallentamento, mai come un diritto inviolabile.”
L’ennesima morte bianca in Campania ci consegna una cronaca drammaticamente identica a decine di altre. Un pozzo nero, le esalazioni di idrogeno solforato o altri gas letali, un uomo che scende e non risale più. Non è una fatalità; è una dinamica nota, arcinota, che la letteratura sulla sicurezza sul lavoro cataloga da decenni tra i rischi più elevati. E allora la domanda sorge spontanea, intrisa di rabbia: perché accade ancora?
La sottovalutazione del rischio e il miraggio del “fai da te”
Lavorare in ambienti confinati o sospetti di inquinamento richiede protocolli rigidissimi. Prima di calarsi in un pozzo nero, la legge e il buon senso impongono l’uso di rilevatori di gas, sistemi di ventilazione forzata, maschere con autorespiratore e imbracature collegate a treppiedi esterni per il recupero immediato in caso di malore.
Spesso, però, dietro queste tragedie si nasconde una catena di omissioni alimentata da due fattori:
La mancanza di specializzazione: Interventi così delicati non possono essere affidati a tuttofare, a ditte non certificate o, peggio, a lavoratori in nero privi di qualsiasi formazione specifica. Eppure, il mercato (soprattutto quello dei piccoli committenti privati, come ristoranti o condomini) cede spesso alla tentazione di affidarsi alla soluzione più economica e rapida, ignorando i requisiti delle ditte specializzate.
La percezione del costo: Una ditta specializzata, dotata di dispositivi di protezione individuale (DPI) a norma, operai formati con corsi specifici per “ambienti confinati” e attrezzature tecnologiche avanzate, ha un costo superiore. Quel differenziale di prezzo, purtroppo, è esattamente il valore che viene dato alla vita umana quando si decide di risparmiare.
Perché non si usano le precauzioni dovute?
C’è una radicata cultura dell’approssimazione che riassume il tutto nella frase “abbiamo sempre fatto così e non è mai successo niente”. Nei contesti non specializzati, la fretta di finire il lavoro e l’assenza di controlli preventivi portano a ignorare i dispositivi di protezione. Si scende “solo un attimo per controllare”, e quell’attimo diventa fatale. I gas tossici come il monossido di carbonio o l’idrogeno solforato sono spesso invisibili e inodori ad alte concentrazioni, anestetizzano i sensi e uccidono in pochi secondi. Senza un rilevatore elettronico, l’uomo è cieco di fronte al pericolo.
Finché la sicurezza verrà vissuta come una burocrazia da aggirare per tagliare i costi e finché i committenti non pretenderanno esclusivamente certificazioni e ditte iperspecializzate, continueremo a piangere cinquantenni che escono di casa la mattina per guadagnarsi da vivere e vi ritornano dentro una bara. Ercolano è solo l’ultimo capitolo di una storia che non vogliamo più leggere.






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