LA SENTENZA

«L’omicidio dello zainetto» e la sanguinosa faida di San Giovanni: ergastolo cancellato per i killer

Come i pentiti e i cavilli hanno cancellato l'ergastolo per l'omicidio di Luigi Mignano
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Il 9 aprile 2019 il piombo dei Mazzarella spezzava la vita di Luigi Mignano davanti a una scuola d’infanzia a San Giovanni a Teduccio. Accanto al cadavere, l’immagine simbolo di un’infanzia violata. Oggi, dopo una complessa odissea giudiziaria e le confessioni dei boss pentiti, la Corte d’Assise d’Appello riduce la pena per il commando di fuoco: da fine pena mai a trent’anni di reclusione.

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C’è un’immagine che la città di Napoli non potrà mai più cancellare dalla sua memoria collettiva. È la foto di un piccolo zainetto blu e rosso, con i disegni dei cartoni animati, abbandonato sull’asfalto bagnato di sangue a pochi metri dall’ingresso dell’istituto scolastico per l’infanzia “Vittorino da Feltre”. A

ccanto, il corpo senza vita di un uomo di 57 anni e suo figlio ferito che urla dal dolore. Quel giorno, il 9 aprile 2019, la camorra di San Giovanni a Teduccio ha infranto uno dei suoi codici più sbandierati, eppure sistematicamente violati: la sacralità dei bambini.

A distanza di sette anni da quella brutale esecuzione, la terza sezione penale della Corte di Assise di Appello di Napoli ha riscritto il destino giudiziario del commando della morte. Per Pasquale Ariosto, Ciro Rosario Terracciano, Umberto Luongo e Giovanni Salomone, la condanna all’ergastolo – che sembrava scolpita nella pietra – è stata spazzata via, sostituita da una pena di 30 anni di reclusione.

Una sentenza che giunge dopo un estenuante ping-pong giudiziario tra Napoli e la Suprema Corte di Cassazione, e che riapre una ferita mai del tutto rimarginata nell’estrema periferia est della città.

Il piombo tra i bambini: la dinamica dell’agguato

La mattina del 9 aprile 2019 scorreva via come ogni altra nel rione. Luigi Mignano, cognato del potente boss detenuto Ciro Rinaldi detto “Mauè”, era a bordo della sua auto insieme al figlio Pasquale. Sul sedile posteriore c’era il passeggero più prezioso: il nipotino di appena tre anni, pronto per essere accompagnato all’asilo.

Il commando dei killer, espressione della spietata alleanza tra i clan Mazzarella e D’Amico, conosceva perfettamente le abitudini della vittima. Ma, soprattutto, sapeva che in quella vettura c’era un bambino. Nonostante ciò, il fuoco è iniziato. Una pioggia di proiettili ha investito l’automobile a pochi passi dai cancelli della scuola, dove decine di altre mamme e bambini stavano entrando.

Luigi Mignano è morto sul colpo; suo figlio Pasquale è rimasto ferito alle gambe, mentre il piccolo di tre anni è rimasto miracolosamente illeso, protetto dai corpi dei parenti, ma per sempre segnato dal terrore di quella mattina. Quello zainetto rimasto a terra divenne il simbolo di una camorra che non guardava in faccia a nessuno.

La faida di San Giovanni e il blitz della svolta

L’omicidio non era un fatto isolato, bensì l’apice di una sanguinosa guerra di camorra per il controllo delle piazze di spaccio, delle estorsioni e dei traffici illeciti nell’area orientale di Napoli. Da un lato i Rinaldi di via Ottaviano, dall’altro la federazione criminale costituita dai Mazzarella e dai D’Amico (i cosiddetti “Gennarella” di San Giovanni). Colpire Luigi Mignano significava lanciare un messaggio devastante e trasversale direttamente al cuore del boss “Mauè”.

La reazione dello Stato fu tuttavia immediata. Nel maggio del 2019, ad appena un mese dal delitto, un maxi-blitz coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) portò all’arresto di sette persone. Polizia e Carabinieri riuscirono a stringere il cerchio attorno al commando grazie alle intercettazioni, ai filmati delle telecamere di videosorveglianza e alle indagini tecnologiche che ricostruirono i movimenti dei killer prima, durante e dopo l’esecuzione.

Il crollo del clan: le confessioni dei pentiti

A far vacillare definitivamente le difese dei clan coinvolti fu un terremoto interno: il pentimento di figure chiave della cosca. Su tutti, la collaborazione con la giustizia del boss Umberto D’Amico. Il capoclan vuotò il sacco davanti ai magistrati della DDA, svelando i retroscena dell’agguato, i mandanti, gli esecutori materiali e confermando il dettaglio più agghiacciante: i killer sapevano della presenza del bambino ma l’ordine era di procedere comunque, per riaffermare con il sangue il predominio assoluto dei Mazzarella-D’Amico sul territorio.

Le sue dichiarazioni, incrociate con quelle di altri collaboratori di giustizia, aprirono la strada a un processo di primo grado rapidissimo, celebrato con il rito abbreviato. L’8 settembre 2020 il Gup del Tribunale di Napoli emise una sentenza durissima: sette ergastoli per i membri del commando e 14 anni di reclusione per il boss pentito Umberto D’Amico, a cui vennero riconosciute le attenuanti per la collaborazione.

L’odissea giudiziaria e la cancellazione del “Fine Pena Mai”

Quello che sembrava un verdetto blindato si è trasformato negli anni in un labirinto di interpretazioni e cavilli giuridici. La difesa degli imputati – guidata da un agguerrito collegio difensivo composto, tra gli altri, dagli avvocati Dario Vannetiello, Mauro Zollo, Leopoldo Perone, Valerio Vianello, Alessandro Pignataro, Valerio Spigarelli e Saverio Senese – è riuscita a incrinare la tenuta della massima pena.

Per ben due volte la Suprema Corte di Cassazione (prima la prima sezione, poi la quinta) ha annullato con rinvio le sentenze d’appello che confermavano l’ergastolo, chiedendo ai giudici di secondo grado di riformulare la valutazione del trattamento sanzionatorio per Pasquale Ariosto, Ciro Rosario Terracciano, Umberto Luongo e Giovanni Salomone.

Fino ad arrivare al verdetto odierno emesso dalla terza sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli: nonostante la Procura Generale avesse chiesto con forza la conferma del carcere a vita, i giudici hanno concesso la riduzione della pena a 30 anni di reclusione.

Una riduzione che per i familiari della vittima e per la società civile ha il sapore amaro dell’ingiustizia, ma che tecnicamente rappresenta il frutto delle complesse dinamiche legate ai rinvii della Cassazione sui criteri di determinazione della pena in presenza di riti alternativi e profili di responsabilità frammentati.

La parola fine, tuttavia, potrebbe non essere ancora stata scritta. La Procura Generale di Napoli sta già esaminando il dispositivo della sentenza e le mosse future appaiono scontate: si attende un nuovo, ennesimo ricorso in Cassazione per tentare di ripristinare quel “fine pena mai” per un delitto che ha spezzato una vita e devastato l’innocenza di un bambino, lasciata sul marciapiede dentro uno zainetto scolastico.

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Commenti (1)

Non voglio commentare, altrimenti rischio di finire in prigione per oltraggio alle istituzioni… Spero solo che la Cassazione, nel prossimo e ultimo passaggio, riesca a ridare a questo Stato almeno un piccolissimo barlume di dignità!!…
E poi, la vogliamo finire con la solita bella favola dei “codici morali” della camorra, simile a quella della camorra “buona” di ieri e di quella “cattiva” di oggi? La camorra è sempre stata uguale a se stessa: non ha mai avuto scrupoli morali e, come tutte le mafie, ha sempre seguito un solo codice: il proprio tornaconto, che corrisponde all’accumulo di potere e di denaro. Ed è per questo che non le è importato mai nulla della vita di nessuno, tanto meno di quella dei bambini. Basti ricordare, infatti, cosa accadde ai malcapitati, piccoli angeli che ora dal Cielo piangono su questa povera città, e che si chiamavano Valentina Terracciano (2000: solo 2 anni!), Fabio De Pandi (1991: 11 anni) e Annalisa Durante (2004: 14 anni), e tante altre piccole vittime come loro. Gli unici bambini che i camorristi rispettano sono i propri, e di fatto neppure quelli, perché li espongono a rischi terribili, come quello che ha corso il bambino con lo zainetto, salvandosi solo per puro miracolo! E forse questo miracolo è stato fatto anche con l’aiuto di uno di quei piccoli angeli che ho menzionato, come forse, grazie a Dio, è accaduto nel 2019 anche per la piccola Noemi Staiano, di soli 4 anni. Altrimenti ora saremmo qui a piangere gli ennesimi infanticidi della camorra!…

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