Dal penitenziario di Spoleto ai vicoli dell’Agro, una fitta rete di messaggeri, armieri e canali albanesi e croati ha garantito il controllo assoluto del territorio. Le intercettazioni rivelano il volto di un’organizzazione verticistica capace di superare lo stato di detenzione dei promotori e di imporsi con violenza militare.
Il “Masticello” comanda da lontano
Il cuore pulsante di una delle più aggressive associazioni a delinquere finalizzate al traffico di stupefacenti scoperte negli ultimi anni nell’Agro Nocerino-Sarnese non si trova in un vicolo buio o in un casolare isolato, ma dentro una cella di massima sicurezza. Nicola La Rocca, trentaseienne originario di Sarno, malgrado una pluriennale e perdurante detenzione – da ultimo presso la Casa Circondariale di Spoleto –, è ritenuto dagli inquirenti il capo-promotore indiscusso di una holding criminale capace di muovere chili di cocaina e hashish, stringere patti internazionali e disporre di armi da guerra.
Nelle informative e tra gli stessi affiliati, La Rocca è evocato con soprannomi che evocano il timore reverenziale della vecchia camorra: lo chiamano “Masticello” o “Dante Mezzanotte”. Nonostante le sbarre, il boss “era in grado di dirigere e coordinare le attività illecite del gruppo” , disponendo non solo dell’acquisto di ingenti carichi di droga, ma decretando anche “l’organizzazione e l’esecuzione di azioni violente… volte al controllo del territorio ed al ripristino di un ordine criminale”.
Quando un corriere viene intercettato o una spedizione fallisce, è lo stesso La Rocca dal carcere a far sentire la sua voce, attivandosi per riorganizzare i ranghi e mettere in guardia i sodali. È accaduto, ad esempio, dopo l’arresto del corriere Giuseppe Ferrara, fermato con 115 grammi di cocaina confezionata : La Rocca, informato tempestivamente tra le mura della casa circondariale di Salerno, ha immediatamente allertato i complici all’esterno.
Nelle intercettazioni l’ordine ai fedelissimi risuona netto e senza mezzi termini: “Hanno preso a Giuseppe con la roba. State in campana, ripulite tutto e cambiate i telefoni perché ora si muovono le guardie.”
Le donne del clan: da “reggenti” a “Rosy Abate”
Se il cervello strategico è recluso, le braccia, la cassa e l’autorità operativa camminano sulle gambe delle donne di famiglia e dei luogotenenti sul territorio. Figura centrale dell’inchiesta è Annapaola Spinosa, compagna di La Rocca, indicata dal GIP (che le ha concesso gli arresti domiciliari) come vera e propria dirigente dell’associazione. Spinosa non è una semplice spettatrice. È la “messaggera delle direttive” e la “cassiera del gruppo”.
Ha curato personalmente il contrabbando di telefoni cellulari all’interno delle strutture carcerarie per consentire al boss di non perdere il filo del comando. E quando il compagno non è raggiungibile, assume la reggenza con una durezza che spinge gli affiliati a paragonarla alle icone della fiction criminale: per tutti, in strada, lei è “Masticella” o “Rosy Abate”.
Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali emerge la sua assoluta fermezza nella gestione dei conti e dei canali di spaccio. In un’intercettazione ambientale fondamentale per l’accusa, la donna redarguisce un sodale in ritardo con i pagamenti della piazza: “I soldi della cassa non si toccano. Nicola dal carcere vuole sapere quanti contanti abbiamo per la prossima mandata e io non posso portargli chiacchiere. Portami la quota entro stasera o sai bene come va a finire.”
Il triumvirato dei dirigenti: “Giovanniello” e “Maradona”
Accanto alla Spinosa, la struttura piramidale del sodalizio sarnese individua figure chiave dotate di ampi poteri gestionali ed esecutivi. Giovanni Stellato, alias “Giovanniello”, agisce come il vero e proprio reggente esterno, fungendo da cerniera logistica tra il capo recluso e le piazze di spaccio. Stellato cura i rapporti ad altissimo livello: tratta l’acquisto delle partite di droga con i grossisti albanesi, gestisce l’arsenale del gruppo e provvede al sostentamento economico dei detenuti e delle loro famiglie, garantendo la coesione interna del clan.
L’altro pilastro risponde al nome di Antonio D’Angelo, detto “Maradona”. Di stanza a Sarno, D’Angelo gode di un “ampio potere direttivo sulla piazza sarnese”. Ha in mano la gestione quotidiana dello spaccio al minuto, ma lo sguardo rivolto oltre i confini nazionali: è lui, insieme a Vincenzo Taumaturgo (altro dirigente d’alto rango con funzioni di “staffetta” e confezionamento) , a tessere i contatti in Croazia per l’importazione di armi da fuoco destinate a presidiare militarmente il territorio.
Le intercettazioni tra D’Angelo e Stellato svelano la meticolosità della pianificazione economica e militare: “Dobbiamo far scendere i pezzi nuovi dalla Croazia, i ragazzi hanno bisogno di ferro buono per tenere a bada quelli che vogliono allargarsi a Scafati. Per la cocaina invece ho parlato con l’albanese, ci fa lo stesso prezzo se prendiamo tutto il blocco.”
Il summit edilizio e il canale del cemento
L’inchiesta documenta come il gruppo non si limitasse alle consegne volanti, ma godesse di basi logistiche fisse ed insospettabili, mascherate dietro normali attività commerciali. Tra gennaio e febbraio 2022, gli investigatori registrano un vero e proprio summit criminale all’interno di una rivendita di materiale edile a Sarno. L’intermediazione è nata all’interno delle carceri: l’albanese Fitm Koldashi, detenuto a Rossano insieme a Nicola La Rocca, ha attivato i suoi contatti per far recapitare al clan sarnese un imponente carico di narcotico.
A Sarno, grazie alla mediazione di Errico D’Ambrosio, si sono presentati Bartolo Zuccola (corriere giunto da Ponticelli, Napoli) e i vertici operativi locali, tra cui Francesco Trotta (alias “Ciccio”, l’uomo deputato alle spedizioni punitive contro chi sconfinava nei territori del clan) , Daniele Testa e Rosario Nocera. Sul posto sono stati scaricati ben 5 chilogrammi di sostanza stupefacente suddivisa in involucri contrassegnati dai misteriosi timbri “CARO”, “III” e “8” , pagati interamente in contanti al momento della consegna.
I verbali di interrogatorio e i sopralluoghi hanno svelato la blindatura dell’accordo, confermata dalle parole scambiate dagli indagati durante le operazioni logistiche: “I pacchi sono marchiati, vedi i timbri sopra? Questa è roba pura, viene direttamente dal canale buono. Conta i soldi e chiudiamo la pratica prima che passi qualcuno per il cemento.”
“Il controllo capillare: dal chilo ai “venticinque euro”
La forza dell’organizzazione documentata nell’ordinanza cautelare risiede nella sua doppia natura: una grande capacità di traffico all’ingrosso su scala internazionale, combinata con un controllo militare e asfissiante del dettaglio minuto nei rioni popolari di Sarno, come il Rione Europa o il Parco delle Rose. Mentre il padre del boss, Francesco Paolo La Rocca, offriva in vendita singoli blocchi da un chilogrammo di cocaina al valore di 35.000 euro per il mercato napoletano , nei cortili del Parco delle Rose si consumava lo spaccio quotidiano.
Qui, Rosario D’Angelo (fratello del dirigente Antonio) gestiva la clientela locale persino per singole micro-dosi da 0,25 grammi cedute a 25 euro l’una direttamente sull’uscio di casa , o monitorate dalle telecamere di sorveglianza mentre venivano consegnate tramite intermediari familiari. È la radiografia di un’impresa criminale perfetta: un fatturato immenso, armi pesanti pronte all’uso, canali esteri e una manovalanza fedele capace di coprire ogni segmento del mercato. Un impero che si credeva invisibile, ma le cui trame sono state interamente svelate dai file della magistratura.






Articolo 1nchiesta interessante ma troppo lungo, sembra un d0ssier infinito, ci sono tropppe ripetizioni e parecchie parti confuseche non spiegano bene come funziona il giro. Le fonti parono serie ma mancano dettagli operativii e logistici, è difficile capir i ruoli veri dei nomi, sembra tutto un film ma è anche reale e preoccupa.