Camorra, la truffa degli Sms che finanziava il clan dei Casalesi

Un sistema rodato, costruito sfruttando la fiducia delle vittime e le falle della sicurezza informatica, capace di trasformare semplici messaggi sul cellulare in un fiume di denaro destinato alle casse della camorra.

È il meccanismo emerso dall’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che ha portato all’arresto di due persone e all’iscrizione nel registro degli indagati di altre ventidue. Al centro dell’indagine una presunta organizzazione criminale specializzata nelle truffe informatiche, capace di colpire vittime in tutta Italia e di muovere il denaro tra conti correnti e piattaforme digitali fino a farne perdere le tracce.

Secondo gli investigatori del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, il gruppo avrebbe sottratto alle vittime circa 800mila euro tra il 2018 e il 2023. Una parte consistente dei proventi – circa il 40 per cento – sarebbe finita nelle casse del clan dei Casalesi, in particolare nella fazione riconducibile alla famiglia Bidognetti.

Gli arresti e i nomi dell’indagine

In carcere sono finiti Pasquale Corvino, 40 anni, e la compagna Angela Turco Cirillo, 43 anni, entrambi imprenditori casertani attivi nel settore del commercio di automobili e domiciliati tra l’Italia e la Spagna.

Per gli inquirenti Corvino sarebbe stato il promotore e organizzatore dell’associazione a delinquere, mentre la donna avrebbe svolto il ruolo di collaboratrice diretta. A lei sarebbe spettato il compito di prelevare i contanti dai conti correnti e consegnarli al compagno, oltre a gestire operazioni di investimento dei proventi illeciti in criptovalute.

Nel registro degli indagati compaiono complessivamente 24 persone. Tra loro anche Nicola Sergio Kader, ritenuto vicino ai vertici della fazione Bidognetti del clan dei Casalesi, e Vincenzo D’Angelo, oggi collaboratore di giustizia e genero dello storico boss Francesco Bidognetti, conosciuto negli ambienti criminali come “Cicciotto ‘e mezzanotte”.

La rete delle truffe tra Italia e Spagna

Le indagini – coordinate dal procuratore aggiunto Michele Del Prete – si sono sviluppate lungo un arco temporale di cinque anni, dal gennaio 2018 al dicembre 2023, e hanno coinvolto anche autorità straniere attraverso i canali di cooperazione internazionale di polizia.

Gli investigatori hanno ricostruito 38 episodi di truffa ai danni di privati cittadini e aziende italiane. Le operazioni del gruppo, secondo la ricostruzione investigativa, si sviluppavano tra l’Italia e la Spagna, sfruttando conti correnti e piattaforme finanziarie collocate anche all’estero per rendere più difficile il tracciamento dei flussi di denaro.

Per consolidare il quadro probatorio sono state eseguite 21 perquisizioni tra abitazioni e attività commerciali nelle province di Napoli, Caserta, Modena, Benevento, Potenza e Isernia.

Il meccanismo dello “smishing”

Il sistema più utilizzato era quello dello smishing, ovvero la truffa informatica realizzata attraverso sms o email apparentemente provenienti dall’istituto di credito della vittima.

Il messaggio avvisava il cliente di un bonifico sospetto o di un addebito anomalo sul proprio conto. A quel punto entrava in scena un secondo passaggio della truffa: la telefonata del finto operatore bancario.

Spacciandosi per un addetto del servizio antifrode, il truffatore convinceva la vittima a effettuare un bonifico istantaneo verso un conto “sicuro” indicato durante la telefonata. In realtà si trattava di conti correnti riconducibili all’organizzazione.

Nel giro di pochi minuti il denaro spariva dal conto della vittima e veniva trasferito su una catena di altri rapporti bancari, spesso anche all’estero.

La clonazione delle sim

Un secondo schema prevedeva un’operazione ancora più sofisticata: la clonazione della sim telefonica associata al conto corrente della vittima.

Gli indagati riuscivano a ottenere una copia della scheda telefonica e quindi ad accedere all’home banking. In questo modo ricevevano direttamente sul telefono il codice temporaneo di sicurezza (Otp) necessario per autorizzare le operazioni bancarie.

Una volta entrati nel sistema, effettuavano bonifici istantanei verso conti controllati dal gruppo, svuotando completamente i depositi.

Il denaro nelle casse del clan

Dopo i trasferimenti bancari, il denaro veniva prelevato rapidamente in contanti o spostato su altri conti correnti, anche esteri.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, circa il 40 per cento dei proventi veniva consegnato direttamente ad esponenti del clan dei Casalesi.

Il denaro serviva a finanziare le attività del gruppo camorristico e sostenere le famiglie dei detenuti, contribuendo così a mantenere saldo il sistema di potere dell’organizzazione sul territorio.

L’investimento nelle criptovalute

In alcuni casi i proventi delle truffe sarebbero stati convertiti in valute virtuali.

Le criptovalute, secondo gli inquirenti, venivano considerate un investimento sicuro proprio per la difficoltà di risalire ai titolari dei portafogli digitali, i cosiddetti crypto wallet.

Una strategia che consentiva di ripulire parte dei guadagni illeciti e rendere ancora più complesso il tracciamento dei flussi finanziari.

 

(nella foto Pasquale Corvino, Vincenzo D’Angelo, Nicola Sergio Kader e Guido Diana)

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Giuseppe Del Gaudio

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