Cronaca Giudiziaria

Santa Maria Capua Vetere, proiettati al processo i video delle violenze dei poliziotti

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A. Carlino

Caserta – Un silenzio carico di tensione e commozione ha avvolto l’aula del maxi-processo per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove sono imputate 105 persone tra agenti e funzionari della penitenziaria. Durante la sua requisitoria, la sostituta procuratrice Alessandra Pinto non è riuscita a trattenere le lacrime nel ricostruire la drammatica storia di Fakhri Marouane, il detenuto trentenne di origine marocchina vittima dei pestaggi del 6 aprile 2020 nel reparto Nilo, poi morto nel luglio del 2023 dopo essersi dato fuoco nel penitenziario di Pescara.

«Fakhri Marouane non era un santo, come non lo sono altri detenuti», ha esordito la pm davanti alla Corte, «ma aveva fiducia nello Stato italiano e aveva per questo intrapreso un percorso di rieducazione, seguendo la scuola e corsi di scrittura. Sapeva di aver sbagliato e più volte me lo aveva confidato, ma è stato tradito proprio da rappresentanti dello Stato».

Il momento di massima tensione emotiva si è registrato quando nell’aula d’udienza sono stati proiettati i filmati delle telecamere interne dell’istituto di pena casertano. Nelle immagini si vede chiaramente il giovane detenuto inginocchiato da solo nell’area socialità, circondato da un gruppo di agenti che si accaniscono su di lui colpendolo ripetutamente con i manganelli. Subito dopo la visione del video, la magistrata è stata costretta a interrompere il proprio discorso per alcuni minuti, visibilmente scossa dal ricordo di quell’uomo con cui aveva mantenuto un fitto legame epistolare.

«Scrisse un testo e mi inviò delle lettere, la sua esperienza è stata molto significativa per il mio percorso di magistrato», ha sottolineato Pinto, ricordando come il trentenne, nonostante i traumi subiti, avesse continuato a studiare fino a diplomarsi a Pescara, arrivando persino a rifiutare l’istanza di liberazione anticipata pur di completare il suo percorso di risocializzazione. Una fiducia nelle istituzioni che si è interrotta bruscamente nel maggio del 2023 con il suicidio in cella e la successiva agonia di due mesi al Policlinico di Bari.

Prima di fermarsi per l’emozione, la rappresentante dell’accusa ha voluto formalizzare le responsabilità individuali dei presunti autori di quel pestaggio, facendo i nomi degli agenti imputati Oreste Salerno, Gennaro Quisillo e Raffaele Piccolo (classe 1973, specificando di non confonderlo con l’omonimo collega del 1964), ritenuti tra i principali responsabili della violenta aggressione ai danni del giovane.

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A. Carlino

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