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Attualità

E’ ufficiale Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti

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E’ ufficiale Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti.

Joe Biden e’ il 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America. La notizia e’ diffusa dalla Cnn: “Dopo la vittoria della Pennsylvania- informa l’emittente americana- Biden ha oltre 270” voti dei grandi elettori. Poco fa l’entourage di Biden aveva fatto sapere che oggi sarebbe stato il giorno giusto per la vittoria.Kamala Harris entra nella storia: e’ la prima vicepresidente donna della storia americana.

Non è stato semplice, ma questa volta “Middle Class Joe” ce l’ha fatta. A 77 anni, il “migliore vicepresidente che l’America abbia mai avuto” (secondo Barack Obama) si prepara a entrare nell’Oval Office da 46esimo presidente degli Stati Uniti. Dovrà prendere il comando di un’America divisa, polarizzata a livello istituzionale e sociale dopo quattro anni di presidenza Trump, commander in chief che ha usato le divisioni come arma e non come problema da gestire.

Un Paese per giunta in preda alla pandemia da coronavirus e ai timori per le conseguenze sull’economia. Con Biden, alla Casa Bianca torna un veterano della politica: dal 2008 due mandati da braccio destro di Obama dopo una lunga carriera, iniziata nel 1972 con l’elezione al Senato per il Delaware (sei mandati) e passata per una candidatura alla presidenza nel 1988, naufragata nel plagio – confessato – di un discorso dell’allora leader laburista Neil Kinnock.

Non sono mancate in tutti questi anni le critiche e ampi spunti per attacchi politici, dalle iniziali posizioni filo-segregrazioniste sulle scuole alla gestione del caso del giudice Clarence House accusato di molestie dalla collaboratrice Anita Hill e confermato alla Corte suprema nel 1991, con Biden alla guida del Comitato giustizia del Senato. Nel 1994 il neoeletto presidente difendeva strenuamente una legge anticrimine che molti suoi compagni del partito democratico considerano causa di troppe incarcerazioni e troppo lunghi processi. Nel 2012 – ma questa va alla voce ‘gaffes’ di Joe Biden – si dichiarò favorevole ai matrimoni omosessuali giorni prima che lo facesse il presidente.

La biografia del 46° Presidente degli Stati Uniti d’America

Nato il 20 novembre del 1942 a Scranton, Pennsylvania, in una famiglia cattolica di origini irlandesi Joe Biden come nessuno sulla scena politica americana è stato ‘plasmato’ dal dolore e dalla tragedia della perdita di familiari. Nel 1972 la moglie Neila e la figlia più piccola, Naomi Christina, morirono in un incidente d’auto. E Biden giurò da senatore dall’ospedale dove erano stati ricoverati i due figli sopravvissuti, Beau e Hunter. Nel 2015 Beau fu stroncato da un tumore al cervello.

Dal matrimonio del 1977 con Jill Tracy Jacobs è poi nata la figlia Ashley nel 1981. Tutto questo ha influenzato, oltre al piano personale, le decisioni di Biden in politica, dalla sua carriera in Senato alla scelta di chiamarsi fuori dalla gara per la Casa Bianca nel 2016. Gli amici del Delaware, chi ha lavorato con lui sostengono che Joe, anche ‘grazie’ a tutto il dolore macinato in vita, è diventato nel tempo più empatico, in grado di entrare in contatto immediato con la gente.

Amplificando un’indole che parla delle radici working-class e dalla scuola cattolica frequentata. Per l’ex vicepresidente candidato alla Casa Bianca, l’Election day non poteva iniziare se non con una visita alla tomba del figlio Beau. “Lui avrebbe dovuto essere candidato alla presidenza, non io”, ha detto l’ex vice di Obama durante la campagna.

 

Il calore personale emanato da Biden non è solo un punto a favore: all’inizio della campagna per la presidenza è stato accusato da diverse donne di contatti fisici non richiesti e lui si è difeso sostenendo di essere una persona empatica. In qualche modo questo aspetto ha accresciuto l’impressione che ‘Sleepy Joe’ (copyright Donald Trump) non abbia sempre il controllo della situazione. Le frequenti gaffes e gli inciampi linguistici non aiutano e più di una volta è stata messa in dubbio la sua sanità mentale.

John Hendrickson, giornalista balbuziente che lo ha intervistato, sostiene che il vero problema sia proprio un problema di balbettamento mai superato, che il neo-eletto cerca di far passare come problema risolto e che invece lo manda spesso in tilt. Biden non avrà facile cammino da presidente.

Il voto – e soprattutto la valanga di voti comunque ottenuti da Donald Trump – ha dimostrato una estrema polarizzazione nel Paese, confermata dalle elezioni per la Camera e parte del Senato. Del nuovo capo dello Stato si parla già come di ‘lame duck president’, l’anatra zoppa, sul fronte politico interno. Più facile che si faccia notare nel mondo: già ha promesso di reintegrare gli Usa negli Accordi di Parigi sul clima, dai quali l’America è ufficialmente fuori proprio da ieri, per volere di Trump.

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Calcio

Maradona, la commozione di Gianni Minà: ‘Ora solo silenzio, ha lasciato una traccia indelebile’

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Maradona, la commozione di Gianni Minà: ‘Ora solo silenzio, ha lasciato una traccia indelebile’.

“Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco. Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico e io un giornalista. Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose”. Comincia così il lunghissimo post che Gianni Minà, amico fraterno da sempre di Diego Armando Maradona, ha dedicato su Facebook al grande campione scomparso, intitolandolo ‘A Diego’. “So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria dei media -scrive Minà- Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato. Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo ‘dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo’”.

“Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica. A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel 1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente”.

“L’atmosfera -ricorda il giornalista- rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione. C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento”.

E invece “non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo, un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio”. “Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network -ricorda Minà- Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto ‘meritare”ì’ l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile. Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona.

“El Pibe de Oro fu tranciante: ‘Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto’. Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte”. Fu un’intervista “unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date -sottolinea il giornalista- Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un’accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite. La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: ‘Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino’ aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati”.

“L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile. Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli – anche quelli che sembravano impossibili – della sua esistenza. Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia. Nessun calciatore è mai arrivato a tanto. Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro. Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita. E ora silenzio. Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo”, conclude Minà.

 

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Calcio

Maradona, Ibrahimovic: ‘Non è morto, è immortale’

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Maradona, Ibrahimovic: ‘Non è morto, è immortale’

“Non è morto, è immortale. Dio ha dato al mondo il miglior giocatore di tutti i tempi”. Con questo messaggio pubblicato su Instagram l’attaccante del Milan, Zlatan Ibrahimovic omaggia Diego Armando Maradona, scomparso oggi a 60 anni. “Vivrà per sempre”, ha aggiunto l’asso svedese.

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