LE RIVELAZIONI DEI PENTITI

«Dobbiamo toglierci il sangue nostro da terra», la vendetta infinita dei Maione contro Mazzarella e Amodio

Per oltre vent'anni la famiglia di Antonio Maione, trucidato in una salumeria nel 2000, ha cercato la vendetta. I verbali dei collaboratori di giustizia
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Ci sono conti che non vanno mai in prescrizione. Non per lo Stato, le cui indagini possono durare decenni, e certamente non per la camorra. È una scia di sangue lunga vent’anni quella che emerge dalle ultime carte dell’inchiesta sulla potente cosca dei Mazzarella, decapitata alla vigilia di Pasqua con l’arresto del reggente Roberto Mazzarella, scovato dopo oltre un anno di latitanza nel lusso di un esclusivo resort a Vietri sul Mare.

Ma dietro la caduta del boss, i faldoni della Procura raccontano una storia molto più viscerale: l’ossessione di una madre e la lucida e spietata volontà di vendicare la morte di Antonio Maione, assassinato nel dicembre del 2000 in una salumeria di Ponticelli. Un delitto brutale, orchestrato per punire l’affronto di Ivan Maione (fratello della vittima e poi collaboratore di giustizia), reo di aver ucciso il padre di Roberto Mazzarella.

Da quel dicembre, la “pazzignana” Vincenza Maione ha avuto un solo chiodo fisso: colpire al cuore le famiglie dei mandanti e degli esecutori. Occhio per occhio, figlio per figlio. Nel mirino c’erano il primogenito di Roberto Mazzarella e il sangue di Clemente Amodio, ritenuto uno dei killer materiali.

La Lancia Elefantino e il chiodo fisso della vendetta

A scoperchiare il vaso di Pandora di questa lunga caccia all’uomo sono le dichiarazioni dei pentiti e contenute nell’ordinanza di custodia catelare firmata dal gip Nicola Marrone che ha determinato prima la latitanza e  poi l’arresto del boss Roberto Mazzarella.. Tra queste, spiccano le dirompenti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Schisa( figlio della pazzignana Luisa De Stefano diventata pure lei collaboratrice di giustizia), interrogato il 12 dicembre 2023. Schisa non è un pentito qualunque: è un pezzo di storia criminale di quelle strade, legato a doppio filo con la famiglia della vittima.

Messo a verbale dai magistrati, Schisa racconta la genesi e i dettagli di questa vendetta rimasta a lungo incompiuta, ma mai abbandonata. E lo fa con la freddezza di chi in quelle logiche ci è cresciuto:

«In famiglia, anche con mia cugina Vincenza Maione e con Michele Minichini, si parlava continuamente, almeno dall’anno 2016, di eliminare un parente di Clemente Amodio. Il fratello, se non sbaglio, che lavorava presso il cimitero di San Giovanni […] Dal giorno che hanno ammazzato Antonio, subito in famiglia si è pensato ad una vendetta nei confronti di Amodio, in quanto si è saputo subito che era tra gli autori dell’omicidio».

Ma la vendetta non è sempre un piatto da servire freddo. A volte, si consuma nell’impeto di un incontro casuale tra le strade di San Giovanni a Teduccio. Schisa rivela un retroscena dal sapore quasi cinematografico, protagonista sua madre, Luisa De Stefano:

«Qualche tempo dopo l’omicidio, mia madre ha investito con la sua auto Clemente Amodio, dopo averlo incontrato per caso. Mamma mi ha raccontato che lui era a bordo di un motorino e che lei, con la sua macchina “onesta”, una Lancia Elefantino verde acqua, lo ha alzato in aria. Non so se abbia riportato lesioni, né se sia intervenuto qualcuno».

«Toglierci il sangue nostro da terra»

Per anni, il progetto di un’eliminazione sistematica dei nemici viene frenato dalla realpolitik criminale: non si potevano compromettere le delicate alleanze tra il clan Mazzarella e i Sarno. «Avevamo tanti omicidi da commettere», ammette candidamente il pentito Schisa, illustrando un’agenda di morte fin troppo fitta.

Ma Vincenza Maione non ci sta. Come riporta il collaboratore, la donna ripeteva come un mantra un antico adagio di camorra: «Ci dobbiamo togliere il sangue nostro da terra».
Così, nel 2016, partono i veri e propri appostamenti. Vincenza, insieme al fratello Ivan (rientrato temporaneamente in Campania) e armata di una pistola pronta a fare fuoco, batte palmo a palmo l’area del cimitero di San Giovanni a bordo di una Renault grigia o della Fiat Panda della figlia. Cercano il fratello di Amodio, essendo quest’ultimo intoccabile dietro le sbarre. Solo il caso, e la mancata localizzazione del bersaglio, evitano il bagno di sangue.

L’agguato al Bar Hollywood e la pace del “Pirata”

La tensione raggiunge l’apice tra il 2017 e il 2018, quando a prendere in mano le armi è la nuova generazione. Fiore Maione, figlio del defunto Antonio, decide di farsi giustizia da solo. Affiancato da Alessio Bossis (poi ucciso a Volla nel 2022), si arma pesantemente.

«Fiore …è andato a San Giorgio a Cremano armato con una pistola 357 magnum, che era la mia ed era detenuta a Ponticelli», racconta Schisa a verbale. «Doveva sparare al figlio di Roberto Mazzarella … proprio perché mia madre e la Maione gli avevano spiegato che Mazzarella era tra gli autori dell’omicidio».

L’agguato, riscontrato dagli inquirenti il 5 luglio 2018 davanti al “Bar Hollywood” in via Botteghelle a San Giorgio a Cremano, si risolve in una pioggia di piombo ad altezza d’uomo sparata da una moto di grossa cilindrata contro Salvatore Mazzarella e Gabriele Amodio. Fallito il colpo fatale, la risposta dei Mazzarella è fulminea e in perfetto stile paranzanza: una “stesa” di quattro o cinque scooter piomba nel Rione De Gasperi. Fiore Maione viene accoltellato al braccio.

A evitare che l’Est di Napoli diventi una macelleria a cielo aperto è Salvatore D’Amico, detto il Pirata, ras di San Giovanni a Teduccio, che convoca un vertice di pacificazione a casa sua con le donne della famiglia.

La trappola mortale e il silenzio-assenso in carcere

Ma come morì Antonio Maione? L’ordinanza del GIP non lascia spazio a dubbi: premeditazione aggravata dal metodo mafioso. Il delitto non fu figlio di un incontro casuale. Maione fu attirato nella salumeria da false amicizie, compagni con cui fino a poco prima condivideva spinelli nella piazza di Ponticelli. Una trappola mortale, organizzata in un territorio dove il controllo dei Mazzarella era assoluto, che gli precluse ogni via di fuga nel retrobottega.

A chiudere il cerchio, a distanza di anni, è un altro pentito di peso: Umberto D’Amico, esponente dell’omonimo clan e nipote del Pirata. È lui a consegnare agli inquirenti il tassello finale, raccontando un raggelante faccia a faccia avvenuto nel 2019 dietro le sbarre del carcere di Secondigliano.

In quell’occasione, il Pirata si rivolse a Clemente Amodio, rinfacciandogli di aver appena salvato la vita a suo figlio Gabriele dalla furia vendicativa dei Maione: «Tuo figlio ha rischiato di morire per causa tua, perché tu hai ucciso Antonio Maione».

A quelle parole pesanti come macigni, Amodio non oppose alcuna smentita. Non si difese, non negò la paternità di quel delitto avvenuto diciannove anni prima. Si limitò a fare un cenno, a ringraziare. Un silenzio-assenso che, per il Giudice delle indagini preliminari, assume oggi il valore inequivocabile di una confessione stragiudiziale. La pietra tombale su un cold case di camorra che ha tenuto in ostaggio un intero quadrante della città per oltre due decenni.

 

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