Napoli -L’interminabile e tortuoso iter giudiziario chiamato a fare luce sulle stagioni di sangue che hanno insanguinato l’area nord di Napoli si arricchisce di un nuovo capitolo. Al centro dell’ultima decisione dei giudici di piazza Cavour c’è ancora una volta Raffaele “Lello” Amato, celebre con il soprannome di ‘a vicchiarella, figura apicale e mente carismatica del cartello degli Scissionisti.
Nonostante la pesantissima accusa di essere stato il mandante di tre omicidi chiave durante la cosiddetta “Seconda Faida di Scampia”, il boss è riuscito a evitare il carcere a vita. La terza sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli, accogliendo le tesi dei suoi difensori, gli avvocati Domenico Dello Iacono ed Emilio Martino, ha concesso le attenuanti generiche prevalenti, rideterminando la pena a 20 anni di reclusione.
Il verdetto riguarda il delitto di Salvatore Ferrara (capopiazza del clan Di Lauro, nell’agguato al bar “Evoluzione” in cui rimasero feriti anche Ugo De Lucia e Antonio Caldieri) e le esecuzioni di Luigi Magnetti e Carmine Fusco, avvenute nel settembre 2007. Reati contestati con le aggravanti del metodo mafioso e della finalità di agevolare l’organizzazione criminale degli Amato-Pagano.
Dai vertici del clan Di Lauro al patto di Spagna: la parabola di ‘a vicchiarella
Per comprendere il peso della sentenza occorre fare un passo indietro nella storia criminale di Lello Amato. Cresciuto all’ombra di Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ‘o milionario, Amato è stato per anni uno dei quadri strategici del clan di via Cupa dell’Arco, gestendo le rotte internazionali del traffico di droga. Era lui l’uomo di fiducia inviato nella Penisola Iberica per spalancare le porte del mercato della cocaina proveniente dal Sudamerica: un ruolo che gli valse il titolo di fondatore della fazione degli «Spagnoli».
Quando i figli di Paolo Di Lauro cercarono di ridimensionare la vecchia guardia per accentrare il controllo delle piazze di spaccio di Scampia e Secondigliano, Amato – insieme al cognato Cesare Pagano – promosse la storionica e sanguinosa “Scissione” del 2004. Una guerra di mafia spietata, sfociata in decine di morti ammazzati, che portò alla nascita del clan Amato-Pagano e alla conquista dell’impero dei traffici illeciti nell’area a nord del capoluogo campano.
Arrestato una prima volta nel 2005 a Barcellona nel casinò dell’Hotel Arts e poi tornato temporaneamente in libertà per cavilli procedurali, fu di nuovo catturato a Marbella nel maggio 2009. Da allora, per la magistratura italiana, la sua figura è rimasta al centro dei principali processi per associazione camorristica, estorsioni e omicidi.
La battaglia legale sul cumulo delle pene e il nodo estradizione
In primo grado, Amato era stato condannato a 30 anni di reclusione per i tre delitti del 2007. Un verdetto che, sommato a una precedente condanna sempre a 30 anni, rischiava di trasformarsi tecnicamente in un ergastolo di fatto: l’ordinamento italiano prevede infatti che il cumulo di due pene temporanee da trent’anni si converta nella pena del carcere a vita.
In Appello, la strategia della difesa si è rivelata determinante. I legali Dello Iacono e Martino hanno fatto leva su una sottile ed efficace questione garantista legata al diritto internazionale e al trattato di estradizione con la Spagna. Quando Amato venne estradato dalla Penisola Iberica, l’ordinamento spagnolo non prevedeva il carcere a vita indefettibile e poneva precisi paletti alla concessione dei mandate di arresto europei: un imputato consegnato dalle autorità di Madrid non poteva essere sottoposto a una pena perpetua senza possibilità di revisione.
Attraverso un rigido richiamo alle garanzie europee e alla giurisprudenza della Corte Costituzionale spagnola, il tandem difensivo è riuscito a far prevalere le attenuanti generiche, ridimensionando il quadro sanzionatorio dai 30 ai 20 anni ed evitando così che scattasse la conversione nell’ergastolo.



