Napoli – La giustizia compie un altro passo avanti nel percorso giudiziario sulla tragica morte di Gelsomina Verde, la ventunenne innocente sacrificata durante la prima sanguinosa faida di camorra a Scampia. La terza Corte di assise di appello di Napoli, presieduta da Vittorio Melito, ha confermato le condanne a trent’anni di reclusione per Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi (alias o’ Vichingo), ritenuti componenti del commando che prese parte al brutale agguato. Un verdetto che cristallizza le responsabilità giudiziarie, ma che lascia intatti i nodi irrisolti di una memoria collettiva che cerca ancora una verità totale.
La dinamica del terrore nella prima faida di Scampia
Il delitto risale al 21 novembre 2004. Secondo la ricostruzione degli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Gelsomina Verde fu coinvolta suo malgrado nello scontro armato tra il clan Di Lauro e gli scissionisti degli Amato-Pagano. Il clan Di Lauro nutriva il famigerato e tragico errore di credere che la giovane sapesse dove si nascondesse il rivale Gennaro Notturno, detto o’ sarracino.
La trappola fu spietata: la ragazza venne prelevata e costretta a salire sulla sua stessa auto da tre persone. Una si accomodò sul lato passeggero, mentre gli attuali imputati – armati – scortarono la vettura fino al luogo dell’esecuzione, dove la ventunenne fu assassinata a colpi di pistola da Ugo De Lucia, cugino di Luigi. Già lo scorso 10 settembre la Procura generale, con il sostituto procuratore Carmine Esposito, aveva invocato la conferma della pena inflitta in primo grado dal gup Valentina Giovanniello.
Lo strazio e i dubbi del fratello: “Manca chi ha sparato davvero”
In aula, a seguire ogni istante della lettura del dispositivo, c’erano la madre della vittima, Anna Lucarelli, e il fratello Francesco Verde, affiancati dai legali tra cui Gianmario Siani (per la Fondazione Polis) e Marco Buzzo (per il Comune di Napoli).
Nonostante la conferma dei trent’anni, l’atmosfera fuori dalla corte è di amara riflessione. Le parole di Francesco Verde suonano come un monito severo:
“Nonostante ci sia stata una conferma di condanna, la storia non è del tutto chiara perché i due imputati non hanno aggiunto alcuna parola. Quindi noi ancora oggi non sappiamo chi è che ha sparato a mia sorella e chi ha fatto altro”.
Il dolore della famiglia si scontra con le zone d’ombra di un sistema criminale che non ha ancora consegnato tutti i suoi segreti alla giustizia.
“Ci sono persone che non sono state chiamate in ballo ancora – rincara Francesco Verde – come fiancheggiatori, come persone che hanno aiutato esternamente i killer che hanno ucciso mia sorella. La storia non è delineata del tutto. Ma si spera che ci sia qualcuno che abbia il coraggio di dire le cose come sono andate veramente”.
Un impegno civile, il suo, che non si è mai fermato tra Secondigliano e Scampia: “Il problema non è la criminalità o il territorio ostile, ma è la mentalità delle persone che è sbagliata”.
L’importanza del supporto psicologico e legale alle vittime
Al termine dell’udienza, l’avvocato Gianmario Siani ha voluto rimarcare il valore del lavoro di protezione e affiancamento svolto accanto alla famiglia in questi anni difficili:
“Volevo sottolineare il ruolo svolto dall’équipe multidisciplinare composta da una psicologa, da un assistente sociale e da un esperto legale, che si occupano di affiancare e accompagnare la parte offesa per tutto il percorso giudiziario. La mamma di Gelsomina è stata seguita dall’inizio del processo alla lettura della sentenza”.
Un modello di supporto che, attraverso la Fondazione Polis e le “stanze d’ascolto”, continua a garantire dignità e tutela a chi subisce la violenza devastante della criminalità organizzata.



